The Dei After: a colloquio con Rita Pelusio e Mila Boeri

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Che cosa succederebbe se Zeus, Efesto ed Ermes si trovassero a discutere dell’animale uomo, del maschio? Ce lo spiegano le tre brave Drag King (o sarebbe meglio scrivere i tre bravi Drag King?) nella pièce The dei after, messa in scena negli spazi del Teatro della Cooperativa, dal Kollettivo Drag King, con la regia di Rita Pelusio e Domenico Ferrari.

È un piacevole divertissement quello portato avanti dalle brave Mila Boeri, Cristina Castigliola, e Matilde Facheris. Le tre attrici hanno trascinato un pubblico complice, che si è divertito alle battute con cui le tre attrici vivisezionano manie e ossessioni del maschio. Visto attraverso i peggiori stereotipi perché, come ci ha raccontato la regista Rita Pelusio si tratta di uno spettacolo comico. E l’esasperazione comica deve sempre andare per eccesso, perché si ride degli eccessi e dei difetti.

Attraverso il sorriso di maschere, che utilizzano il registro della clownerie, assistiamo alla messa alla berlina del maschio al testosterone, del maschio che invece di cuore e intelligenza mette al primo posto il suo gioiello, il suo pendente. E non ci vuole molta fantasia per capire di quale pendente si tratti. Abbiamo così un maschio che al posto del pollice opponibile, da cui inizia la civiltà mette… Che cosa? Ma ancora una volta il pendente. Ovvio, no.
Ma durante lo spettacolo non si ride soltanto. C’è spazio anche per altro. C’è spazio per pillole di sapere che vengono proposte attraverso Ermes, che le propone come in un gioco a quiz.
Così veniamo a sapere di un maschile ossessionato dal sesso. Sono dati, ma giocati con ironia, con la capacità di non appesantire il testo e fa sorridere il pubblico, che accetta il gioco di buon grado.
Il 63% degli uomini dichiara di fare sesso solo 8 volte al mese, cifra che considera ovviamente insufficiente. Il 38 non si sente libero di fare ciò che desidera con la sua compagna, il 70 ha la sensazione di prendere sempre lui l’iniziativa e l’84 dichiara di sentire una generica “mancanza”. L’87% degli uomini dichiara di masturbarsi, la metà di loro almeno due volte a settimana. I luoghi preferiti sono sotto la doccia. Il tempo dedicato alla pratica varia dai due ai cinque minuti. L’10% dice di essere stimolato da ricordi, l’80% dalla pornografia…
Ma non basta Ermes nella sua pedanteria, si interroga sulla necessità di modificare il linguaggio.
E pone la domanda:
Perché chiamare l’atto sessuale attraverso verbi che fanno riferimento a un esplicito atto di violenza come fottere, schiacciare, trombare, scopare?
Scopare si riferisce al supplizio della scopa, che nel medioevo era alternativo a quello della verga.
Fottere deriva da ficcare, dall’usanza antica di ingozzare di fichi le oche per farle ingrassare.
Chiavare, dal tardo latino clavus, chiodo, da cui clavare, cioè inchiodare.

Emozionarsi e pensare. Non si può chiedere di meglio al teatro. Anche se abbiamo avvertito che “i tre attori in scena” sono acerbi, e devono ancora affinare i propri strumenti attoriali.

