Terremoto 23 Novembre 1980. Un racconto tra cronaca e ricordi

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Il 23 novembre 1980 un tremendo terremoto provocò tante vittime e ingenti danni in alcune regioni dell’Italia meridionale. All’epoca non esisteva la Protezione civile e non c’erano strutture in grado di portare velocemente soccorso alle popolazioni colpite dal terremoto.
Furono giornate terribili e il numero delle vittime andò crescendo insieme al diffondersi di notizie sempre più avvilenti. Alcuni paesi erano scomparsi; altri avevano subito danni irreparabili: per tanti non c’erano cure, viveri, soccorsi e così via.
Chi ha vissuto quel periodo e la stagione della ricostruzione del dopo terremoto ha ben chiaro che, almeno in Campania, mutarono molte cose e le trasformazioni non furono sempre in positivo.
Per ricordare quei giorni proponiamo un testo di Antonio Fresa tratto dal suo “Neapolis, ovvero contro l’ovvietà del presente” (Intermedia Edizioni).
L’intreccio tra cronaca e ricordi personali è incentrato sul prima e sul dopo terremoto del 1980.

23 novembre 1980
Quando mia madre inventò la Protezione Civile

23 novembre 1980 Terremoto dell’Irpinia.
Era una domenica speciale e vale la pena raccontarla perché è una domenica che per molti di noi ha cambiato la storia.
Non credo di esagerare dicendo c’è stato un prima e c’è stato un dopo quella domenica: di sicuro la vita non fu più la stessa.

Era una domenica di novembre che sembrava una qualunque domenica di novembre. Una di quelle domeniche che portano via l’allegria perché, come avrebbe poi scritto un nostro amico, il lunedì mattina arriva la domenica pomeriggio.
E, senza scimmiottare il buon Leopardi, le attese erano definitivamente fugate in una sorta di nebbiolina umida che tratteneva la luce dei lampioni senza cedere speranze a chi inseguiva ancora un piccolo miraggio.
E quei pomeriggi domenicali erano pigri, involuti, incapaci di portare a qualcosa.
Ci incontravamo la domenica pomeriggio lì per strada per poche ore. Eravamo un piccolo gruppo di amici, stabile e consolidato.
Ognuno di noi era reduce dai riti domenicali che subivamo come una necessaria punizione.
Il sabato sera avevamo fatto tardi e i pranzi familiari, quelli che un giorno avremmo probabilmente apprezzato, ci sembravano un prezzo da pagare.
I parenti per casa arrivavano quando ancora non avevi la calma di ascoltare tante voci; c’era, sempre e comunque, uno zio un poco invadente che ripeteva sempre le stesse domande (Come va la scuola? E con quella ragazza? Quando ce la fai conoscere?); un cugino simpatico col quale scambiare un poco d’idee sul futuro.
E su tutto s’imponeva la voce di mia zia, capace di attraversare ogni parete e ogni porta; s’imponeva come una. punizione che di divino, a ben vedere il fondo oscuro del reale, aveva davvero ben poco
Non credo di fare un torto a mia zia, anche se le sono comunque molto affezionato. Da allora non ho più sopportato le persone con la voce squillante e penetrante come la sua; ogni sua frase sembrava una tortura per le mie orecchie assonnate e sembrava essere un presagio di ansia o di sfortuna per l’umanità intera. Anche l’argomento più banale assumeva, con la sua voce e la sua perversione, le vesti di un proclama alla nazione degno di Badoglio e della morte della patria.
Stavo ancora steso, da giovane ragazzo che cerca di consumare la domenica, nel mio letto, in quella stanza condivisa con mio fratello, e le sue parole mi riportavano al mondo senza alcuna mediazione.
Dal nulla al tutto; dal silenzio al clamore; dal riposo all’attivismo frenetico di chi sembra dover mutare le sorti del mondo con un pettegolezzo che d’interessante non poteva avere nulla.
Poi c’erano le partite di calcio che all’epoca si giocavano tutte allo stesso orario. Venivano poi le telefonate e la pigrizia.
Il liceo era finito da poco e ci sentivamo molto giovani e molto proiettati al nostro futuro.
Come avremmo potuto sapere che dopo quella domenica nulla, e dico davvero nulla, sarebbe più stato come prima?
Sembrava una domenica come tante altre; un’umida domenica di un novembre come tanti, da passare in famiglia e da allontanare da sé con qualche ora con gli amici, lì per strada, senza meta, senza scopo, giusto per farci un poco di compagnia senza attese e pretese.
Ricordo che camminavo per strada senza troppa convinzione. Le mete domenicali erano fondamentalmente due: una in salita e l’altra in discesa. Nella vita, a ben vedere è sempre stato così: o sali, o scendi.
I tratti in piano sono pochi e neanche appassionanti. Le salite esaltano a volte, e a volte deprimono; intanto sai che devi andare. E quella sera l’incontro era in discesa. Certo, al ritorno sarebbe stata salita, ma per ora andavo spedito.
Poca gente per strada; un solitario tabaccaio aperto per i clienti più affezionati; un bar e qualche auto che passava pigra.
Famiglie per lo più di ritorno verso casa dopo gli impegni domenicali, e ragazzi ancora a caccia di qualche emozione: questo era il pubblico della domenica pomeriggio lungo le strade della mia cittadina, Portici, in provincia di Napoli.
Non era un paese e non era una città: era un ibrido, un ibrido in tutti i sensi con qualcosa di piacevole e qualcosa di bruttissimo.
Avevo salutato un bel poco di parenti prima di uscire.
La nostra casa all’epoca era in una grande villa che un tempo era stata usata per le vacanze e, dopo tante trasformazioni, ospitava le case di molti zii e della nonna materna.
La presenza della nonna faceva da attrattore e, in particolare, la domenica pomeriggio era un’abitudine consolidata vedersi da lei.
Tanti parenti e tanti cugini erano stati i compagni domenicali per anni e anni: noi nipoti, distruttori professionisti, avevamo fatto infiniti danni in quella casa della nonna trasformata in campo giochi.
Poi con l’adolescenza aveva vinto il mondo esterno e ognuno andava per la sua strada. La realtà iniziava così a sfilacciarsi, e nelle nostre certezze si aprivano le prime crepe e le prime incertezze.
Non c’era molta luce nelle strade; intorno ai pochi lampioni si notava una corona d’umidità che sembrava trattenere la luce, come se un involucro freddo e poco confortante impedisse il diffondersi dei raggi.
C’era, a tratti, un silenzio surreale e la distanza dalle cose sembrava temporale; ogni cosa sembrava sospesa, persa, ultimo residuo di un’epoca passata. Astraendosi il mondo sembrava disabitato e inospitale come un day after.
Che cosa era accaduto per far diventare tutto così freddo e distante?
Andavo ed ero prossimo alla meta e già potevo intravedere qualche amico lì in fondo. Alcuni erano inconfondibili e speciali; ne riconoscevo l’andatura e il passo senza confusione.
Che avremmo fatto? Che ci saremmo detti quella sera? In realtà non l’avremmo mai scoperto perché alle 19:34 di quella domenica pomeriggio la terra tremò.
La terra tremò a lungo e nulla fu più come prima; nulla fu più com’era stato fino a qualche ora prima. Lo ricordo ancora oggi: anche la mia vita cambiò.
Nel 1980 non esisteva la protezione civile, non si era organizzati: si era soltanto spaventati e impauriti, noi siamo stati una specie di esperimento.
Quando si è verificato il terremoto in Campania non esisteva nessuna organizzazione.
Ricordo ancora un titolo del quotidiano Il Mattino, il giornale di Napoli e del Mezzogiorno che davvero fa venire, anche a tanti anni di distanza, i brividi: “Fate presto”. Fate presto, ricordava il giornale, perché ci sono migliaia di persone sotto le macerie; e ci sono i feriti, gli anziani, i senzatetto, i senza niente.
All’epoca non c’era niente, non c’era un’organizzazione; c’erano dei volontari e poveri soldati mandati allo sbaraglio.
C’erano le parole disperate e indignate dell’allora presidente della Repubblica Sandro Pertini. (Il miglior modo per onorare i morti è portare soccorso ai vivi).
Insomma, da quelle tragiche macerie è nata la Protezione Civile e un po’ è anche merito di mia madre.
Mio padre, per rassicurare mia nonna, dichiarò che la nostra casa era stata costruita con criteri ultramoderni. E la nonna si trasferì da noi; e poi i figli (ci stavano zio Enrico, zio Luca, zia Maria, zio Aldo, zio Ciro, zio Gennaro, zia Paola, zia Vittoria e altri), e poi i nipoti (Antonio, Anna, Annalisa, Annarosa, Annapaola, Rosanna, Annaclaudia, Annarita). La nonna si chiamava Anna e per non creare confusioni si era pensato bene di usare la fantasia.
Tante le zie che piangevano domandandosi dove mai si trovassero i loro giovani figli e nipoti, usciti nel pomeriggio della domenica, e non ancora rientrati.
Per ognuno che tornava, sospiri di sollievo e ringraziamenti alle potenze del cielo, o a San Ciro, il nostro inarrivabile patrono, o al fato per la salvezza raggiunta e il pericolo scampato.

