Al teatro, Sarte fa rima con Arte

Sarte di Scena al piccolo Grassi
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Milano ieri pomeriggio era inondata di luce temporalesca. Nubi dense, gravide di pioggia, si addensavano all’orizzonte lasciando intravedere di tanto in tanto squarci di cielo azzurro. Era una festa dei colori. Poteva piovere da un momento all’altro. Ma non ho rinunciato per questo ad andare al Teatro Piccolo Grassi dove i lavoratori, che per trentasei giorni hanno presidiato e occupato uno dei teatri più carismatici d’Italia, ci hanno salutato.

Venerdì gli stessi lavoratori, avevano presentato alle istituzioni la propria proposta di Riforma del Welfare e del Lavoro dello Spettacolo. Una proposta che è stata il frutto di un lavoro portato avanti dai diversi coordinamenti regionali, gruppi, compagnie, singoli. Proposta che poi ha dato vita a una petizione  che aspetta solo la nostra firma.
Ieri i saluti, con una commovente performance che portava nel chiostro Nina Ninchi del Grassi il lavoro delle sarte di scena, in rappresentanza di tutte quelle categorie di lavoratori che noi non vediamo mai, ma il cui lavoro è indispensabile a ogni buona riuscita di qualsivoglia spettacolo.

Sarte di Scena piccolo teatro grassi
Sarte di Scena Foto Gianfranco Falcone 2021

Martedì sarte di  scena e costumisti hanno legato le colonne del chiostro con metri e metri di scampoli di stoffa. Quasi un abbraccio simbolico in cui stringersi e stringere tutti coloro che a diverso titolo in queste settimane hanno difeso e sostenuto l’occupazione del Teatro Piccolo Grassi. Occupazione che sempre è stata pacifica, all’insegna della creatività, della cultura, e non in difesa di interessi egoistici di settore. Ma anche e soprattutto in difesa di valori come comunità, cultura, condivisione.

Sì. Ieri al Grassi c’erano le sarte e le costumiste in rappresentanza di manovali, tecnici del suono, elettricisti, attrezzisti, guardarobiere, autisti di camion che trasportano i materiali. Ieri c’erano le sarte in rappresentanza di quel mondo di invisibili tanto necessario e indispensabile all’arte. Non si tratta di maestranze marginali, assolutamente no. Del resto basta pensare che sarte fa rima con arte.

La performance è stata realizzata da Sarte di Scena, e la brava Francesca Di Traglia vestita di giornali ed elementi di riciclo sembrava una novella cenerentola o una madonna in pianto per la morte. Quale morte? La morte del teatro che in quest’anno di pandemia è stato abbandonato a se stesso e al nulla della politica.
Brava Francesca Di Traglia accompagnata da una musica struggente, eseguita da Marta Pistocchi al violino e Giovanni Melucci alla fisarmonica. Sembrava una fata di stracci e polvere, avviata a un destino funesto. Ma noi crediamo che come l’araba fenice risorgerà, trascina dall’allegria finale con cui protagoniste e protagonisti della performance hanno danzato nello spazio antistante il Teatro Grassi. Uniti da un filo di stoffa, che ben potrebbe essere il filo di speranza che ancora ci anima perché crediamo nella capacità rigenerativa, e di rigenerarsi, del teatro, dell’arte, della cultura.

Marta Pistocchi al violino e Giovanni Melucci alla fisarmonica
Marta Pistocchi al violino e Giovanni Melucci alla fisarmonica Foto Gianfranco Falcone 2021

Speranza a cui non abbiamo rinunciato neanche quando all’immaginario dell’arte si sono sovrapposti i cori dei tifosi festanti per la conquista dello scudetto da parte dell’Inter.
Ma il teatro la sa lunga e non ha ancor dismesso tutte le sue sette vite, e domani al Grassi ci sarà l’ultimo commiato. Ma non un addio. Perché poi la verità del teatro tutto sommato risiede sempre nei bei versi della Szymborska.

Gianfranco Falcone

Impressioni teatrali
Per me l’atto più importante della tragedia è il sesto:
il risorgere dalle battaglie della scena,
l’aggiustare le parrucche, le vesti,
l’estrarre il coltello dal petto,
il togliere il cappio dal collo,
l’allinearsi tra i vivi
con la faccia al pubblico.
Inchini individuali e collettivi:
la mano bianca sulla ferita al cuore,
la riverenza della suicida,
il piegarsi della testa mozzata.
Inchini in coppia:
la rabbia porge il braccio alla mitezza,
la vittima guarda beata gli occhi del carnefice,
il ribelle cammina senza rancore a fianco del tiranno.
Il calpestare l’eternità con la punta della scarpina dorata.
Lo scacciare la morale con la falda del cappello.
L’incorreggibile intento di ricominciare domani da capo.
L’entrare in fila indiana di morti già da un pezzo,
e cioè negli atti terzo, quarto, e tra gli atti.
Il miracoloso ritorno di quelli spariti senza traccia.
Il pensiero che abbiano atteso pazienti dietro le quinte,
senza togliersi il costume,
senza levarsi il trucco,
mi commuove più delle tirate della tragedia.
Ma davvero sublime è il calare del sipario
e quello che si vede ancora nella bassa fessura:
ecco, qui una mano si affretta a prendere un fiore,
là un’altra afferra la spada abbandonata.
Solo allora una terza, invisibile,
fa il suo dovere
e mi stringe alla gola.
Wislawa Szymborska

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