The Prodigy. Invaders Must Die. Un elettro-rock da ballare

The Prodigy Invaders Must Die
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Sebbene The Prodigy mancassero dalla scena dal 2004, non si sono mai sciolti e ora sono tornati con una nuova etichetta indipendente. Invaders Must Die è un titolo che sembra rispettare la rabbia e la determinazione che hanno caratterizzato il loro suono e la loro storia.
The Prodigy Invaders Must DieUna storia che agli inizi degli anni ’90 apriva al resto del mondo, compreso quello degli affari, l’universo dei rave soprattutto britannici.
Il titolo come spiegato da loro stessi non ha connotazioni politiche, ma semplicemente è un riferimento agli “invasori” che attorniavano il gruppo all’apice del loro successo. La rabbia quella si che è rimasta ed è tutta riversata nella musica [1].
Due gli ospiti dell’album: Dave Grohl dei Foo Fighters in Run With The Wolves e James Rushent  dei Does It Offends You, Yeah?.

Madeddu ha temuto il peggio prima di ascoltarlo vista il suo totale disprezzo per l’album precedente. Si è dovuto ricredere perché il risultato è un ottimo album che esalterà i fan più fedeli. Un po’ come è successo, sembra dire con Chinese Democracy dei Guns N’Roses. I motivi si possono ricercare nel fatto che la fanno semplice senza ammiccare a fenomeni modaioli, <<perché sono ridiventati una piccola pattuglia techno-rock tamarra e sguaiata…perché il woofer torna a sorridere. Perché sono i riff a trainare>>. E perché alla fine riescono a far ballare [2].

E che sia tornata l’ora di ballare con queste musiche è la convinzione anche di Spadavecchia. Se da una parte, sia pur marginale, l’album ripercorre gli anni novanta da cui provengono i loro successi, dall’altra si tratta di musiche ben collocate nei nostri giorni con un’energia del tutto invariata. E lo dimostrano la profondità dei bassi tipici della scena wonky beats o le sirene <<in cui si fondono le voci di Keith e Maxim>> o le distorsioni di chitarre rock. L’eccellenza si raggiunge con Liam <<manipolare i samples di brani come Salami fever dei Pepe Deluxe, in Take me to the hospital, e a trasformarli in un tritato del riff dell’inno rave James Brown is dead di L.A. Style>> o in Stand Up citazione di Come Together dei Primal Scream [3].

Giudizio tutto sommato positivo anche per Mauro che lo ritiene in linea con la storia de The Prodigy, brani <<intransigenti>>, ma nulla di <<nostalgico>>. Riescono a ben reinterpretare dal primo all’ultimo pezzo, quel suono fatto di commistione tra rock e dance [4].

I Prodigy sono tornati allo splendore degli anni novanta ed in particolare del mitico Fat Of The Land secondo Marziano. La differenza che alla rabbia, alla foga, alla violenza di allora si aggiunge un’atmosfera scura <<apocalittica>>. Si sono <<incattiviti>> ulteriormente forse a causa dei tempi che stiamo vivendo. In prima battuta sembra trovarsi dinanzi ad un disco compatto <<un implacabile schiacciasassi con minime variazioni sul tema>>. Ai successivi ascolti si scoprono aperture verso altri lidi come quando <<campionano il ragamuffin’ e l’elettronica nordica (i finlandesi Pepe Deluxé), colonne sonore indiane e gruppi alt rock americani (Outlander, Breeders). Rielaborano una “canzone etiope per la pace” e proprio in chiusura sorprendono con un colpo spiazzante, inatteso: “Stand up” si aggrappa a una melodia contagiosa costruita sul sample di un vecchio hit 1969 della Manfred Mann’s Earth Band, “One way glass”, un inno all’unità e un invito ad alzarsi in piedi srotolato su un tappeto di fiati rhythm&blues>> [5].

Bellipanni ritiene questa prova sia molto lontana dalle bellezze degli anni novanta e dalla loro carica di novità. L’album si caratterizza per << eccesso di ripetitività, a tratti estenuante e troppe poche volte intervallata da buoni arrangiamenti o semplicemente da idee discrete>>. La sufficienza è raggiunta a stento grazie soprattutto a qualche brano come Warrior’s Dance, Run With The Wolves, World’s On Fire e soprattutto al singolo Omen. Quest’ultimo una delle migliori produzioni in assoluto per << beat martellanti, sintetizzatori indemoniati, dinamiche da brivido ed evoluzioni ritmico-melodiche perfettamente costruite>> [6].Non vi curate di noi e ascoltate!

Ciro Ardiglione

genere: techno-rock
The Prodigy
Invaders Must Die
etichetta: Take Me To The Hospital
data di pubblicazione: 2 marzo 2009
brani: 11
durata: 46: 01cd: singolo

[1] Gianni Santoro, “<<Fuck politics>>, let’s dance!“, xL, Marzo 2009, pagg. 52-55; nell’articolo sia Keith Flint che Liam Howlett fanno cenno anche all’arrivo degli affari sporchi nei rave e alle accuse di aver ceduto alle lusinghe commerciali dopo lo straordinario successo di Fat Of The Land.
[2] Paolo Madeddu, “Contro ogni previsione”, Rolling Stone, marzo 2009, pag. 160
[3] Federico Spadavecchia, www.storiadellamusica.it
[4] Adil Mauro, www.agenziaradicale.com, 15 febbraio 2009
[5] Alfredo Marziano, www.rockol.it
[6] Paolo Bellipanni, www.rockline.it

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