Mia madre quella sera inventò la protezione civile.
Mia madre preparò da mangiare per decine e decine di persone; scaldò latte per quelli che dovevano passare la notte per strada; fornì assistenza a chi la chiedeva; distribuì coperte e una buona parola; aprì il bagno della sua casa e fece carezze, affettò pane e l’offrì sorridendo, portò acqua e scaldò i cuori.
Insomma, rese a molti, quelli che si rifugiarono sotto il nostro muro di cinta, la notte meno tragica.
Ci sono cose che ti entrano dentro e ti cambiano. Quello che mia madre fece quella notte e nei giorni successivi mi fece nascere quasi di nuovo.
Non esiste solo l’amore per i tuoi figli e i tuoi cari. Esiste un amore più vasto che riguarda quella che non a caso qualcuno definì: l’umana famiglia. Una notte in Italia che ci fece capire tante cose.
Da allora ho appreso che il mondo si distingue in quelli che si lamentano e in quelli che fanno: e non l’ho mai dimenticato. E quella scelta è divenuta una visione morale della vita.
Mentre mia madre aiutava tutti quelli che poteva, il quadro delle notizie si componeva, diventava sempre più nitido e devastante: i morti erano tanti, interi paesi erano spariti, alcuni quartieri di Napoli sarebbero stati ricostruiti, ma da un’altra parte. Dopo il dolore, dopo la rabbia, dopo la disperazione, partì la ricostruzione.
Il trionfo del brutto è stato camuffato dalla necessità e da quella che si era chiamata fame di alloggi.

 

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