Alla fine dello spettacolo abbiamo voluto intervistare la brava regista Rita Pelusio, e Ermes/Mila Boeri. Attrice che ci ha particolarmente convinti. Farà sicuramente cose importanti in un prossimo futuro.
La prima domanda posta alla regista è quella di rito.
Perché hai scelto di portare in scena questo spettacolo?
La cosa è partita direttamente dal Kollettivo Drag King e da ATIR. È stata la direzione artistica di ATIR a chiedermi di fare la regia per un lavoro del collettivo, che toccasse le tematiche King.
Il mondo Drag King è legato esclusivamente al mondo LGTBQ+?
È una domanda che mi sono fatta anche io inizialmente. Ero convinta che il mondo King fosse esplorato solo da donne lesbiche. Invece no. È un po’ diverso dal mondo queen. È proprio un’esplorazione del maschile. Tra l’altro nel collettivo ci sono donne lesbiche, donne etero, e uomini. Anche il mondo queen sta cambiando. Non c’è una differenza di genere così netta. Questa differenza non c’è più neanche in quegli universi chiamati queer [1].
Quindi si tratta di un gioco scenico, di una ricerca di significati, che non ha nulla a che vedere con scelte di altro tipo. Ad ogni modo l’avete ben smontato il maschile. Però non l’avete ricostruito.
La domanda la fa sorridere.
No. Non l’abbiamo ricostruito. In realtà io non ho la soluzione La cosa che dico sempre, avendo un figlio maschio, è: Spero che i ragazzini crescano con un’altra forma mentis.
Oggi ci sono tanti preconcetti. Noi viviamo in una città come Milano, dove gli argomenti che affrontiamo nello spettacolo potrebbero sembrare retorici. Però, nei paesini di provincia, non è per niente scontato parlare di certi temi.
Noi avevamo l’esigenza di portare avanti dei contenuti. Volevamo provare ad aprire a una riflessione. A volte la società civile non ci riesce. Mentre invece uno spettacolo teatrale, essendo ironico, può far passare dei concetti.
L’anteprima per esempio l’abbiamo fatta a Sasso Marconi, con un pubblico che andava dai sessanta agli ottanta anni. Gli spettatori ridevano molto, e uscivano dichiarando che certe cose non le sapevano.
Quindi il teatro diventa strumento di riflessione sull’attualità?
Più che una critica al maschio, lo spettacolo è nato proprio con la volontà di portare degli spunti di riflessione, alla portata di tutti. Quando si ride è molto più facile far passare dei concetti. Io sono una regista comica e non saprei fare il drammatico. O dio mi piacerebbe ma non mi sono ancora cimentata. Però ho pensato, questo è il mio e voglio provare a fare così.
Sai meglio di me che i migliori attori tragici sono stati degli attori comici. Totò era una maschera comica, ma Pasolini l’ha usata al meglio in Uccellini e Uccellacci.
Io dico sempre che l’attore comico è l’attore completo, perché sa far ridere e piangere.
Il termine comico viene usato erroneamente. Comico deriva da attore di commedia. Non è l’attore cabarettista, con tutto il rispetto per il cabaret. Quella è un’altra storia. La commedia ha in sé anche la tragedia. Ha tutto.
Nella commedia mi sono piaciute alcune soluzioni. Avete trasformato Hermes in un rompicoglioni sapientino, che però ha funzionato. Perché dare quelle pillole di sapere in un altro modo sarebbe stata una palla incredibile. Invece complimenti. Bravi.
Si sorprende e ride per il mio linguaggio fuori dalle righe. La sua è una risata crassa, rumorosa, piena.
Grazie. La difficoltà era non essere didascalici e allo stesso tempo fornire delle informazioni. Questa cosa era complicatissima per me. I personaggi io li ho lavorati come se fossero dei clown. Pur essendo in maschera dovevano essere veri.
Come è stato lavorare con Domenico Ferrari? Perché questa è una co-regia.
Sì è una co-regia, co-drammaturgia. È stato bellissimo. Perché noi lavoriamo sempre insieme. Ad esempio Domenico è stato anche il drammaturgo di Urlando Furiosa, che è un mio lavoro. Abbiamo scritto insieme Caino Royale che è un lavoro sul mito di Caino e Abele, contro la violenza. Insieme con Domenico abbiamo scritto anche altro.
A intervista conclusa ho visto un clip di Caino Royale. Intrigante il paradosso comico di Caino che non vuole uccidere Abele.
Mi dicevate che una delle maggiori difficoltà di questo spettacolo è stata quella di passare da performance frammentarie, spezzettate, a una tessitura più completa che è quella di uno spettacolo.
Sì, perché i King come le Queen lavorano sul numero, sul balletto o sulla canzone in playback. Allora il problema era come inserire queste icone, che fanno parte di quel linguaggio. Quindi come inserire il cantato, che però non fosse in playback, e gli stacchetti danzati.
Gli stacchetti erano accattivanti. Poi avete valorizzato lo spettacolo con tre voci meravigliose.
Ma quelli danzati? La zumba e l’Uomo Vitruviano?
Non hanno dato fastidio. Se devo fare una critica è avere avvertito che le attrici in scena sono ancora acerbe. Però credo anche che questo faccia parte del gioco. Non penso che voi voleste nascondere questa cosa, che fosse palese il gioco sperimentale che stavate affrontando.
È totalmente sperimentale.
Questa acerbità fa parte di un percorso che è appena iniziato?
Sì. Poi loro non sono tre attrici comiche. Per cui anche far capire i tempi comici… Tu li puoi anche spiegare, ma li prendi solo sul palco con il pubblico. Purtroppo il comico… Tu puoi lavorare in prova a costruire la relazione comica, lo schema comico, la battuta, la caduta, tutte queste cose, il personaggio, l’essere, la verità. Però solo recitando davanti a un pubblico tu capisci se funziona o no.

