Tokyo 2021: le Olimpiadi più controverse e costose della storia

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A poche ore dall’apertura ufficiale della XXXII Olimpiade, oggi  e il 24 agosto per i Giochi Paralimpici, è purtroppo doloroso ammettere che il Giappone, e non solo, sta vivendo con trepidazione più i possibili sviluppi della Covid-19 che le prestazioni degli atleti impegnati nei tanti eventi sportivi veri e propri. Eventi in alcuni casi già iniziati come per il softball dove la nazionale italiana, fresca vincitrice dell’Europeo, ma le nostre atlete hanno già dovuto incassare due sconfitte dalle fortissime statunitensi e australiane.

Ha destato allarme i giorni scorsi la dichiarazione del Presidente del Comitato organizzatore Toshiro Muto il quale, in una conferenza stampa, non ha escluso un clamoroso passo indietro nello svolgimento dei giochi qualora i casi di coronavirus dovessero crescere in maniera preoccupante; e tutto ciò ad appena 48 ore dalla cerimonia di apertura.
Ma in questa febbrile attesa, si è inserito il presidente del CIO, Thomas Bach, il quale ha perentoriamente escluso la cancellazione di Tokyo 2020 in quanto, come ha precisato “Il CIO non abbandona mai gli atleti”.

Per dirla tutta, questa XXXII Olimpiade non è nata sotto una buona stella. Il primo caso di Covid accertato è del gennaio 2020 e sebbene le misure di prevenzione sanitaria siano scattate immediatamente, il Giappone ha dovuto registrare un crescendo costante di contagi, tale da dover rimandare la celebrazione dei Giochi all’anno venturo. Ingoiato questo boccone amaro, subito se ne è proposto un altro ma di diversa natura.
Infatti a febbraio 2021 il Presidente del comitato organizzatore Yoshiro Mori ha dovuto rassegnare le sue dimissioni causa una presa di posizione, a dir poco infelice, nei confronti della possibile estensione alle donne di alcune cariche apicali nell’organizzazione olimpica.
L’83enne Mori, già Presidente della Federazione Rugby, ha argomentato e difeso la sua uscita, rammentando a tutti le sue passate esperienze nelle quali “Se una di loro (cioè una donna, ndr) alza la mano per intervenire, le altre si sentono obbligate a rispondere, e si finisce che tutte quante si ritrovano a partecipare” [1].
Come se non bastasse questa caduta di stile, c’è poi da registrare che pochi giorni fa la stampa giapponese ha puntato il dito contro Keigo Oyamada, molto noto in patria, cioè il compositore della musica di inaugurazione dei Giochi, il quale si è trovato al centro di uno scandalo legato al bullismo. Infatti qualcuno, ha fatto riemergere una vecchia e dimenticata intervista nella quale il musicista si vantava di aver umiliato un ragazzo disabile quando era ancora al liceo. Il compositore ha chiesto scusa, però è ancora lì tranquillamente al suo posto.

