Sulla povertà e sulle disuguaglianze. Intervista a Daniele Biacchessi

Roma San Lorenzo povertà
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Negli ultimi anni in Italia la crisi economica ha colpito la classe media creando nuovi poveri che si sono aggiunti a chi già versava in condizioni di grave indigenza. Sono gli ultimi, gli invisibili. Così la middle class è diventata proletariato, il proletariato si è trasformato in sottoproletariato e il sottoproletariato è sprofondato nel baratro e si barcamena ben sotto i livelli minimi della dignità. Secondo le rilevazioni ISTAT (Report povertà 2020), l’Italia ha visto peggiorare la condizione di povertà e l’aumento delle disuguaglianze a partire dalla crisi economica del 2008 e la conseguente recessione. Questa tendenza negativa è visibilmente in aumento. Nel 2016, gli individui in condizione di povertà assoluta erano 4 milioni e 700 mila, 5 milioni e 58 mila nel 2017 e oggi toccano la cifra record di 5 milioni e 600 mila. Di questo ed altro parla l’ultimo e pregevole volume del giornalista Daniele Biacchessi, I nuovi poveri. Inchiesta sulle disuguaglianze, conversioni ecologiche, mondi possibili (Jaca Book 2022, pp. 192 € 22). Daniele Biacchessi, giornalista e scrittore. Direttore editoriale di Giornale Radio, Direttore di Radio On, web radio culturale e di tendenze. Già caporedattore per ”Radio24”-”Il Sole 24 Ore” dal 1999 al 2018, e collaboratore al 2020.
Lo abbiamo incontrato e scambiato con lui alcune considerazioni sulla povertà nel nostro Paese, drammaticamente in salita. Infatti, i dati sono ancora più preoccupanti se si raffrontano con quelli degli anni precedenti la crisi economica del 2008: da allora infatti la povertà è aumentata del 182%.

Daniele Biacchessi I nuovi poveriNel suo volume si parla di mondi possibili attraverso la realizzazione di buone pratiche e azioni concrete per fronteggiare La Banca mondiale ha identificato la soglia della povertà estrema al livello di 1,9 dollari di retribuzione giornaliera, a parità di potere di acquisto. Ma è opinione largamente condivisa tra i ricercatori economici che questa convenzione sottostimi ampiamente i bisogni reali di un essere umano sano, capace di condurre una vita dignitosa. Un reddito minimo di 7,4 dollari al giorno sembra molto più ragionevole. Nel 2018, oltre 4,2 miliardi di persone (il 60% della popolazione mondiale) vivevano ancora al di sotto di tale soglia, e questo numero aumenterà notevolmente nei prossimi mesi a causa delle conseguenze catastrofiche del lockdown. Quale flusso di reddito annuale – si è chiesto Gael Giraud, economista francese e gesuita – sarebbe necessario per consentire a questa gente di vivere al di sopra di tale soglia? Alcuni analisti hanno sostenuto che costerebbe meno di 13 mila miliardi di dollari. Appare una cifra considerevole: è vicina al Pil nominale della Cina nel 2018. Tuttavia, uno studio della Ong Oxfam mostra che, nello stesso anno, l’1% degli individui più ricchi del Pianeta ha percepito un reddito annuo di 56.000 miliardi di dollari (pari all’80% del Pil mondiale). Ciascuno di noi potrebbe comprensibilmente pensare modificare l’ordine mondiale. In realtà, nel suo volume, è contenuta una visione di speranza. Cosa può fare ciascuno di noi a partire dal proprio ambito?

