L’erogazione del TFR, questione di ingiustizia sociale

lavoro

Il cosiddetto trattamento di fine rapporto () realizza quanto previsto dall'art. 2120 del Codice civile, in base al quale, in ogni caso di cessazione del rapporto di , il prestatore ha diritto a ricevere un trattamento di fine rapporto.
Il TFR è la quota di emolumenti corrisposta ai lavoratori quando conclude la prestazione professionale contrattualizzata e il servizio diuturno alle dipendenze del datore di lavoro, pubblico o privato, cessa definitivamente.

Pur contemplando diversi dettagli “tecnici” [1] è interessante delucidare il meccanismo del TFR e le conseguenze che ne derivano per i lavoratori.
A decorrere dal 1° Giugno 1982, il TFR ha sostituito l'indennità di liquidazione (detta anche indennità di anzianità). Viene maturato da chi lavora accantonando mese per mese una quota della retribuzione percepita. Spetta a tutti i dipendenti, a prescindere dal tipo di contratto e qualunque sia il motivo della cessazione del rapporto di lavoro, anche nei casi in cui essa sia imputabile al lavoratore. Il TFR, pertanto, costituisce quella parte della remunerazione da lavoro prestato – in genere, il prezzo del lavoro – subordinato o indipendente, manuale o di concetto, che il lavoratore acquisisce periodicamente, generalmente mensilmente, ma che viene, con la stessa periodicità, accantonato. Trattandosi di una forma di retribuzione differita, liquidata al termine del rapporto di lavoro, si ritiene che debba svolgere anche una funzione di natura previdenziale [2]. L'aspetto oltremodo critico della questione risiede negli ingiustificati ritardi nei pagamenti INPS del TFR i quali, come rilevato, «non dipendono solo a causa della normativa, ma anche di altri fattori, quali la carenza di personale e la loro insufficiente formazione» 3].

Sembra sia lecito – nonostante sia retribuzione subitaneamente attribuibile in quanto già realizzata –  che la lavoratrice o il lavoratore possa chiedere un'anticipazione sull'importo maturato in caso di spese sanitarie per terapie e interventi straordinari, acquisto della prima casa per sé o per i figli, spese da sostenere durante i periodi di fruizione dei congedi parentali e per la formazione. Tuttavia, ci sono difficoltà ed oneri per ogni forma d'anticipazione. Prima ingiustizia facilmente constatabile.

Inoltre, qui la criticità diventa grave sperequazione, per non creare problemi di liquidità alle imprese, il legislatore ha posto alcune limitazioni a tali opportunità: chi lavora ne ha diritto solo se ha maturato almeno 8 anni di servizio presso lo stesso datore di lavoro, la somma richiesta non può superare il 70% del TFR maturato, e può essere ottenuta una sola volta.

Infine, nell'acquiescenza dei Sindacati, è ancor più intollerabile che il TFR non sia nell'immediata e piena disponibilità dei lavoratori alla data di cessazione del rapporto di lavoro e nell'eventuale contestuale trattamento di quiescenza attribuito di diritto al dipendente di ruolo collocato a riposo, comprendente il TFR e la mensilità pensionistica.

Il diritto al proprio denaro guadagnato negli anni di servizio diventa, in questo modo,  occasione di introiti speculativi da parte degli Istituti di credito e Società finanziarie che fanno pagare agli stessi legittimi “proprietari” del TFR la corrispondente quota di denaro come se fosse un “prestito” con oneri accessori correlati. Come documentato «in riferimento ai tempi di erogazione del TFS dei dipendenti pubblici, i termini variano da 105 giorni a 24 mesi, in rapporto a quelle che sono le cause effettive del rapporto di cessazione del lavoro. In particolare il pagamento avviene: entro 105 giorni, in caso di cessazione dal servizio per inabilità o per decesso. Dopo 12 mesi dalla cessazione del rapporto di lavoro, nell'ipotesi in cui questa sia avvenuta per raggiungimento del limite di età o a causa del termine del contratto a tempo determinato, oppure per risoluzione unilaterale del datore di lavoro a seguito del raggiungimento dei requisiti della pensione anticipata. Dopo 24 mesi dalla cessazione in tutti gli altri casi ( dimissioni volontarie con o senza diritto a pensione, licenziamento/destituzione, ecc.). Per quanto attiene le somme si provvede alla soluzione unica, a fronte di un ammontare lordo minore o corrispondente a 50.000 euro. In 2 rate annuali, in caso di importo lordo compreso tra 50.000 e 100.000 euro In 3 rate annuali, qualora la cifra lorda complessiva dovessi rivelarsi maggiore di 100.000 euro» [4].