Queste ed altre notizie poco confortanti, si stanno addossando come nuvole nere su queste Olimpiadi ma possiamo dire che forse sono marginali rispetto al vero problema che affligge questa XXXII manifestazione sportiva – problema comunque comune a tutte le Olimpiadi fin qui celebrate – e cioè i costi mostruosi che la stanno divorando.
Infatti il costo di questo evento è ormai attestato sulla cifra monstre di 15,5 miliardi di dollari, più del doppio, quindi, dei 7,5 miliardi di dollari previsti nel 2013 cioè a ridosso dell’assegnazione. Va comunque detto che di questa montagna di soldi, circa 3 miliardi sono imputabili ai costi sostenuti per il rinvio della manifestazione, e fra le principali voci di costo troviamo, ad esempio, la rinegoziazione dei contratti di locazione, la manutenzione degli stadi e degli spazi dove si svolgeranno le gare.
Ad esempio, una delle situazioni più difficili da gestire, riguarda il “Villaggio Olimpico” che ospiterà 11.000 olimpionici e 4.400 paralimpici. L’intera struttura, al termine della manifestazione, sarebbe stata convertita in complesso immobiliare di lusso ma sembra che il pool dei costruttori abbia sospeso le vendite.
Purtroppo, come sempre, l’indicatore del fatto che le cose non stanno andando bene è dato dal quasi certo licenziamento di più di 3500 membri del personale olimpico e tutto questo nel tentativo di ridurre i costi.
A fronte quindi di uscite veramente cospicue, anche in ambito personale impiegato, sul fronte incassi non si registrano grandi cifre se si tiene conto che a tutt’oggi sono stati incassati poco più di 7 milioni di dollari per i biglietti per le Olimpiadi e meno di 1 milione per le Paralimpiadi. In sostanza, la vendita dei tagliandi abbinata a quella dei diritti televisivi, ha permesso di incamerare poco più di 5,5 miliardi di dollari.
L’inconsistenza degli incassi sui biglietti è dovuta principalmente al fatto che non ci saranno spettatori presenti negli stadi o meglio, sarà ammesso un numero contenuto di pubblico ad ogni singola prestazione sportiva. Altro mancato guadagno è causato dalla chiusura dei posti di ristoro adiacenti gli stadi.

Tutte queste misure precauzionali per evitare o contenere i contagi dal virus, sembrano comunque non soddisfare l’opinione pubblica nipponica che, con determinazione e coerenza, si è sempre dichiarata contraria alla celebrazione dei Giochi.
Tradotto in cifre, significa che 4 cittadini su 5 – cioè l’82% della popolazione – sono ancora testardamente contro questa manifestazione e se a tale protesta, sempre comunque composta e mai violenta, uniamo la personale perplessità dell’Imperatore Naruhito, espressa senza mezzi termini, riusciamo a capire quanto sia profondo il dissenso e lo scollamento fra cittadinanza e membri del collegio organizzativo.

Il disagio per la partecipazione ad un evento sì di rinomanza planetaria ma portato avanti contro la volontà dell’intera comunità giapponese, deve aver fatto riflettere anche i dirigenti della più grande casa automobilistica nipponica e non solo, la “Toyota”, la quale a poche ore dall’inizio dei Giochi si è ritirata dal novero dei principali sponsor della manifestazione, non volendo sostanzialmente associare il suo prezioso marchio automobilistico ad un evento giudicato dall’opinione pubblica nazionale in maniera negativa. Lo strappo sembra di ampie dimensioni se si considera che lo stesso presidente della casa automobilistica, Akio Toyoda, abbia deciso di disertare anche la cerimonia augurale.
D’altronde lo sappiamo bene che le Olimpiadi non sono solo una questione di sport, muovono miliardi in termini di sponsorizzazioni e campagne di marketing e questo non solo nel paese che le ospita.
In totale si parla di circa 3 miliardi di dollari di sponsorizzazioni investiti dalle 60 aziende primarie giapponesi fra le quali ricordiamo “Fujitsu”, “Canon”, “Japan Airlines”, “Mitsubishi Electric”, “Panasonic”, “Samsung”, “Asics”, le quali hanno sborsato a testa 135 milioni di dollari per diventare “Tokyo 2020 Gold Partners” [2]. Ad oggi, sembra siano ben 15 le aziende che intendano ritirarsi per evitare danni di immagine e fra queste spiccano, oltre la già citata “Toyota”, “Canon”, “Panasonic” e“Fujitsu”. Chissà cos’altro ci attenderà negli ormai pochi giri di lancette che ci dividono dall’inizio dei Giochi.

E sì perché Olimpiadi significa anche, se non principalmente, sport, agonismo, competizione, esaltazione dello spirito di partecipazione di decubertiana memoria che, almeno questo, il CIO sembra non aver smarrito data la novità che ci attende e cioè l’inclusione di cinque nuove discipline che affiancheranno quelle tradizionali. Queste sono il “Softball”, il “Karate”, lo “Skateboard”, il “Surf” e l’“Arrampicata sportiva”. Il loro inserimento “rappresenta un passo storico nel portare i Giochi ai giovani e nel riflettere la tendenza all’urbanizzazione dello sport” ha dichiarato un esponente del Comitato Olimpico Internazionale [3], dando indubbia dimostrazione della voglia di far avvicinare i giovani allo sport proprio nel momento nel quale queste attività sportive si stanno diffondendo nella vasta platea dei c.d. “Millennials”.

Anche lo sport italiano è pronto a recitare la sua parte con la presenza di ben 384 atleti, di cui 320 negli sport individuali e 64 per quelli di squadra, un vero record, che si cimenteranno in 36 discipline con 198 uomini e 186 donne.
Il numero elevato di atleti assume un valore doppio se si considera che in Italia, come sappiamo tutti, lo sport nelle scuole è marginale e non esistono scuole di perfezionamento nelle varie discipline, al netto di qualche eccezione come “L’Accademia Europea della Boxe” di Assisi costituita ad aprile del 2021, il “Centro di Preparazione Olimpica di Atletica Leggera” di Formia, costituito nel lontano 1953 grazie all’intuizione di Bruno Zauli Presidente della Federazione stessa e il “Club Scherma Jesi” nato nel 1947 dalla forza di volontà di Ezio Triccoli, rimpatriato dalla prigionia in Sud Africa.
Quindi saremo presenti, come sempre, nonostante tutto e cioè nonostante lo scontro tra il presidente del CONI Malagò che nel suo disegno di creare un sistema-sport Italia, ha avuto al suo fianco tutti i presidenti delle Federazioni sportive e il supporto del Sottosegretario allo Sport Valentina Vezzali, una delle migliori schermitrici di sempre con un palmarès da capogiro che vale la pena ricordare: 9 medaglie olimpiche – di cui 6 d’oro, 1 d’argento e 2 di bronzo – 16 titoli mondiali, 13 titoli europei, 5 Universiadi, 2 Giochi del Mediterraneo, 11 Coppe del Mondo e 30 titoli nazionali.
Forse la galassia sportiva italiana sta veramente cambiando e questa volta lanciando e lasciando segnali inequivocabili di maturità, e di assenza di pregiudizi, vero male oscuro che ha sempre attraversato lo sport dal Nord al Sud del Paese.
La risposta è tutta in un nome: Paola Egonu. La pallavolista nata a Padova porterà la bandiera con i cinque cerchi olimpici, confermandosi la scelta azzeccata proprio per l’impegno che la giocatrice ha sempre profuso in campo e fuori nella lotta contro il razzismo e l’omofobia. Il segnale che ha lanciato il CONI è forte e chiaro.
Forse non per tutti, perché gli imbecilli non hanno atteso più di tanto per fare sfoggio della loro incapacità a rimanere muti o almeno a risparmiarci le loro misere esternazioni. Eccone l’esempio più fulgido, nelle meschine affermazioni del blogger Mario Adinolfi: ”Paola Egonu diventa portabandiera olimpica perché incarna un cliché e non per meriti sportivi, ci sono almeno 30 atleti nella delegazione italiana con un curriculum più valido della Egonu. Ma con la colpa di essere bianchi o eterosessuali. Egonu è un triste inno al conformismo” [4].
Credo che ogni commento sia superfluo, pertanto non rimane che augurare buone Olimpiadi a tutti.

Stefano Ferrarese

Note:

[1] “la Repubblica” – Esteri – 12/2/2021
[2] Diana Cavalcoli “Corriere della Sera” – Economia – 19/7/2021
[3] Andrea Indiano “I nuovi sport alle Olimpiadi di Tokyo 2020” WIRED.IT
[4] Cristiana Mariani “Olimpiadi, Paola Egonu portabandiera; Adinolfi e le polemiche”
– Il Giorno – 22/7/2021

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