Fino a quando la critica al sistema capitalistico, al neo statalismo trasversale (Biden e Johnson), alla finta sostenibilità, non si trasformerà in un vero e proprio nuovo modello di sviluppo, i numeri della povertà cresceranno a dismisura. La soglia di ingresso negli inferi della povertà assoluta è definita certamente in difetto, come giustamente lei rileva, e non tiene conto, a mio avviso, neanche di tutti i beni primari necessari per sopravvivere. Oltretutto, con gli aumenti ingiustificati delle bollette di luce, gas, acqua, dovuti alla crisi energetica e riflessi negativi della guerra tra Russia e Ucraina, questa soglia sposterà l’asticella sotto il livello base rilevato sul piano statistico. Quella che definisce di speranza, è in realtà una visione probabilistica della reazione che larghe parti di popolazione mondiale sarebbero già in grado di mettere in campo per porre fine alla propria condizione sociale. L’esperienza della “Via campesina“, anche se radicata soprattutto nel centro e sud America, rappresenta una via di uscita. È l’economia dei poveri, la lotta alla giustizia ambientale, come direbbe l’economista catalano Juan Martinez Alier. Si tratta di un movimento culturale che rivendica il riconoscimento di una comunità e la sua partecipazione, perché le lotte per i diritti umani e per l’ambiente sono inseparabili. L’ambientalismo dei poveri si esprime in azioni concrete in luoghi dove l’ambiente è fonte di sussistenza per popoli indigeni che difendono i loro diritti territoriali. Lo sforzo congiunto e sinergico di tanti diversi movimenti per la difesa dell’ambiente e per la giustizia sociale può orientare l’economia verso la giustizia sociale e la sostenibilità ecologica. Certo, non dico che sia cosa facile, ma penso sia irreversibile. “Via Campesina” oggi si siede sul tavolo delle trattative alla pari degli Stati nelle sessioni di discussione della FAO con sede a Roma. E questo, fino a pochi anni fa, era assolutamente impensabile.

Un intero capitolo del suo libro è tutto incentrato sull’insegnamento e sulla testimonianza pastorale di papa Francesco, soprattutto con le sue encicliche Laudato si’ (2015) e Fratelli tutti (2020). In quest’ultima enciclica il Papa afferma: «L’opzione per i poveri deve portarci all’amicizia con i poveri» (n. 234). È possibile? Se l’amicizia presuppone reciprocità, posso essere amico dei poveri, se io povero non sono o comunque vivo condizioni di vita diverse? Sono oggettivamente domande difficili, sono vere e proprie sfide.

Si sono sfide, anche culturali, ma necessarie. «L’opzione per i poveri deve portarci all’amicizia con i poveri», dice Francesco. E ha ragione. I poveri non sono sempre ambientalisti, e gli ambientalisti non sono sempre poveri. Ma lo spostamento delle “frontiere delle merci” in aree sempre più periferiche del mondo delinea e globalizza un movimento di giustizia ambientale che coinvolge le comunità rurali e indigene povere. E le ingiustizie ambientali non sono solo locali, ma anche globali, come il commercio ecologicamente iniquo (l’esportazione di materie prime da Paesi poveri, acquistate in loco a basso costo e poi vendute sul mercato globale a prezzi elevati), oppure il debito ecologico (l’uso sproporzionato dei serbatoi di carbonio da parte dei Paesi più industrializzati). Le comunità rurali povere hanno già risolto in parte il problema con una economia di prossimità, una difesa del loro limite di sopravvivenza. Rimane irrisolto il tema delle povertà urbane. Lì effettivamente è possibile essere amici dei poveri anche con altre condizioni sociali. La conferma è giunta dalla straordinaria e inaspettata mobilitazione del popolo italiano per gli aiuti ai rifugiati ucraini. Spero che questa buona pratica possa essere allargata anche a tutti i profughi che fuggono da zone di conflitto.

Spesso circola nel linguaggio delle società, nella politica e nel quotidiano un disprezzo per i poveri. Recentemente l’economista Zamagni ha usato il termine aporofobia, una parola greca che vuol dire disprezzo del povero, sottolineando che non siamo di fronte allo scontro classico tra chi sta molto bene e chi sta male. Tutt’altro, «la guerra sociale oggi è stata scatenata dai penultimi nei confronti degli ultimi, perché le élite e i ricchi non hanno nulla da temere dalle politiche ridistributive di cui parlano i governi». Giustamente Luigino Bruni, anch’esso economista, ricordava che «una delle più grandi novità morali dell’umanesimo cristiano ed europeo è l’aver liberato i poveri dalla colpa per la loro povertà. Il mondo antico ci aveva lasciato come eredità l’idea, molto radicata e diffusa, che la povertà non era altro che la maledizione divina meritata per qualche colpa commessa dalla persona o dai suoi avi. I poveri si ritrovavano così condannati due volte: dalla vita e dalla religione […], e i ricchi si sentivano tranquilli, giustificati e doppiamente benedetti».

