Tassare i ricchi (solo negli USA)!

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Tassare i ricchi riduce certamente le diseguaglianze, tuttavia è una misura che serve realmente al bilancio statale? Infatti come sostengono gli economisti di scuola liberale i ricchi sono pochi, le entrate provenienti da una maggiore tassazione nei loro confronti porterebbe poco danaro nelle tasse dello Stato. E comporterebbe  massicci tentativi di elusione ed evasione. Come si decide se una famiglia o una persona è ricca? Esiste la categoria omogenea dei ricchi?
Per approcciare la questione è meglio evitare polemiche di cortile ed esemplificare con qualche riferimento agli Stati Uniti. Anche perché le recenti dispute elettorali Obama – Romney hanno reso attuale l’argomento.
Un primo grave problema! Le riforme fiscali vengono fatte dai politici (con sgomento degli economisti!). Keynes diceva dei politici “la loro stupidità è inumana” e duecento anni fa Smith era ancora più chiaro, “il politicante, ha come obiettivo la cattura immediata del consenso e guarda non alle conseguenze reali delle scelte politiche ma al modo in cui esse verranno percepite dall’opinione pubblica“.  Un altro grandissimo economista,  Alfred Marshall, cento anni fa era convinto che “gli studiosi di scienze sociali devono temere l’approvazione popolare; stanno certamente dalla parte del torto quando tutti parlano bene di loro”. Le riforme fiscali tra demagogia e stupidità!

I politici di destra esaltano la curva di Laffer, (cara a Reagan e Berlusconi) che mette in relazione l’aliquota di imposta (asse delle ascisse) con il gettito fiscale (asse delle ordinate). Graficamente la curva si presenta a forma di campana. Per cui all’aumentare dell’aliquota le entrate fiscali aumentano fino ad arrivare al punto massimo della curva, oltre il quale ogni aumento dell’entrata fiscale porta una diminuzione delle entrate perché aumentano evasione e  elusione. In realtà la curva nasce da un’intuizione di  Keynes, Laffer ha solo modificato le scale, abbassando in maniera significativa il livello fiscale che massimizza le entrate.

Con la riduzione delle aliquote l’obiettivo prioritario non è tanto lo stimolo dei consumi privati, attraverso la crescita dei reddito dei contribuenti al netto delle imposte. Gli obiettivi principali sono scoraggiare l’elusione e stimolare la produzione. Conseguenza finale inevitabile la crescita delle entrate erariali.

I politici di sinistra mostrano un atteggiamento diverso, una maggiore attenzione ai servizi e al welfare e tassazioni elevate che colpiscono anche i ricchi.  Il socialista Hollande ha proposto un’imposta del 75% per i redditi superiori al milione. Con buona pace di mister Arthur Leffer queste posizioni hanno  il supporto di autorevoli economisti che anche recentemente si sono schierati a favore di aumenti di tassazione (come Bach e Wagner in un articolo pubblicato sul sito Vox.eu: assicurano che un un banale prelievo fiscale del 10% in più sulla ricchezza di valore superiore ai 250.000 euro porterebbe in Germania maggiori entrate superiori al 9% del Pil, dal momento che i due terzi della ricchezza nazionale appartengono al 10% più ricco della popolazione).

