Tagli agli stipendi dei parlamentari tra slogan e provocazioni

Roma Palazzo Montecitorio
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Volete voi ridurre i costi della politica?”. È questa una delle espressioni presenti, in una dicitura leggermente diversa, sul quesito della scheda referendaria, nonché uno degli slogan utilizzato con maggiore frequenza da parte delle forze politiche favorevoli alla riforma costituzionale. Si tratta di uno slogan di sicuro impatto, poiché tocca da vicino uno dei temi da sempre più ostici in merito alla politica: i costi delle istituzioni e dell’apparato burocratico-amministrativo, che, almeno per gran parte dell’opinione pubblica, sono spesso sinonimi di corruzione, malaffare, spese eccessive.
Cercare voti e consensi puntando il dito su questo aspetto della riforma – piuttosto che su altri, legati invece al mutato assetto costituzionale – è ovviamente una mossa strategica, politica insomma e nemmeno troppo incomprensibile. Stesso gioco, del resto, di chi sfrutta il voto referendario come occasione di giudizio nei confronti delle politiche governative, senza entrare nel merito di una riforma che modificherebbe in maniera significativa la struttura e il funzionamento istituzionale. Insistere sull’argomento dell’eventuale riduzione dei costi, dunque, non è sbagliato in sé, a patto, ovviamente, che ciò sia supportato da una concreta analisi dei futuri meccanismi istituzionali. L’importante, però, sarebbe dare un seguito agli slogan, altrimenti si rischia di scivolare verso una politica ricca di striscioni, incitazioni dette al megafono e poca sostanza.

Quindi, facciamo un tentativo. Volete voi ridurre i costi della politica? Sì, convintamente Sì, direbbero i promotori della riforma. Eppure hanno detto No, convintamente No.
In realtà, la domanda rivolta ai politici era leggermente diversa, ancora più diretta e, proprio per questo, probabilmente più delicata: Volete voi ridurvi lo stipendio? E si sa, rispondere SI a un quesito del genere è complicato per tutti, persino per chi insiste sulla necessità di ridurre i costi della politica.

Pochi giorni fa è approdato alla Camera il disegno di legge firmato dalla deputata Roberta Lombardi e targato Movimento 5 Stelle. Il testo prevede il dimezzamento dello stipendio percepito dai parlamentari, che ammonterebbe così a circa 5000€ lordi, più l’eliminazione delle indennità aggiuntive e della diaria, ossia la quota relativa alle spese di soggiorno a Roma, per coloro che sono residenti nella Capitale. La proposta ha incontrato l’opposizione di buona parte dell’aula, la quale ha rispedito, senza troppi rimpianti e patemi, il testo di legge in Commissione. Dunque, non un rifiuto esplicito alla proposta; di certo, però, nemmeno un’accoglienza troppo entusiasta nei suoi confronti. Un Nì, insomma, neanche troppo convinto, che fa restare immutati piani, schemi politici e propagande varie. Uno 0-0 scialbo, si direbbe in gergo calcistico. Tuttavia, ancora una volta, a perdere è stata la politica, la nobile arte decaduta.

Innanzitutto, infatti, il modo con cui, all’interno dell’aula parlamentare, è stato condotto il dibattito somigliava a un salotto di un qualche talk show televisivo, interessato molto all’audience e poco alla qualità dei programmi proposti. In questo caso, ovviamente, l’obiettivo non era fare ascolti o sbarazzare la concorrenza di un’altra emittente televisiva, ma ottenere e cumulare consensi, puntando sulla denigrazione delle proposte altrui e non sulla valorizzazione delle proprie. Tutto ciò ha dato origine a una serie di provocazioni, battute, interventi ironici, come se il reale scopo della lotta politica fosse quello di ricevere gli applausi, spesso divertiti, dei membri del proprio partito, piuttosto che i favori di popolo e platea.
Gli esponenti dell’uno e dell’altro schieramento politico hanno sfruttato la discussione concernente la proposta di legge per tornare a parlare di referendum, sfoggiando gli ennesimi slogan di una campagna referendaria che, da tempo, ha convinto pochi e reso indecisi molti. Così, ognuno, ha finito per ribadire e difendere le proprie ragioni: in un caso, sostenendo che il mutato assetto costituzionale garantirebbe risparmi ben maggiori di quelli derivanti dalla riduzione degli stipendi; nell’altro, sostenendo la medesima tesi, in maniera naturalmente ribaltata, s’intenda.
Un altro elemento significativo è stato, secondo il mio giudizio, il comportamento tenuto dai fautori della riforma costituzionale. Comportamento che ha rivelato la palese volontà di rinviare il voto sulla legge a data da destinarsi, ma sicuramente successiva al referendum del 4 dicembre. Possibile che dietro vi sia un calcolo politico che, razionalmente, impedisce di fare brutte figure di fronte all’elettorato italiano prima del tanto atteso voto sulla riforma? Il dubbio resta. Certamente, infatti, opporsi adesso al DDL Lombardi significherebbe sconfessare tutta quella campagna referendaria che ha posto al centro dei suoi meriti proprio la riduzione dei costi della politica. E a un mese dal referendum, questo, è un lusso che non ci si può permettere.
L’onda della ricerca del consenso non risparmia proprio nessuno e finisce, così, per investire pure chi il taglio degli stipendi parlamentari lo ha proposto. Anche il loro atteggiamento non ha infatti brillato per originalità e vigore politico, rivelandosi, al contrario, piuttosto furbo. Non tanto – come pure qualche parte politica ha sottolineato – per aver fatto una proposta che, visto tempi e logiche attuali, difficilmente sarebbe potuta passare (al riguardo si può obiettare che i grillini la riduzione del loro stipendio già la applicano da diverso tempo), piuttosto per aver cercato di mettere in ridicolo i loro nemici politici. Obiettivo? Svilire l’altra parte politica in vista del referendum. Dunque, dalla strenua difesa della legge si è passati al contrattacco dialettico con il tentativo di screditare la “casta” dei politici.
In sostanza, a trionfare è stata allora la demagogia, spalleggiata da una retorica priva di contenuto politico, ma ricca di riferimenti sarcastici che non hanno risparmiato nessun partito e deputato.

Il contenuto della proposta di legge non è certo immorale (seppur dagli esiti contenuti, in quanto gran parte degli introiti dei parlamentari derivano dai rimborsi, i quali dovranno però essere rendicontati, e agevolazioni varie); immorale, invece, è il modo con cui entrambi i partiti hanno affrontato la discussione, sfruttando il momento dedicato a un confronto costruttivo per innescare una nuova battaglia referendaria a colpi di scintille e sfide verbali arroganti che poco hanno a che fare con il dibattito puramente politico.
Quel che resta, comunque, è che i parlamentari, per il momento, abbiano deciso di non approvare la proposta di legge, lasciando invariati guadagni e portafogli. La misura presentata dal Movimento 5 stelle, piuttosto che da un punto di vista di effettivo e consistente risparmio economico, sarebbe stata una risposta positiva sul piano simbolico nei confronti dei cittadini: una dimostrazione di consapevolezza, razionalità, forse anche di rispetto.
Quindi, alla fine, la domanda andrebbe rivolta ai politici, e non agli elettori, a prescindere dai vari slogan: Volete voi ridurre i costi della politica? Perché, attualmente, la risposta appare poco chiara e quanto mai confusa.
Lorenzo Di Anselmo

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