Corriamo il rischio di immaginare i poveri sempre uguali, ma anche loro sono un soggetto mobile, provvisorio, in quanto un prodotto di politiche neoliberiste, travestite sovente di finta sostenibilità, comunque mirate al mero profitto, di crisi finanziarie non controllate, di improvvise crescite e tonfi impressionanti, di disuguaglianze spaventose, di diritti negati, di dura repressione culturale e anche militare contro ogni tipo di opposizione al pensiero unico dominato dalle “corporation” e dai monopoli economici. Sui poveri, le religioni vogliono contare come sul proprio zoccolo duro, incerte fra l’impulso a promuoverli e la paura di perdere, con loro, la propria santità. Chi ama i poveri per una loro bellezza e dignità dev’essere certamente un po’ reazionario oppure molto credente. Ecco perché penso che la Provvidenza e i poveri siano sostanzialmente la stessa cosa, e che il povero eterno resista comunque al turn-over dei poveri saltuari, anzi lo governi, attraverso una sorta di “metamorfosi dei poveri”. Risulta fuorviante pensare alla povertà come qualcosa di statico, fissato nel tempo. E anche il cosiddetto benestante, il ceto medio, si è impoverito diventando proletariato. E il proletariato che viveva sul crinale della povertà relativa oggi è un sottoproletario. E il sottoproletario urbano è oggi in povertà assoluta. Lo scalone dantesco moderno, dopo due anni di Covid e in mezzo ad una guerra mondiale, ha nella sostanza abolito il Purgatorio, e tra il Paradiso dei ricchi e l’Inferno dei poveri in mezzo è rimasto quasi niente.

Papa Francesco ha detto che: «in questo delicato frangente storico, [c’è] un compito non più rimandabile: contribuire attivamente a smilitarizzare il cuore dell’uomo». Gli ebrei parlano di Tikkun Olam, che vuol dire riparare il mondo, preso dal caos. Occorre mettere in moto una rivoluzione culturale. Lei giustamente ha ricordato Alexander Langer, scomparso prematuramente nel 1995, all’età di 49 anni. Un “profeta” laico a volte contestato e disconosciuto o ignorato, finché è stato in vita, ma un “profeta” che su molte questioni ha visto più lontano dei suoi contemporanei. Lei sostiene che il pensiero di Alex Langer è ancora tutto da studiare, valutare, riscoprire, attuare, specie oggi, nel bel mezzo di una pandemia sanitaria dove sono entrati in crisi stili di vita e sistemi economici e di sviluppo. Penso in particolar modo, laddove sostiene che tutto può avvenire, purché ogni passo limitato e parziale si muova in una direzione chiara e comprensibile, e i vantaggi non siano rimandati a un futuro impalpabile, a un libro dei sogni infranti.

Alex Langer è stato definito erroneamente il profeta della decrescita. In realtà il pensiero di Langer era rivolto ad un nuovo modello di sviluppo totalmente sostenibile. Confondere la decrescita con un nuovo mondo possibile è lo sbaglio più comune. “Come suscitare motivazioni e impulsi che rendano possibile la svolta verso una correzione di rotta?“, si domandava Langer. E ammetteva che il desiderio di un’alternativa globale – sociale, ecologica, culturale – non è stata sufficiente. Ai tempi di Langer, non emergeva una maggioranza di persone disposta a impegnarsi per una concezione di benessere così sensibilmente diversa, come sarebbe necessario. Ma erano gli anni Novanta. Oggi quelle convinzioni sono radicate in larghe parti della popolazione giovanile, altrimenti non si spiegherebbe l’incredibile successo ottenuto da un movimento dal basso come “Fridays for future“. I ragazzi sono invece disponibili a compiere direzioni chiare e comprensibili, perché vogliono cambiare lo stato delle cose ora, subito. Difficile dire oggi se saranno sogni infranti. Intanto ci provano, e sono tanti, tantissimi, molti di più di quanto erano quelli che apprezzavano Alex Langer quando era in vita. Scrivono nel loro manifesto quelli di “Fridays for future”. “Quello che sappiamo è che dobbiamo lasciare i combustibili fossili sotto terra, eliminare progressivamente e rapidamente i sussidi per la produzione di energie sporche – carbone, olio, gas –, investire seriamente nelle energie rinnovabili e iniziare a farci domande difficili su come impostare le nostre economie e su chi vogliamo che vinca e chi vogliamo che perda“. C’è un cambio di passo culturale in queste righe. Non è la mera critica ad un sistema, ma è una responsabilità collettiva. I vantaggi non sono rimandati ad un futuro impalpabile.

Antonio Salvati

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