Terraferma. Un’esemplare testimonianza sul valore della fratellanza e sul dramma dei clandestini

Terraferma Crialese
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“Terraferma” è un grande film se preso per il verso giusto. L’ultimo lavoro di Crialese è un film stracolmo di stereotipi. Tutti i personaggi sono stereotipati, il nonno, i ragazzi settentrionali, i vacanzieri e i finanzieri, sono stereotipati anche gli immigrati.
Le situazioni sono schematiche: si contrappongono turisti a immigrati, forze dell’ordine inumano a forze di un ordine secolare ed umano, si contrappongono la legge scritta e burocratica a quella della coscienza che si tramanda oralmente, il mondo dei vecchi a quello dei giovani.

E’ super-classica la drammaturgia: contrapposizione tra chi è per una cosa e chi per quella opposta; azioni, compiute di notte, pericolose  perché fatte di nascosto a qualcuno che ti potrebbe scoprire; personaggi che cercano riscatto dopo aver commesso atti che ritengono deplorevoli. Anche esteticamente il film di Crialese non risparmia cose stra-viste come i primissimi piani sugli africani

con quell’espressione ormai codificata da milioni di fotografie tutte uguali che siamo stati abituati a vedere  e con il volto drammaticamente diviso a metà tra luce e ombra (lo faceva anche Rembrandt quando questa soluzione non era ancora stata praticata dieci miliardi di volte e soprattutto lo faceva con una densità drammatica mai più raggiunta nel mondo dell’arte).

Ma allora perché dico che si tratta di un grande film. Perché tutti gli stereotipi sono usati con consapevolezza e in modo compatto e solido per un preciso obiettivo finale: sollecitare anche emotivamente lo spettatore ad avere un punto di vista umano su una drammatica vicenda consunta dal frastuono dei media. Crialese non è grossolano perché sa fino a che punto spingersi, sa come tenere insieme gli stereotipi attraverso un’architettura visiva e narrativa solida, forte, coerente. Al punto che quegli streotipi diventano archetipi. Al punto che una trama esile, molto esile, viene dominata in modo così sicuro da ottenere il risultato di emozionare e far riflettere tutti e non annoiare nessuno.
Poi in alcuni punti del film Crialese ingrana la marcia e dimostra anche il suo straordinario talento di visionario.
Azzardo. Pensate a “Roma città aperta“. Soffermatevi sulla scena più famosa. Ritenete verosimile che la Magnani strattonando riesca a liberarsi dalla presa di così tanti soldati tedeschi, rifilando addirittura uno schiaffo ad uno di loro? Oppure pensate alla scena dell’interrogatorio-tortura che subisce Manfredi alla fine del quale l’ingegnere sputa in un occhio a Kappler, beh non solo non cede ma addirittura lo sputo? E i bambini che si affacciano a vedere l’esecuzione di Don Pietro non è un’esagerazione narrativa utile ad accrescere la tensione drammatica? Non pensate che i partigiani siano troppo partigiani, i preti troppo preti e i nazisti troppo nazisti? Eccetera eccetera. Ma “Roma città aperta” rimane un capolavoro e non credo che qualcuno lo possa mettere in dubbio. Il film di Rossellini aveva anche l’obiettivo di compattare il sentimento popolare attorno al mito fondativo della resistenza.

Crialese si pone invece l’obiettivo di aprire una breccia nella coscienza e nei sentimenti degli spettatori il cui punto di vista è ormai logorato dal ping pong tra divano e schermo televisivo. “Terraferma”, anche grazie a tutta la retorica che contiene, rimarrà nel tempo un’esemplare testimonianza sul valore della fratellanza e sul dramma degli immigrati clandestini che trovano dolore e morte invece di una vita più dignitosa.
Rocco Silano

Titolo originale: Terraferma – Genere: Drammatico Origine/Anno: Italia – 2011 – Regia:  Emanuele Crialese Interpreti: Filippo Pucillo, Donatella Finocchiaro, Mimmo Cuticchio, Beppe Fiorello, Timnit T., Martina Codecasa, Filippo Scarafia, Pierpaolo Spollon, Tiziana Lodato, Rubel Tsegay Abraha Sceneggiatura: Emanuele Crialese, Vittorio Moroni – Montaggio: Simona Paggi – Fotografia: Fabio Cianchetti – Musiche: Franco Piersanti

 

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