La non tempestiva riscossione della propria retribuzione maturata ed accantonata, è un vulnus che genera danni, a volte irreparabili, quali il precoce ed esteso indebitamento soprattutto di coloro che vivono di reddito di lavoro dipendente costretti a far ricorso ad una sorta di ingente deficit poiché, di fatto, subiscono un esproprio statale della propria liquidità.

Da tempo, con l'introduzione della previdenza complementare, è prevista la possibilità di devolvere ai Fondi pensione le quote del TFR maturando. La Legge n° 243/2004 (cosiddetta riforma Maroni) stabilisce infatti che l'adesione alle forme pensionistiche complementari comporta, dal 2007, il conferimento del TFR maturando al fondo pensione prescelto dal lavoratore, introducendo anche alcuni incentivi di natura fiscale.

L'obbligo di scelta dei fondi pensione è regolato con il meccanismo del silenzio-assenso, per cui se entro 6 mesi dall'assunzione non si opta diversamente, l'adesione al fondo pensione avviene automaticamente e prevede la devoluzione integrale e obbligatoria del TFR maturando. Ciò implica che la lavoratrice (o il lavoratore) riceverà una pensione integrativa sotto forma di rendita periodica nel momento in cui saranno maturati i requisiti pensionistici; in caso contrario, continua a maturare il TFR, che verrà liquidato sotto forma di capitale al termine del rapporto di lavoro.

Difficoltà di questo tipo – trattenere per anni, in cassa INPS, gli emolumenti acquisiti con sacrifici – è spia rivelatrice di un'ulteriore distorsione del principio di uguaglianza sociale che sancisce l'indifferenza dello Stato nei riguardi di estese fasce sociali per le quali il “corrispettivo economico” non è normativamente vincolato a tempi rispettosi delle esigenze dei lavoratori,  non esistendo, infatti, alcun termine generale fissato dalla Legge per la liquidazione.

A nessun Sindacato interessa e nemmeno a chi gestisce le relative pratiche INPS – entro “tempi tecnici necessari” ovviando ai quali si potrebbe riproporre la prassi virtuosa di liquidare mensilmente il TFR in busta paga -, sottoposto com'è l'Istituto alla vigilanza del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali e del Ministero dell'Economia e delle Finanze, e congruentemente al sistema dei Partiti che si alternano al Governo del Paese.

Giovanni Dursi

[1]Nel caso dei dipendenti pubblici, hanno diritto alla erogazione del TFR coloro che sono stati assunti con contratto a tempo indeterminato dopo il 31 Dicembre 2000, quelli assunti con contratto a tempo determinato in essere o successivo al 30 Maggio 2000 della durata minima di 15 giorni continuativi nel mese, e quelli assunti con contratto a tempo indeterminato entro il 31 dicembre 2000 che aderiscano a un fondo di previdenza complementare (in questo caso il passaggio al TFR è automatico). Per coloro che non aderiscono, è invece previsto il pagamento del Trattamento di Fine Servizio (TFS), che si distingue in indennità di buonuscita per i dipendenti del comparto statale e indennità di fine servizio per i dipendenti degli enti locali.
[2] Per il calcolo dell'importo, si somma per ogni anno di servizio una quota pari all'ammontare della retribuzione annua divisa per 13,5, equivalente al 6,91% di quest'ultima (circa una mensilità). Al termine di ogni anno, tale trattamento è rivalutato a un tasso composto pari all'1,5%, cui si somma il 75% dell'aumento dell'indice dei prezzi al consumo per le famiglie di operai e impiegati accertato dall'ISTAT.
[3] Claudio Testuzza, L'INPS cerca di rimediare ai ritardi della buonuscita, Il Sole24ORE, 22 Febbraio 2024.
[4] Claudio Testuzza, art. cit..

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