The Decemberists: The King Is Dead. Non è per un cambio di stile che si macchia un gruppo

the decemberists the king is dead
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Da un granaio ai piedi del monte Hood, lontani da Portland, arrivano le dieci canzoni che compongono il nuovo lavoro de The Decemberists sempre ben capitanati da Colin Meloy. Si tratta di un cambio di rotta, per non dire di una rivoluzione, rispetto al precedente prog rock di The Hazards of Love del 2009. Forse è nel loro DNA visto che il loro nome deriva dai rivoluzionari russi che chiedevano libertà e Costituzione allo zar Nicola I. Lo stesso Meloy ha ammesso che il precedete lavoro <<è diventato un peso e una minaccia per la nostra stabilità. Più lo suonavamo per intero… e più ci veniva vogli di canzoni normali>>.

Dopo un lungo peregrinare nei suoni britannici, come scrive Bertoncelli, si ritorna all’America, alla ripresa delle radici popolari. E quindi scorrono, a partire dalla fine degli anni ’60, Dylan, Byrds, Neil Young, The Band fino ai più recenti Camper Van Beethoven, Giant Sand, R.E.M. che hanno Peter Buck che presta la sua opera e Gillian Welch che con la sua voce dà lustro a Down By The Water e Calamity Song tra le migliori dell’album. Ottimo disco, <<ode alla musica di campagna>> [1].

A Paldo è piaciuto molto il disco che rappresenta un altro passo avanti nella musica del gruppo. Hanno saputo dare originalità al loro progetto mescolando generi dal pop, al rock, al folk, alla canzone popolare e con un suono cangiante in ogni brano <<sembra di ascoltare i Lynyrd Skynyrd in All Arise!, un moderno Springsteen in Down By The Water sino ad arrivare alla Dylaniana Calamity Song>>. E una mano viene da Pete Buck presente i tre momenti [2].

Con quest’album di grande <<equilibrio>> The Decemberist continuano a galleggiare nelle alte sfere della musica folk rock e nonostante le chiare influenze che si ascoltano Colin Meloy, con la sua scrittura, <<li tiene lontani dall’essere derivativi>>. Dylan e i R.E.M. (This Is Why WeFight) soprattutto si odono nelle tracce, ma ci sono anche atmosfere che ricordano gli Steeleye Span, l’Albion Band di Ashley Hutchings e i Waterboys [3].

Russo è contento e soddisfatto del ritorno al folk e alla semplicità del gruppo  che <<attraverso la tematica della ciclicità del tempo e della natura, torna a delineare ballate dal passo svelto e più placide storie da focolare>>. E lo fanno volgendo l’orecchio ai Camper Van Beethoven, Byrds e R.E.M.. Il nostro annota gli ulteriori progressi fatti da Meloy le cui interpretazioni presentano <<estensioni più ampie rispetto alla consueta tonalità nasale, senza tuttavia abbandonare quell’andamento gradevolmente sbilenco, che così bene torna ad adattarsi alla riacquisita leggiadria dell’orchestrina-Decemberists>> [4].

Capelli pur considerando The King Is Dead un buon disco non lo erge all’altezza di quelli degli esordi. Il ritorno alle origini dopo la parentesi del precedente in stile opera rock non presenta comunque molti segni di creatività. I brani seguono alternativamente le note del country-folk e dell’american rock con un buon livello di orecchiabilità che in parte attenua la <<perdita di spessore nella trama compositiva>> [5].

Marziano come già Bertoncelli scommette che dal prossimo si cambierà ancora registro. Intanto si tratta di un disco piacevole, musicalmente essenziale. Meloy invece nelle liriche continua a dar prova di bravura con vocaboli rari ed <<eleganti (talvolta leziosi) ghirigori verbali>>. La disamina delle canzoni passa attraverso le varie citazioni che, a cominciare dal titolo che ricorda The Queen is dead degli Smiths, si possono ascoltare, R.E.M. e Maniacs in testa. Il miglior brano è Rise To Me <<con quel mix dolce e fragrante di pedal steel, sei corde acustica e armonica che firma inconfondibilmente il suono di questo album>> [6].

La recensione di Biasio e Targhetta racconta l’approdo a questo nuovo disco facendo parlare la <<fidata Gibson acustica>> regina delle loro canzoni che man mano perde il suo ruolo a favore del <<profilo curvilineo>> della beatlesiana Rickenbacker che segna la svolta elettrica fino al ritorno dei nostri giorni.
E la Gibson che sorregge di nuovo il meglio: Rox In The Box e January Hymn <<un intimo e soffuso fingerpicking come non se ne sentivano più da Red Right Ankle>> dall’album Her Majesty [7].
Per chiudere la sintesi numerica (78 su 100) che la rivista Metacritic assegna alle ventinove recensioni tra la critica anglosassone è positiva a riprova della buona accoglienza di King Is Dead.
Non vi curate di noi e ascoltate!
Ciro Ardiglione

genere: folk rock
The Decemberists
The King Is Dead
etichetta: Capitol
data di pubblicazione: 18 gennaio 2011
brani: 10
durata: 40:41
cd
: singolo

[1] Riccardo Bertoncelli, “The Decemberists. Musica nel granaio”, Linus, gennaio 2011, pagg. 96-99.
[2] Alessandro Paldo, www.rockshock.it, 17 gennaio 2011
[3] Ernesto De Pascale, “Il sereno equilibrio”, Rolling Stone magazine, gennaio 2011, pag. 120
[4] Raffaello Russo, www.ondarock.it, 17 gennaio 2011
[5] Alekos Capelli, www.impattosonoro.it, 13 gennaio 2011)
[6] Alfredo Marziano, www.rockol.it, 12 gennaio 2011
[7] Marco Biasio e Francesco Targhetta, www.storiadellamusica.it,

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