La riduzione delle imposte, anche ai ricchi, non è una prerogativa esclusiva della destra liberista. Storicamente ma particolarmente negli ultimi decenni, un po’ in tutto il mondo i governi si sono impegnati a ridurre le aliquote di imposta o a incrementarlo a prescindere dall’orientamento politico. Così il governo conservatore spagnolo ha portato l’aliquota massima al 52% per i redditi superiori a 300.000 euro e quello conservatore inglese ha annunciato una decrescita graduale dal 50%  al 45 % che sarà completata per Aprile 2013!
Si registrano interventi di Obama che preannuncia aumento delle aliquote per i redditi più alti coerentemente con il suo orientamento.
Un altro democratico Roosvelt portò l’aliquota massima prima al 79 poi all’81% limitandola però ai redditi da 5 milioni di dollari, ma nel 1942, per  affrontare lo sforzo bellico la estese alla soglia di 200.000 dollari, e la portò prima all’88 poi al 94%. Per circa un ventennio, fino al 1963 restò sopra il 90%. Fu un altro democratico, Kennedy, a intervenire per una diminuzione della pressione fiscale e Johnson il suo successore, a introdurre un alleggerimento notevole dell’aliquota massima, scendendo al 77 e poi al 70%, per risalire al 75,3 nell’ultimo anno del suo mandato. L’aliquota marginale restò comunque alta, attorno al 70%, per un altro decennio, sia con presidenze repubblicane e democratiche.
Nell’82 parte la violenta detassazione dei redditi dei ricchi, Reagan porta l’aliquota massima al 50% dei redditi superiori a 85.600 dollari. Poi scende ancora e negli ultimi anni del mandato, stabilisce una soglia limite degli scaglioni di reddito attorno ai 30.000 dollari con un’aliquota del 28%: tutti tassati con la stessa aliquota dei redditi di un operaio qualificato o di un impiegato d’ordine.La riforma fiscale di Reagan ha raddoppiato il gettito dell’imposta sul reddito in dieci anni, da 517 a 1.035 miliardi di dollari. Lo stesso era accaduto con le riforma di Kennedy all’inizio dei ’60.
Nonostante i canti di vittoria dei liberisti convinti, l’aumento di gettito non ha aiutato il bilancio degli Stati Uniti e ha continuato a accrescersi  un deficit impressionante (anche di più se nel deficit statale si conteggiassero i deficit dei vari stati). Ben presto si è vanificato il lieve incremento della domanda e della produzione di beni di consumo che si è rivelato fattore congiunturale e non strutturale. Ma si sono alimentate gravissime disparità sociali. E si è creata una massa di capitali alla ricerca di impieghi e guadagni facili e con la moltiplicazione di ricchezze impressionanti si sono create le basi per  la finanziarizzazione selvaggia dell’economia che ha portato alle conseguenze che oggi tutto il mondo sta pagando.  Nel 1992 il 10% della popolazione più ricca in America controllava 20 volte più ricchezza del 50% dei ceti medio-bassi. Oggi la sproporzione è salita a 65 volte.
Giorgio Ricordy ha detto che le riforme repubblicane  sono state  la riscossa della destra più retriva contro il progresso sociale sviluppatosi da Roosvelt in poi, della stessa identità degli Stati Uniti in cui la crescita economica andava di pari passo con quella sociale e con l’espansione del benessere fra i ceti medi. Espansione e benessere che si erano sviluppati quando le tasse erano a livelli che oggi farebbero rabbrividire qualsiasi benpensante anche in Italia.
Ma chi sono i ricchi che devono essere tassati per risanare il deficit pubblico e evitare la recessione? La soglia di Obama è sopra i 200.000 dollari (150.000 euro) annui di reddito lordo , 250.000 per una coppia sposata. È il  2% dei contribuenti, 4 milioni di famiglie.
Come ha fatto notare F. Rampini in un recente intervento, tra questi contribuenti si incontrano situazioni molto diverse:  il 90 % è costituito da medici e altri professionisti ed esponenti della classe medio-alta che oltre a lavorare duramente, devono pagare tasse federali, statali, cittadine, la retta scolastica dei figli, le rette universitarie, l’assicurazione sanitaria, la rata del mutuo, e inoltre mettere da parte qualcosa per la pensione.
Il  restante 10% da Chief executive che guadagnano 600 volte il loro dipendente medio, e quando vengono licenziati per scarso rendimento incassano decine di milioni di buonuscita, e ultraricchi come Warren Buffet oBill Gates. È giusto mettere sullo stesso piano il luminare che salva vite umane e il trader che vive di speculazione, e guadagna molto di più di chi sta in sala operatoria o fa ricerca sperimentale di altissimo livello?
Per superare l’empasse l’economista Daniel Altman propone di non tassare i redditi ma solo i patrimoni.
«Il vero potere economico non si misura dal reddito ma dal patrimonio, è sul fronte delle ricchezze accumulate che si scavano le diseguaglianze più profonde. Il patrimonio totale degli americani valeva oltre 58.000 miliardi di dollari a fine 2010. Una patrimoniale secca dell’1,5% sulle proprietà finanziarie ed altri beni (imprese, case, automobili) produrrebbe un gettito superiore a tutte le attuali imposte sul reddito, inclusa perfino l’imposta di successione».
Altman propone una aliquota uguale a zero fino a mezzo milione di ricchezza, 1% dai 500.000 dollari al milione, e 2% sopra il milione di patrimonio. Ovviamente in aggiunta alle tasse sul reddito calcolate con le aliquote attuali ancora sotto il 40%.
La società di revisione contabile KPMG ha pubblicato due classifiche dei primi quattro paesi al mondo che tassano di più chi ha un reddito rispettivamente di 100 mila e 300 mila dollari l’anno, secondo i dati validi fino a luglio di quest’anno.

Tasse e contributi su 100 mila dollari di reddito annuo
Belgio 47%
Grecia 46,5%
Croazia 46%
Italia 45,6%
In questa classifica l’Italia è seguita da Germania, Austria e Danimarca. La Norvegia è al 17° posto e la Svezia al 20° (con un aliquota totale del 38%).
Tasse e contributi su 300 mila dollari di reddito annuo
Austria 55,8%
Francia 54%
Belgio 53,4%
Italia 51,4%

La fama di paesi come la Svezia di avere la tassazione più alta del mondo deriva dalla semplice osservazione delle aliquote, senza compiere altri calcoli. In effetti l’aliquota massima svedese è del 56,6% per chiunque guadagni più di 81 mila dollari l’anno (circa 70 mila euro). L’aliquota massima in Italia si ferma al 43% per chiunque superi i 75 mila euro di reddito.
Ma queste aliquote sono teoriche, non effettive: cioè non tengono conto ad esempio di una serie di agevolazioni e deduzioni. Fatti i dovuti conti, come nelle tabelle di KPMG, la Svezia risulta molto più in basso dell’Italia in classifica. Inoltre sono ovviamente escluse le tasse sul patrimonio come l’IMU e le tasse indirette come l’iva uguali per tutti [1].

In Italia qualcosa bisogna pur fare visto che ancora le tasse per il 90% sono pagate da reddito dipendente. Purtroppo solo 682 persone dichiarano più di 1 milione di reddito, mentre la ricchezza degli italiani è stimata in 9.000 miliardi circa, più di 4 volte il debito. Quindi i ricchi che eccedono questo numero hanno già eluso ed evaso per questo è molto difficile immaginare una tassazione sui redditi, è certamente più semplice pensare a una proposta sui patrimoni, che si ispiri  ad esempio alla proposta di Altman.
Bisogna evitare  che somme eluse e sfuggite al fisco italiano continuino ad alimentare i 21 trilioni di dollari che, secondo le stime del britannico Tax Justice Network, già trovano riparo  nei paradisi fiscali.

Francesco de Majo

[1] KPMG’s individual income tax and social security rate survey 2012

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