Taglio dei parlamentari: appunti per un no.

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La Riforma costituzionale diretta alla riduzione del numero dei Parlamentari sarà a breve alla prova del referendum a cui la Cassazione ha dato il via libera. È il Presidente della Repubblica che dovrà convocarlo con un decreto “su deliberazione del Consiglio dei ministri” che è tenuto a farlo entro 60 giorni dal a partire dal 22 gennaio scorso quando, appunto, è arrivata la conferma dalla Cassazione.

In questa sede non ci occuperemo di altre questione connesse alla nuova legge costituzionale come una nuova e necessaria legge elettorale, o i risvolti che attengono alla formazione dei gruppi parlamentari con le Camere modificate (ad oggi occorrono 20 deputati e 10 senatori per la costituzione di un gruppo) o quelli della rappresentanza regionale nell’elezione del Presidente della Repubblica che finirebbero con l’avere un peso maggiore di quello di ora.

È mia intenzione concentrarmi sui temi della rappresentanza e della democrazia che verrebbero ad essere seriamente intaccati. E da qui la mia totale avversione ad una riduzione del numero dei parlamentari in quanto populista, nel senso retrivo del termine, e demagogico. Porterebbe ad gruppo ristretto che, di fatto, contrariamente a quanto dichiarato nelle intenzioni dei tanti, dentro e fuori la politica, finirebbero con l’essere una élite ancora più ristretta.

Sgombrerei subito il campo dalla motivazione da cui è partito l’ultimo slancio per questa riforma. Il costo della politica e le retribuzioni dei parlamentari e più in generale della cosiddetta casta. Va detto in primis che il risparmio che ne verrebbe fuori non risulta così rilevante: il Governo parla di 500 milioni di euro circa per ogni legislatura quindi meno di 100 milioni all’anno ma le stime da più parti sono considerate molto ottimistiche [1].
Ma, come è giusto che sia, se volessimo contribuire ad una riduzione dei costi della politica, le strade da perseguire sono altre: l’eliminazione dei doppi incarichi politici e non, un abbassamento degli stipendi (comunque non eccessivo per evitare che si possa intaccare l’autonomia e l’indipendenza del ruolo) e poi, ragionando sulla fiscalità generale che, riportata a livelli maggiori sui redditi più alti, si porterebbe dietro maggiori entrate dalle imposte sugli stipendi e sulle pensioni anche dei parlamentari senza problemi di retroattività della norma come accaduto nei tentativi del recente passato.
E poi la dovremmo smettere di assimilare il Parlamento e quindi la democrazia attraverso la rappresentanza popolare ad un’azienda con il suo conto profitti e perdite.

Il sito del Governo così recita: «la proposta di legge costituzionale prevede una drastica riduzione del numero dei parlamentari modificando gli articoli 56 e 57 della Costituzione passando dagli attuali 630 a 400 deputati e dagli attuali 315 a 200 senatori. L’obiettivo è duplice: da un lato favorire un miglioramento del processo decisionale delle Camere per renderle più capaci di rispondere alle esigenze dei cittadini e dall’altro ridurre il costo della politica (con un risparmio stimato di circa 500 milioni di euro in una Legislatura).
La riforma consentirà all’Italia di allinearsi al resto d’Europa: l’Italia, infatti, è il paese con il numero più alto di parlamentari direttamente eletti dal popolo (945); seguono la Germania (circa 700), la Gran Bretagna (650) e la Francia (poco meno di 600)» [2].

Della questione economica abbiamo già parlato. Per lo snellimento del “processo decisionale”, del quale non c’è nessuna certezza ad oggi, sorge spontanea una domanda: perché non occuparsi di una riforma che mettesse al centro una più ampia separazione delle funzioni delle due Camere che obbligano al riesame e alle continue votazioni delle leggi?
E comunque temo che il concetto di snellimento sembra essere un modo per mettere a tacere minoranze.
In generale poi la bontà delle leggi non dipende dal numero di rappresentanti ma dal livello gli di preparazione e dedizione di questi ultimi.

Un numero minore di parlamentari significherà collegi più estesi con la necessità di maggiori risorse finanziarie per poter essere eletti. Le conseguenze sarebbero: maggiori possibilità per chi può essere sostenuto economicamente o di suo ha le risorse necessarie, e quindi scelta di classe; maggiori possibilità dei grandi finanziatori di orientare le scelte dei parlamentari con un ulteriore aggravio delle forze economiche di decidere del futuro dei cittadini; probabile aumento della corruzione a causa della ricerca di fondi. E tutto questo aumenterebbe i costi della politica demolendo ancor di più l’argomentazione di cui sopra.

Ginevra Cerrina Feroni, professore Ordinario di Diritto Pubblico Comparato all’Università degli Studi di Firenze in una sua audizione alla Camera spiegava che «sono mutate in questi decenni di vigenza della Costituzione le ragioni sociali, culturali, economiche e politiche che giustificarono allora una così capillare e diffusa rappresentanza. Con la riforma in discussione ogni deputato andrebbe a rappresentare circa 150.000 abitanti e ogni senatore circa 300.000. Un numero ragionevole che – anche alla luce delle nuove forme di comunicazione non ancora esistenti nel 1948 – consente di escludere ripercussioni negative sul piano del collegamento dei parlamentari con i propri territori». Posto che non sempre le “nuove forme di comunicazione” assicurino una relazione di rappresentanza corretta perché ad esempio il web non è più, e forse non lo è mai stato, democratico e il ruolo attuale dei social nella fabbricazione del falso dimostrerebbe di quanto maggiore attenzione occorrerebbe [3].

Come ha scritto il magistrato e presidente di sezione della Corte di Cassazione, Domenico Gallo «il nodo centrale resta la crisi della rappresentanza: lo scioglimento dei partiti di massa e le leggi elettorali hanno prosciugato i canali di collegamento fra il Parlamento e la società, fra la società civile e la società politica, che si è resa autonoma dal popolo sovrano ed è diventata autoreferenziale attraverso la manomissione dei meccanismi della rappresentanza politica. Per questo nel linguaggio corrente la rappresentanza politica viene percepita come una casta. Solo che per curare la malattia ci viene proposto di uccidere il malato» [4].

Alessandra Algostino, docente di Diritto costituzionale all’Università di Torino chiarisce molto bene altri aspetti fondanti per una scelta contraria alla riforma: rappresentanza e sovranità popolare. In proposito leggiamo che «il riverbero sulla rappresentanza è evidente, con una diminuzione della possibilità per il cittadino di veder eleggere un “proprio” rappresentante, abbassando il grado di potenziale identificazione del rappresentato con il rappresentante; si restringono le possibilità di scelta e si comprime l’angolo visuale della lente che specchia la realtà e la complessità della società. Ne risulta incrementato il senso di estraneità rispetto alle istituzioni, si approfondisce il solco che separa società e istituzioni. […] Ad essere depotenziato è il principio di sovranità popolare. Esso non vive solo nelle forme della rappresentanza (restando in particolare imprescindibile una partecipazione attiva dei cittadini, attraverso l’esercizio dei diritti e la mobilitazione dal basso) ma, indubbiamente, la rappresentanza ne costituisce un’estrinsecazione significativa. Si possono estendere all’alterazione della rappresentanza prodotta dalla diminuzione del numero dei parlamentari, le affermazioni della Corte costituzionale a proposito dell’uguaglianza del voto: non si può produrre “una eccessiva divaricazione tra la composizione dell’organo della rappresentanza politica, che è al centro del sistema di democrazia rappresentativa e della forma di governo parlamentare prefigurati dalla Costituzione, e la volontà dei cittadini espressa attraverso il voto, che costituisce il principale strumento di manifestazione della sovranità popolare” (sentenza n. 1 del 2014)» [5].
C’è abbastanza per un no deciso.
Pasquale Esposito

[1] https://www.repubblica.it/economia/2019/07/24/news/quanto_si_risparmia_davvero_con_il_taglio_del_numero_dei_parlamentari_-231936717/ 
https://codacons.it/riforme-codaconscon-taglio-parlamentari-risparmio-13-euro/ ; https://ilmanifesto.it/taglio-dei-parlamentari-il-governo-anticipa-la-riforma-per-parlare-di-costi/ ;
[2] http://www.riformeistituzionali.gov.it/it/la-riduzione-del-numero-dei-parlamentari/
[3] Domenico Gallo, “Riduzione dei parlamentari, perché no!”, https://volerelaluna.it/politica/2020/01/24/riduzione-dei-parlamentari-perche-no/, 24 gennaio 2020
[4] https://www.osservatorioaic.it/images/rivista/pdf/2019_3_01_CerrinaFeroni.pdf
[5] Alessandra Algostino, “Rappresentanza e sovranità popolare alla prova della riduzione dei parlamentari”, https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2019/10/03/rappresentanza-e-sovranita-popolare-alla-prova-della-riduzione-dei-parlamentari/, 3 ottobre 2019

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