Svanire: la scrittrice canadese Deborah Willis racconta l’insostenibile pesantezza dell’assenza

history 7 minuti di lettura

Si può raccontare quel senso di vuoto – che sempre si accompagna ad un inevitabile stupore – scaturito dall’assenza, dalla percezione di una mancanza, dalla perdita, di qualcuno, o qualcosa? E così anche, si può raccontare l’assenza – di nuovo, di qualcosa o qualcuno –  talvolta così dolorosa ed opprimente, un’ossessione che diviene concreta, reale, tangibile, da trasformarsi, quasi, paradossalmente, nel suo esatto opposto: ossia in una pienezza, una presenza?

Deborah Willis
È quel che riesce straordinariamente a fare la scrittrice canadese Deborah Willis nel suoi racconti raccolti in un unico volume sotto il titolo di “Svanire” – tradotti e pubblicati in Italia da Del Vecchio Editore nell’ottobre 2012 – originariamente apparsi su “Event”, “Grain”, “PRISM international” e sull’antologia britannica “Bridport Prize Anthology”, poi raccolti e pubblicati in “Vanishing and other Stories”, che è stato nominato come uno dei migliori libri del 2009 dal “Globe and Mail”.
I personaggi che la Willis descrive – usando una prosa narrativa ridotta ai minimi termini, padroneggiando con grazia e originalità gli stilemi cari al minimalismo narrativo (di cui Raymond Carver è maestro) – emergono dalle pagine con una nitidizza quasi plastica eppure ciò che li contraddistingue non è tanto l’agire esteriore, quanto una vivacità interiore in nuce, ancora al di là dall’esprimersi pienamente, colta nel momento della stasi che sempre precede il divenire della trasformazione. Personaggi in qualche modo bloccati in un momento, toccati, o traumatizzati quasi, da un fatto preciso – che può essere avvenuto pure molto tempo prima: la scomparsa di un loro caro, la morte improvvisa di qualcuno, ma anche l’incomprensione, o forse sarebbe meglio dire l’incomprensibilità di un evento del quale le loro esistenze rimangono purtuttavia impregnate, come se esso – il fatto in sé – fosse un abito impossibile da togliersi, una seconda pelle, quasi.
Se dovessi trovare l’equivalente cinematografico per i racconti della Willis, direi senz’altro i film di Jim Jarmush perché anch’essi – proprio come questi racconti – narrano sprazzi di esistenze che in qualche modo si toccano ed incrociano; di incontri, che possono durare attimi, ma segnare per sempre; di eventi, singoli episodi che, pur nella loro aleatoria inafferrabilità ed impossibile dotazione di senso, rimangono purtuttavia espressioni di vita autentica, anche nel disagio e nel dolore. I dialoghi invece spesso riescono a trasmettere quel senso di solitudine e gelo – scaturiti dall’incomunicabilità e dall’impossibilità di condividere le profondità abissali del proprio io, ciò che, in un’ultima esistenza è sempre l’origine della vera solitudine esistenziale, una condizione che, più o meno, accomuna tutti – che sempre ho colto nei dipinti di Edward Hopper. Personaggi, questi della Willis, immersi in una propria dimensione dalla quale talvolta è impossibile evadere. Così, ad esempio, espressione dell’incomunicabilità di cui sopra è il racconto “Tracce”: marito e moglie che, pur condividendo un’affinità ed una sintonia rese salde dall’abitudine e dall’aver ormai imparato a conoscersi, sono consapevoli di quanto l’altro da noi rimanga sempre sfuggente, un’idea quasi, un tentativo di immaginazione, un estraneo, seppure in qualche modo intuibile a sprazzi, oltre la pesante coltre delle menzogne del linguaggio convenzionale: “Se lo studio delle parole ha insegnato qualcosa a Peter  (e quindi a me) è la disinvoltura nella menzogna. Ogni parola è una frode, una piccola, insignificante collezione di suoni che finge di essere ciò che non è: gatto, caso, marito” (e come non pensare al celebre dipinto di Magritte che recita “ceci n’est pas une pipe”?); e ancora a proposito dell’illusione che la parola reca con sé: “Una serie di damerini a un ballo in costume. E tutti accettano questa buffonata come se le parole, coperte dalle loro maschere e dalle cappe di consonanti, non stessero fingendo affatto. Siamo tutti complici consenzienti, mi ha detto una volta Peter: anche solo dicendo buon giorno a un vicino, stiamo partecipando alla grande bugia”.
