Theresa May salva il suo governo, ma sulla Brexit è stallo

Gran Bretagna Londra Westminster
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La mozione di sfiducia presentata dal leader dell’opposizione Jeremy Corbyn contro Theresa May è stata respinta e così la premier resta a galla, ma in questo devastante gioco dell’oca i britannici sono tornati indietro e la situazione di stallo è evidente a tutti. Nel frattempo la data del 29 marzo è sempre più vicina e il capo negoziatore europeo Barnier ha detto che il “no deal è sempre più vicino”.

L’Unione europea potrebbe provare a concedere qualcosa, del resto accade in qualsiasi negoziato che si rispetti e magari può ripensare ad un accordo che Matteo Zola, una delle pochissime voci fuori dall’isola che ha condiviso la bocciatura del Parlamento britannico, ha definito «cinquecento pagine di norme, regole, cavilli da cui però emergeva chiaramente un dato: se avesse accettato l’accordo, la Gran Bretagna sarebbe diventata un vassallo europeo» [1].
Di fatto però al momento non solo Barnier, ma anche i principali leader europei, Macron e Merkel in testa, considerano l’accordo negoziato non modificabile anche se sembrano lasciare aperture sui tempi.

Il macigno inamovibile resta sull’assicurazione data all’Ue nel mantenere un confine senza barriere tra Irlanda del Nord e Repubblica di Irlanda che tra l’altro è alla base della pace del Venerdì Santo del 1998. E su questo una parte dei Repubblicani e soprattutto i lealisti nordirlandesi del Democratic Unionist Party non ne vogliono sapere.

Un secondo referendum resta tra le soluzioni meno probabili e a tal proposito trovo interessanti le considerazioni espresse da Bernard Guetta che dopo aver spiegato le ragioni “tecniche” del perché sia giusta una nuova consultazione scrive «ma chi deciderà la formulazione della domanda? Bisognerà scegliere tra un sì e un no al compromesso di May, tra un sì e un no all’uscita senza accordo, o ancora tra un sì e un no alla Brexit all things considered? Sull’argomento preferisco non pronunciarmi, per paura di essere accusato di ingerenza negli affari interni del Regno Unito. Ma voglio dare un consiglio ai britannici, ai francesi e a tutto il mondo: faremmo meglio a pensarci due volte prima di abbandonare la preminenza della rappresentazione nazionale a beneficio dei referendum, di Facebook e della democrazia diretta» [2].

Intanto Theresa May incontrerà tutti i leader politici compreso Corbyn che ha posto la condizione che dal tavolo delle trattative si elimini l’ipotesi “no deal”. All’incontro parteciperebbe anche il capogruppo degli indipendentisti scozzesi, Ian Blackford che evidentemente la pensa molto diversamente.
Non molto tempo fa gli analisti della Banca d’Inghilterra prevedevano un calo del Pil dell’8% il primo anno della Brexit senza accordo e un calo del 3,9% nei prossimi quindici anni. E non credo che l’Europa sarebbe immune da contraccolpi pesanti, anche politici.
Pasquale Esposito

[1] Matteo Zola, “Viva il parlamento britannico! Bocciata la bozza di accordo con l’UE”, http://www.eastjournal.net/archives/95288, 15 gennaio 2019
[2] Bernard Guetta, “Un secondo referendum sulla Brexit è legittimo e necessario”, France Inter, https://www.internazionale.it/opinione/bernard-guetta/2019/01/16/brexit-risveglio-consegunze, 16 gennaio 2019; traduzione Andrea Sparacino

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