Tangentopoli turca: crisi di governo e scontro di poteri

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È esplosa una pesante crisi di governo. Il premier turco ha annunciato addirittura un ampio rimpasto governativo che prevedrà ben dieci nuovi ministri. E intanto si rivedono i manifestanti in piazza e gli scontri con le forze dell’ordine. Si sono dimessi il ministro dell’Economia Zafer Caglayan, quello dell’Interno Muammer Guler e quello dell’Ambiente e Urbanizzazione Erdogan Bayraktar. Il motivo? I loro figli sono finiti in carcere a causa di un’inchiesta giudiziaria.


Turchia. Bodrum, 2013. Foto Mariarosaria Pontonio
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È possibile che alla fine di questo 2013 sia deflagrato uno scontro di potere all’interno del gruppo dirigente della Turchia dell’ultimo decennio. Il 17 dicembre scorso la procura di Istanbul ha ordinato, dopo un anno di indagini, alcune decine di arresti a Istanbul, Ankara, Trebisonda e Mardin. A finire in manette c’è un pezzo importante del gotha economico-politico del Paese che avrebbe costruito un sistema di corruzione intorno all’edilizia e ad altri affari come quelli con Russia e Iran. Abbiamo già detto dei figli del potere politico, ma in  manette è finito anche il direttore generale della banca pubblica Halkbank il cui titolo perdeva il 5% in borsa.
Un duro colpo per l’immagine dell’economia turca e di uno dei suoi principali artefici: il premier Erdoğan che con il suo Partito Giustizia e Sviluppo (AKP) ha portato il paese di Atatürk a diventare la sedicesima potenza economica al mondo, con un Pil che dal 1990 al 2009 è quadruplicato.


Turchia. Cappadocia, 2013. Foto Mariarosaria Pontonio
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Leggendo i commenti degli analisti quello che accaduto sembra essere il risultato di una vera e propria lotta fratricida che vede da una parte i sostenitori del movimento religioso Hizmet con a capo Fethullah Gülen, auto-esiliatosi negli Stati Uniti, e dall’altra una parte del gruppo dirigente dell’AKP.
Il movimento, fin dall’ascesa di Erdoğan, è stato un alleato e sostenitore dell’AKP ma i rapporti si sono deteriorati con il tempo. «Allo scoppio del caso diplomatico tra Turchia e Israele nel 2010 Gülen, coerentemente con le sue note posizioni atlantiste e filo-israeliane, criticò aspramente il premier turco, che si vendicò facendo rimuovere dall’incarico il pm di Istanbul Zekeriya Öz, membro di spicco di Hizmet e titolare dell’inchiesta su Ergenekon. All’inizio del 2012 la magistratura legata a Gülen chiamò a testimoniare Hakan Fidan, capo dei servizi segreti turchi (Millî İstihbarat Teşkilatı, MİT) e strettissimo collaboratore di Erdoğan, nell’ambito di in un delicatissimo processo sui legami tra intelligence e terrorismo» [1]. A questo va aggiunto il progetto, nell’ambito delle riforme per la “democratizzazione”, di chiudere le scuole preparatorie (Dershanes) e trasformarle in scuole private a tutti gli effetti. «All’interno della società turca il movimento Hizmet si è espanso in molteplici direzioni (fanno capo al movimento ad es. la Journalist and Writers Foundation e il quotidiano Zaman) ma è proprio attraverso il settore dell’educazione, in particolare le dershanes, che la pervasività del movimento è stata più incisiva. La proposta del governo è stata immediatamente interpretata come un attacco frontale nei confronti del movimento portando numerosi analisti a vedere in questa mossa un tentativo da parte dell’AKP di prendere le distanze da un movimento con cui in passato aveva avuto rapporti molto stretti […]» [2].

La ribellione dei milioni di manifestanti di Gezi Park aveva già provocato un tremendo scossone al governo che ha provato a rimediare con l’approvazione del pacchetto di ‘democratizzazione’ presentato il 30 settembre. Ma le misure se hanno fatto fare qualche passo nel processo di adesione all’UE non ha suscitato grande entusiasmo in patria. Stiamo parlando delle aperture verso le minoranze represse con la possibilità di insegnare il curdo nelle scuole private, ma non in quelle pubbliche, di utilizzare  alcune lettere curde, come “q,” “w” e “x” senza incappare in voti inferiori, di utilizzare i nomi di alcuni villaggi originariamente non turchi del ‘Kurdistan’. Tra l’altro restano intatte le leggi anti terrorismo che hanno consentito e consentiranno la repressione del dissenso.
Il premier Erdoğan ha inoltre promesso di abbassare a breve la soglia del 10% per le elezioni politiche dando l’opportunità a partiti minori di accedere ai finanziamenti e di entrare in Parlamento.
Tutto ciò non basta, e non basta nemmeno la linea di difesa adottata con le solite purghe dei funzionari e il consueto ricorso complotto internazionale per spiegare gli eventi. E non basta il rimpasto. Per le elezioni del 2014 ci vorrà altro per raggiungere gli stessi livelli di consenso.

Pasquale Esposito

[1] Carlo Pallard, “TURCHIA: L’ombra di Gülen sul futuro di Erdoğan”, www.eastjournal.net, 23 dicembre 2013
[2] Filippo Urbinati, “Cosa si cela dietro la riforma della scuola? Erdoğan, Gülen e la questione curda”, www.cronacheinternazionali.it, 10 dicembre 2013

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