In soccorso a questa solitudine esistenziale scaturita dalla difficoltà di condividere, realizzare o espandere la propria vita (paure, desideri, sogni, aspettative), viene sempre il contatto fisico, l’immediatezza e spontaneità di un abbraccio, l’impulso improvviso che porta i corpi ad avvinghiarsi l’uno all’altro, seppure per un momento, seppure restando consapevoli che, dopo, sciolto quel contatto quasi primitivo, dettato da una spinta primordiale a socializzare, tutto tornerà come prima: come nel racconto intitolato “Fuga”, in cui un uomo, dopo la morte della moglie, si dà al gioco e comincia ad osservare e poi a seguire l’enigmatica donna che dà le carte, nella speranza di ottenere un qualcosa che non saprebbe bene definire nemmeno lui. O come nel bellissimo – forse il mio preferito della raccolta – “Ricorda, rivivi”, in cui sulla giovane protagonista pesa il ricordo di un fatto avvenuto anni prima, durante il matrimonio di sua sorella, quando aveva solo tredici anni, e finalmente trova la maniera di liberarsene affidandolo alla madre che sta lentamente perdendo la memoria; il racconto, come alcuni altri, si avvale dell’originale uso della seconda persona narrante che parla e si rivolge a sé stessa (sono davvero rari i casi di romanzi narrati in questa maniera, uno dei più famosi, restando nella letteratura anglo-americana moderna, è “Le mille luci di New York” di Jay McInerney) e così, infine, si libera della presenza ossessiva ingombrante e del suo senso di colpa: “Ora il tuo segreto è suo, da conservare nello scompigliato cassetto della sua mente. Adesso è suo, che lo perda”.
Abbiamo parlato del tema dell’assenza – che può essere intesa in molti modi, come perdita di qualcuno, appunto, ma anche come ciò che si vorrebbe essere – in quel momento in bilico della propria esistenza, l’adolescenza, quando ancora niente si è, ma tutto si potrebbe diventare -eppure, già solo si intuisce, che in qualche modo ci sono strade e percorsi e maniere di divenire che saranno quasi obbligati, impossibile da eludersi, o anche da raggiungere: come ne “Il Planetario”, in cui la protagonista è affascinata dalla grazia e bellezza di una ragazza della sua scuola di un anno più grande, Mary Louise: “Benché il suo nome abbia un che di cattolico, non credo fosse credente. Però sapeva suscitare una specie di religiosa devozione nella maggior parte di noi che frequentavamo le superiori con lei”; e poi “So perché l’abbracciai. Soprattutto perché mi mancavano Jay e Syl e non volevo essere sola. Ma anche perché volevo toccare la divinità in Marie Louise; volevo vedere il sublime.” Così l’io narrante della giovane protagonista, esprime quella ferita e mancanza data dall’impossibilità di essere altro da ciò che siamo. E ancora, la condanna di un io irriducibile a non poter divenire ed essere altro da ciò che siamo (mentre ogni tentativo di appropriarsi di altre vite svanisce) è reso emblematicamente in “Quest’altro noi”, dove alla fine, seppure dolorosamente per la protagonista, si ricompone un’armonia iniziale che era stata ad un certo punto scomposta (e sembra affermarsi quell’esistenza oggettiva di cui il premio Nobel Wislawa Szymborska ha parlato nella poesia “La Stazione“), o nel racconto finale “La separazione”, dove la piccola protagonista diviene presto consapevole che il legame con coloro che si amano – seppure nella loro assenza e separazione fisica – è un qualcosa che rimane sempre tangibile: “Quello che capii, più tardi, ma sempre molto prima che lo capisse Claudia, è che era impossibile. Che non avremmo mai potuto evadere.Qualunque cosa facessimo, non avremmo mai potuto separare loro da noi. (…). Erano i nostri genitori.
Come detto all’inizio, il filo conduttore di ognuno di questi racconti è dunque la mancanza di qualcosa, o anche una separazione fisica, una perdita, ma anche l’aspirazione, il desiderio di qualcosa che non c’è o non è possibile; ognuna di queste mancanze però, tutto questa aleatorietà di qualcosa che svanisce, è anche al tempo stesso talmente presente da divenire pienezza, da impregnare e lasciare le sue tracce ovunque, come un odore, le cui note dominanti sono quasi svanite, eppure indiscutibilmente ancora presenti.
Eccellente esordio per questa scrittrice cresciuta a Calgary e che attualmente lavora come libraia a Victoria, Canada, un talento, sia a livello di contenuti che di prosa – originale, precisa, efficace, toccante, sperimentale nel ricorrente uso della seconda persona, ma anche nelle voci narranti che si alternano a rendere una diversità di punti di vista che sola può tentare di rendere la complessità di un carattere – , un’autrice da non perdere di vista insomma, nell’attesa del suo prossimo lavoro.
Rita Ciatti

Deborah Willis
Svanire
Del Vecchio Editore – 2012
294 pagine – Euro 13,00

newsletter mentinfugaIscriviti alla newsletter

-----------------------------

Se sei giunto fin qui vuol dire che l'articolo potrebbe esserti piacuto.
Usiamo i social in maniera costruttiva.
Condivi l'articolo.
Condivi la cultura.
Grazie

Temi relativi all’articolo: