The Master di Paul Thomas Anderson: tutti abbiamo un padrone, bisogna solo decidere quale

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Anche The Master (Leone d’argento per la miglior regia all’ultimo Festival di Venezia), al pari di altri film di Paul Thomas Anderson (uno su tutti, Il Petroliere) può essere interpretato come un’allegoria dell’America, non necessariamente limitata al periodo in oggetto, che è il secondo dopoguerra, pur tracciando la parabola di un incontro/scontro di due volontà: quella di Freddie (Joaquin Phoenix, coppa Volpi per la migliore interpretazione), un marine reduce dalla guerra incapace di contenere la propria vitalità ed esuberanza, amante del sesso e alla ricerca di puri attimi assolutizzanti di vero piacere e quella di Lancaster Dodd (Philip Seymour Hoffman, anch’egli premiato con la coppa Volpi per la migliore interpretazione), leader carismatico della Causa – una nascente organizzazione spirituale (il riferimento a Dianetics e al suo fondatore Ron Hubbard è solo strumentale all’interesse per il racconto delle origini e sviluppo delle religioni alternative nell’America degli anni cinquanta, da cui Anderson ben presto si discosta per focalizzarsi su una storia di pura finzione) – teso verso lo sforzo del superamento degli istinti primordiali e pulsioni distruttive che impediscono il risveglio della consapevolezza ed il pieno accesso alla realizzazione del sé.

joaquin phoenix the master

Sullo sfondo abbiamo così la narrazione di un paese che tenta di riemergere dall’oscurità della guerra e di risanare le proprie ferite, volgendo il proprio sguardo verso un orizzonte di ottimismo e di crescita, sia spirituale, che materiale – resa superbamente attraverso immagini dai colori saturi nella grana tipica dei classici degli anni ’50, ottenute con l’utilizzo di un formato di pellicola ormai rarissimo, quello in 65mm (per intenderci, lo stesso utilizzato nel periodo d’oro dei film epici hollywoodiani e di capolavori quali 2001: Odissea nello spazio e Lawrence d’Arabia) capace di restituire realisticamente le atmosfere dell’epoca, grazie anche alla cura maniacale per i dettagli scenografici e dei costumi; un paese bisognoso di dare un senso superiore alle proprie singole esistenze, un senso che mettesse fine all’ansia e alla paura, capace di esorcizzare l’orrore della violenza e di acquisire certezze.

Se è vero che questo, il secondo dopoguerra, fu il periodo particolarmente adatto al proliferare di nuove istanze religiose e di organizzazioni spirituali alternative – dopo gli sconquassi materiali ed interiori prodotti dalla guerra, da ogni guerra, si ha sempre l’esigenza di fondare un nuovo ordine del mondo – The Master ben si presta a racchiudere anche l’allegoria dell’America di sempre, quella di un paese che, nato sotto il segno della violenza, lo sterminio degli Indiani, non finisce mai di voler esorcizzare e/o sublimare le proprie malefatte attraverso una continua rielaborazione dicotomica del mondo, diviso in Bene e Male, ove si riposiziona il mostro da combattere – sintomo di un senso di colpa che rimuove sé stesso nella coazione a ripetere  – in un’alterità di volta in volta additata nel nemico di turno (“ci saranno persone, all’esterno, che non capiranno la vostra malattia”). Da questo sfondo generale, prettamente storico, si passa, come in una serie di cerchi concentrici, al secondo livello, che è quello della famiglia di Lancaster Dodd e della Causa, un nucleo comunitario volto a guadagnare proseliti ed arroccato a difendere le proprie posizioni dagli attacchi esterni; un nucleo in cui Freddie entra ed esce, combattuto tra il desiderio di farne parte e quello di intraprendere e seguire una propria personalissima via. Di questa organizzazione spirituale, Lancaster Dodd, fondatore e principale teorizzatore, è solo apparentemente il leader indiscusso – risultando poi in definitiva alquanto sottomesso alla giovane moglie Peggy (straordinaria Amy Adams), l’unica che sembra realmente avere fede negli esercizi spirituali proposti – il quale si lega emotivamente a Freddie e tenta disperatamente di salvarlo, a suo modo, anche, e soprattutto direi, per dimostrare la reale efficacia e sensatezza delle proprie teorie. Tra i due quello che ha più bisogno l’uno dell’altro è senz’altro Lancaster Dodd, completamente ed intimamente alla deriva nonostante la sicurezza, e talvolta l’arroganza, che mostra all’esterno: “sono uno scrittore, un medico, un fisico nucleare, un filosofo teoretico, ma, soprattutto, io sono un uomo, proprio come te”, dice a Freddie durante il loro primo incontro.

