Sylvia Plath: cinque pagine di violenza.

copertina Sylvia Plath La campana di vetro
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Tutti conoscono il famoso romanzo di Sylvia Plath, La Campana di Vetro. Molte donne, per legittime svariate motivazioni lo amano e sono grate alla scrittrice morta assai giovane, per il testimone lasciato loro in termini di poesia e di racconto di vicende in cui potersi ritrovare, attraverso cui “empatizzare” con l’autrice, scoprire qualcosa di sé ancora nascosto alla propria coscienza.

Sylvia Plath è stata talmente generosa di parole e colori, da dipingere un orizzonte per molti lettori, meno brava a dipingerlo per sé, tanto da scegliere di lasciare per mano propria la sua vita, più di una volta e, infine, in modo decisivo.
È noto come la Plath sia stata un mito di cui ognuno si è sentito in diritto di appropriarsi – come sostiene Paolo Simonetti nella prefazione a La campana di vetro – trasformando la poetessa quando in eroina femminista, quando in vittima della tradizione patriarcale, quando in ribelle verso la società, ragazzina viziata, succube della madre, moglie infelice, madre snaturata e così via, lasciando in secondo piano l’estetica dell’opera in quanto tale.

Anche noi, tra i tanti, ce ne appropriamo oggi per focalizzarci sul racconto di un’esperienza della scrittrice, nascosta dietro il nome della protagonista Esther, per dare un contributo alla Giornata internazionale contro la violenza sulle donne. Non si tratta semplicisticamente di innalzare ad eroina femminista Sylvia, quanto piuttosto mettere in luce e lasciar vivere da soggetto chi in molte pagine del romanzo soggetto non è. Chi non è nella posizione di agire scelte ma solo subirle, chi cerca sempre di addossarsi una qualche responsabilità razionale per la crudeltà subita senza in realtà averne.

In appena cinque pagine, fisicamente centrali nel romanzo, emerge la chiara fenomenologia di una violenza. Che questa si sia tramutata o meno in un rapporto completo non fa la differenza, è già chiarissima la violenza nel linguaggio, nell’atteggiamento, nella considerazione che il ragazzo ha della ragazza. In termini filosofici, Sylvia/Esther sarebbe un altro da sé reificato, e nemmeno all’altezza di un oggetto come il diamante che Marco, il ragazzo, reclama alla fine di queste schermaglie tutt’altro che amorose. Siamo in una festa tra ragazzi in età da college ed Esther/Sylvia, vestita con un tubino nero e una stola a frange gialla, sentendosi circondata da facce vuote come piatti vuoti, da gente che pareva non respirasse neppure, racconta così il suo incontro con Marco, colui che, se non si fosse con energia ribellata, l’avrebbe del tutto violentata:
Il sorriso di Marco veloce e guizzante, mi ricordò un serpente che avevo stuzzicato per gioco allo zoo del Bronx. Quando avevo picchiettato con le dita lo spesso vetro della sua gabbia, il serpente aveva spalancato di scatto le ganasce come se sorridesse. Poi venne l’attacco fulmineo, ripetuto, contro la lastra invisibile, finché non mi fui allontanata.”
Esther sottintende una provocazione, sovrapponendo l’episodio del serpente dello zoo e il suo picchiettare il vetro. Una provocazione che in realtà nel racconto del rapporto tra i due non c’è. E che non giustificherebbe comunque la modalità di imposizione forte che Marco agisce su di lei, sul suo braccio, con le sue dita e con le sue parole.
“(…) Poi Marco mi afferrò per il polso con tanta forza che dovetti sbrigarmi a scegliere tra il seguirlo sulla pista o lasciarmi staccare il braccio. (…)
– Tu non devi ballare. Ballo io
– Mi allacciò in vita e mi attirò con uno strattone contro la sua giacca bianca abbagliante.
Poi disse:- Fai come se stessi annegando –“.

Spesso nel testo l’autrice accosta al primo impatto con Marco aggettivi di luminosità, che si trasformeranno in abbaglio. Tanto che sono i colori cupi a tingere le prossime scene con forza. Fuori dalla pista da ballo, in giardino, nella notte senza luna che perfettamente descrive Sylvia Plath, in cui Esther è trascinata a forza. Dal dialogo in cui lui è ambiguamente rispettoso, falsamente interessato alle domande, ma in realtà il conduttore del gioco malvagio, si passa presto alla forza fisica.
Ciò che qui Sylvia sta raccontando è un’esperienza di quasi violazione, comunque di abuso di forza e poter e da parte di un ragazzo, un uomo che odia le donne, come lei stessa lo definisce, sempre in mezzo a modelle e esperte di moda, ma innamorato morbosamente solo della cugina.

Non mi era mai capitato di incontrare un vero misogino. Capii che Marco odiava le donne perché, con tutte le modelle e le stelline della televisione che affollavano la sala quella sera, si dedicò esclusivamente a me. E non per gentilezza e nemmeno per curiosità, bensì perché io ero la donna che gli era toccata, come una carta di un mazzo di identiche carte da gioco.

Esther gli parla come se lui avesse un’anima pura, come a dargli dei consigli, e lui invece considera le donne tutte uguali conservandone un giudizio estremamente negativo. C’è una pressione fisica, la spinta verso il fango, le strette che lasciano il segno livido sulla pelle, morsi dolorosi e infine lo sconforto del predatore che non è riuscito a violare definitivamente la sua preda. Una rabbia, un’indignazione.

Poi mi si buttò addosso a faccia in giù come se volesse trapassarmi fino al fango (…)
Puttana – la parola esplose vicino al mio orecchio.

Umiliata, per divincolarsi gli tira un pugno e Marco, prima di andarsene, col sangue che gli cola dal naso disegna come due solchi sulle guance di Esther. Il vestito è tutto lacerato e a causa della violenza di Marco lei è impresentabile per tornare da chi conosce, alla festa da cui lui l’aveva a forza allontanata, mascherato da cavaliere. Di certo un evento traumatico, sebbene non venga mai definito tale dall’autrice la quale con molto cinismo e apatia racconta l’ultima notte al college, subito dopo la festa. Sarebbe infatti l’indomani tornata a casa dalla madre, lasciandosi alla deriva come i vestiti del suo fagotto lanciati al vento dell’inizio di una nevicata sui tetti di New York. I vestiti non avevano più importanza come i suoi progetti e i suoi vani tentativi di legami sani e relazioni. Il vento si mise d’impegno, ma senza successo, e un’ombra simile a un pipistrello planò su un tetto poco più in basso, scrive.

Adelaide Roscini

Sylvia Plath
La campana di vetro
Traduttore: Adriana Bottini, Anna Ravano
Editore: Mondadori
Collana: Oscar moderni
Anno edizione: 2017
Pagine: XVI-228 p.

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