Dopo aver chiacchierato con Rita abbiamo voluto porre qualche domanda a Mila Boeri. Bello e particolare il suo nome. Ma non si tratta di un nome d’arte. È il suo nome di battesimo. In slavo significa Cara
Allora cara Mila, perché ti sei avvicinata al mondo King?
Mi sono avvicinato a questo mondo per curiosità, per scoprire altre energie da mettere in scena.
Una maschera così forte come il Drag King mi permetteva di giocare di più. C’era la curiosità di esplorare un’energia maschile da portare in scena. È molto divertente, perché comunque i pezzi, le performance che normalmente si fanno vestendo i panni di una drag sono molto divertenti.
In questo spettacolo canti e suoni.
Questo ci sta nel personaggio. Hermes è questo dio che suona la lira, amante dell’arte, della scienza. Quello che suono è un guitalele [2].
Perché ti intriga esplorare il maschile?
È uno spazio che difficilmente riusciresti a prenderti nella vita normale. Quindi avere uno spazio di libertà dove non ti senti giudicato, anzi sei libero di poterlo giocare è interessante, è liberatorio. Scopri qualcosa di te che magari non sapevi. Che poi è semplicemente una sfaccettatura del tuo essere. È conoscerlo un po’ meglio, è esplicitarlo. Magari è un qualcosa che tu nella tua vita quotidiana pratichi normalmente, ma in scena gli dai un nome.
Nella vita fai l’attrice quindi?
Sì. sì. Faccio l’attrice, vivo a Milano, anche se sono di Piacenza. Fare l’attrice è una cosa che mi sono concessa di fare fino in fondo, non proprio da giovane, giovane. In realtà sono anche laureata in architettura del paesaggio. Ho anche esercitato come architetto. Poi mi sono detta facciamo quello che sento chiamarmi di più. Ho fatto questa scelta cinque anni fa. Adesso ne ho trentacinque.
Ci campi?
Adesso si. Ogni anno devi costruirlo. Adesso ho fiducia che si possa costruire. Però non è scontato, e non è detto che avvenga. Ogni anno è veramente diverso. Il tentativo è quello di riuscire a camparci dignitosamente. Perché poi è una cosa molto difficile è essere pagati dignitosamente in questo settore. Non viene considerato un vero e proprio lavoro. Non ha tutte le tutele di un lavoro vero e proprio.
Quindi in questa precarietà metti a rischio anche un’eventuale maternità?
È innegabile che a questa età io ci pensi tantissimo. Di fatto è un salto difficile.
E uno si chiede com’è possibile dover scegliere tra una cosa e l’altra, tra la mia realizzazione e comunque questo desiderio di maternità. Sinceramente la risposta non ce l’ho. Sicuramente ci vuole un compagno che ti sostenga. Nel mio caso è un attore. Quindi pratica la precarietà quanto me.
È stata commovente la schiettezza, la lucidità con cui Lila mi ha raccontato la sua esperienza di attrice, di donna attrice. Le faccio un’ultima domanda prima di salutarla.
Come hai lavorato sulla voce?
Con Rita abbiano dovuto trovare una verosimiglianza nel nostro parlare. Quindi è un misto di tutto. È vero che abbiamo trovato delle voci basse, però ci aiuta anche tutto il resto. Perché se noi parlassimo semplicemente con la voce bassa, però scollatati dal contesto, non saremmo più credibili. Con Rita abbiamo tentato di ricostruire un personaggio che fosse credibile in toto. E poi c’era anche l’uso della voce. La voce è credibile perché è il personaggio che è credibile, perché si muove così, reagisce così, in quello spazio lì.

Ora il sipario è chiuso. Ermes, Efesto, e Zeus, riposano.
Noi siamo stati presi per mano dal Kollettivo Drag King. Abbiamo riso, ci siamo divertiti, abbiamo pensato. Grazie a loro e alla sincerità con cui Rita e Mila si sono raccontate, tra paure, entusiasmi e passioni.

Gianfranco Falcone – http://viaggi-in-carrozzina.blogautore.espresso.repubblica.it/

[1] sessualmente, etnicamente o socialmente eccentrico rispetto alle definizioni di normalità codificate dalla cultura egemone.
[2] Strumento musicale ibrido di chitarra classica e ukulele. Combina la trasportabilità dell’ukulele, grazie alle sue piccole dimensioni, con le sei corde della chitarra.

Teatro della Cooperativa – Milano
The Dei After
dal 9 al 12 gennaio

di Domenico Ferrari e Rita Pelusio
con Mila Boeri, Cristina Castigliola, Matilde Facheris
scene e costumi Ilaria Ariemme
cura del suono e della luce Luca De Marinis
immagini scenografia Serena Serrani
assistente alla regia Giulia Sarah Gibbon
regia Rita Pelusio
produzione ATIR Teatro Ringhiera
con il sostegno di NEXT ed. 2019/2020 Progetto di Regione Lombardia e Fondazione Cariplo e con il sostegno del Comune di Sasso Marconi e Associazione Ca’ Rossa

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