Dal questo secondo piano, concentrato nella descrizione delle dinamiche della famiglia di Dodd e che si estende ad abbracciare l’intera comunità dei seguaci, quasi interamente girato in interni, della casa e della nave (in parte ricostruiti in studio, in parte in location reali) – un piano che definirei quindi del sociale – si passa al cerchio interno successivo, quello più strettamente esistenziale ed intimista, ove l’incontro tra Freddie e Lancaster Dodd delinea due filosofie ed approcci di vita differenti i quali, sebbene antitetici nei rispettivi percorsi, sono entrambi volti a dotare di senso il proprio essere nel mondo. In fondo Freddie e Lancaster si attirano e si respingono perché due facce della medesima ricerca di senso, l’una interamente carnale, legata al soddisfacimento di una brama di piacere e voluttà teso a sublimare sé stesso nell’atto stesso dell’esaudirsi, superando e sconfiggendo quindi le brutture e la violenza nell’oblio dell’amore (oltre che nel sempre valido discorso dell’Eros che sconfigge il Thanatos), l’altra volta invece al raggiungimento di una  spiritualità forzata e coatta poiché, incapace di disgiungere le pulsioni sane da quelle distruttive, finisce per rinnegarle entrambe, incapace di mediare istinto e ragione (ed ecco come si arriva al culto della fede irrazionale). The Master, titolo emblematico, sancisce in definitiva la resa di ognuno alle proprie necessità, quali esse siano, se spirituali o carnali poco importa, stabilendo la quasi totale incapacità dell’essere umano di vivere in un’immediatezza depurata da qualsiasi disegno di senso. Non sono sicura infatti che la pienezza del vivere raggiunta da Freddie nell’ultima scena  – un abbandono dei sensi ed un cammino che passa attraverso la via dell’amore –  sia tanto una scelta, quanto non piuttosto la resa ad una natura, la propria, ineludibile e che, come tale, non è meno Master di quanto per altri sia il culto religioso. Come a dire che più di una scelta, c’è una chiamata, per tutti. Quale essa sia.

Anderson riesce magnificamente, come già in Magnolia, ad astrarre dal particolare all’universale e, come nel circolo dell’interpretazione ermeneutico, ad arricchire ed aggiungere molteplici significati di scena in scena, facendo della ricerca di senso di ogni singola esistenza e dello scavo psicologico dei protagonisti – che si avvale di una recitazione grandiosa, in cui tutto è curato nei dettagli, dall’impostazione della voce, alla postura, fino ai più impercettibili movimenti facciali sempre ottimizzati dall’utilizzo di chiaro-scuro efficaci –  l’allegoria di un intero paese ancora alle prese con i suoi tanti dopoguerra. Ma anche la ricerca di senso dei personaggi che annaspano cercando di riemergere dagli abissi traumatici della guerra, è emblema del disorientamento che ognuno di noi, nel fare i conti con quel mistero che è l’esistenza, vive comunque e sempre, a meno che, appunto, non ci si aggrappi, come ad un’ancora salvifica, ad una qualche certezza offerta dalla fede o dall’impegno in una causa che ci trascenda tutti; o, come per Freddie, la rinuncia a voler cercare certezze, obbedendo ad un esprit de vivre assoluto.
Nelle sale italiane dal 3 gennaio 2013, consigliato a chi nell’accuratezza di un montaggio assai più vicino ai ritmi lenti de Il Petroliere che non a quelli frenetici di Magnolia, riconosce il segno della grandiosità filmica e non un difetto.

Rita Ciatti

Scheda Film

Titolo: The Master – Regia: Paul Thomas Anderson– Sceneggiatura: Paul Thomas Anderson –  Genere: drammatico –  Durata: 137– Produzione: Joanne Sellar, Daniel Lupi, Paul Thomas Anderson, Megan Ellison – Montaggio: Leslie Jones, ACE; Peter Mcnulty – Fotografia: Mihai Malaimare, Jr. – Musiche: Jonny Greenwood – Costumi: Mark Bridges – Scenografie: Jack Fisk, David Crank – Attori Principali: Joaquin Phoenix, Philip Seymour Hoffamn, Amy Adams, Laura Dern.

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