Paradisi fiscali, tassa minima globale sui profitti e sviluppo

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La proposta del Segretario al Tesoro statunitense, Janet Yellen di innalzare la tassa sui profitti delle grandi aziende e di una tassa minima globale sui guadagni fatti all’estero è sicuramente un cambio nella politica fiscale rispetto a Trump.

Una proposta che se attuata renderebbe la vita più difficile ai paradisi fiscali e di conseguenza alle aziende che trovano continuamente soluzioni per non pagare tasse o per pagarne in misura molto limitata. Un sistema iniquo che sottrae ingenti risorse finanziarie per tutte le attività pubbliche necessarie, dalla sanità all’istruzione alla ricerca e anche alla lotta alle disuguaglianze.

Vale la pena sempre ricordare che il mantra degli economisti liberisti e delle amministrazioni di destra è da sempre quello di limitare le tasse sui profitti (e più in generale tutte le tasse) perché si favoriscono gli investimenti e quindi la crescita e il lavoro. Ma poi si scopre sempre che le cose non funzionano così nella realtà. È il caso dell’esenzione dall’imposta sulle società voluta da Trump e che avrebbe dovuto far rientrare negli USA le aziende «ma solo un piccolo numero di esse ha effettivamente messo quel denaro extra verso salari o investimenti dei lavoratori. Invece, dozzine delle migliori società statunitensi hanno semplicemente premiato gli azionisti e pagato bonus ai massimi dirigenti. Un rapporto del Dipartimento del Tesoro e dell’Office of Management and Budget pubblicato nel 2019 ha rilevato che i tagli fiscali di Trump hanno causato un aumento del deficit statunitense al 26% in un solo anno. Oltre ai massicci aumenti della spesa militare da parte di Trump, la causa principale è la perdita di entrate, derivante dalle agevolazioni fiscali del GOP [il Partito repubblicano, ndr] per le società e gli individui più ricchi» [1].

I mancati introiti per l’erario dovuti all’elusione fiscale attraverso la pratica del trasferimento degli utili (profit shifting) sono enormi e

«tutte le stime, anche le più prudenti, rivelano numeri da capogiro. Si stima che il 40% del profitto di gruppi multinazionali venga spostato in paradisi fiscali. Tra i paesi maggiormente colpiti da questo fenomeno troviamo diversi stati europei, quali Germania, Spagna ed Italia. L’Unione Europea nel suo insieme è fonte del 30% del profitto eluso. Inoltre, le stime ci dicono che, solo nell’Unione Europea, il profitto “spostato” abbia causato perdite fiscali annue pari al 18% del totale del gettito delle tasse sulle imprese e pari al 19% in Italia» [2].

L’amministrazione Biden vorrebbe portare l’aliquota sulla tassa sui profitti dal 21% al 28% (e su questa ha detto che si può mediare) e innalzare dal 10,5% al 21% quella sul profitto di controllate straniere di società americane che verrebbe ora calcolata nazione per nazione. Di fatto si tratta di costringere a pagare le multinazionali in patria la differenza in caso di all’estero fossero tassate con aliquote inferiori.
Secondo il Financial Times la proposta per una tassa minima globale sarebbe stata inviata a centoquaranta paesi con le prime proposte.

La proposta dell’amministrazione statunitense incontra molti favorevoli ma nella UE la realtà è complicata dal fatto che ha al suo interno dei veri e propri paradisi fiscali e livelli di tassazione estremamente diversi che spingono le società a risiedere legalmente in Lussemburgo o in Olanda o in Irlanda. Mentre una multinazionale americana deve uscire fuori dai confini USA per pagare poco o zero tasse, una multinazionale europea può farlo in casa.

Su questi meccanismi bisognerà approfondire perché dei dubbi sorgono. Infatti si potrebbe rischiare che questa “riforma fiscale” favorisca solamente le necessità dei paesi sviluppati. Nel caso specifico la tassazione extra dei profitti in base alle aliquote di due paesi è prevista nel paese in cui risiede la casa madre e «cioè il luogo in cui l’imposta è applicabile per la prima volta. Dato che quasi il 30 per cento delle società Forbes 2000 si trova negli Stati Uniti, l’attuazione di questa proposta è più adatta alle esigenze degli Stati Uniti» [3].

Non è solo una faccenda di equità, anzi Biden per poter mettere in atto il suo piano di ripresa economica da 2.300 miliardi di dollari in dieci anni ha bisogno di denaro per le casse federali ed è meglio cercare una condivisione globale per affrontare i repubblicani al Congresso e le lobby delle multinazionali. Biden per ridare un ruolo di primo piano agli USA nelle dispute globali deve accorciare i ritardi accumulati in alcuni settori e deve diventare leader in altri. E così

«parlando al Chicago Council on Global Affairs, Yellen ha spiegato bene il suo punto di vista: “La competitività non riguarda solo il modo in cui le aziende con sede negli Stati Uniti si comportano nei confronti di altre aziende nelle offerte di fusioni e acquisizioni. Si tratta di assicurarsi che i governi abbiano sistemi fiscali stabili che raccolgano entrate sufficienti per investire in beni pubblici essenziali e rispondere alle crisi, e che tutti i cittadini condividano equamente il peso del finanziamento dello Stato”» [4].

Pasquale Esposito

note
[1] Benjamin Fearnow, “Top US CEOs Open to Corporate Tax Rate of 28%, Biden Says Trump Cuts Failed”,  8 aprile 2021
[2] Tortuga, “Tassa minima globale sui profitti: è sufficiente la proposta Usa?”, 20 aprile 2021
[3] Suranjali Tandon, “Why the US Treasury’s call for a global minimum tax is unfair to developing economies”, 19 aprile 2021
[4] Martino Mazzonis, “Tasse per tutti, la proposta Yellen e le Big Tech”, 8 Aprile 2021

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