Tomboy. Un film magico e trasparente

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Nella prima scena di Tomboy Céline Sciamma apre allo spettatore le porte del film, lo invita a posizionarsi nel punto di vista della sua piccola protagonista e da lì in poi lo spettatore dimentica di essere in una sala cinematografica.

La distanza con lo schermo è annullata. Finito il film, rimangono tante emozioni, tante quante quelle vissute dalla piccola Laure. Più che un’esperienza visiva la fruizione di Tomboy è un’esperienza di fatto. Il film racconta le situazioni dall’interno di Laure non scavando nella sua psiche ma assumendo il punto di vista della sua psiche.

Sciamma non cerca di restituire il mondo oscuro dell’anima della bambina ma raffigura il riflesso del mondo esterno su quell’anima e viceversa, il riflesso dell’anima sul mondo esterno. Quindi pur trovandoci di fronte ad una bambina di nove anni che fa credere di essere un maschietto ai nuovi amici del nuovo paese in cui lei, i suoi genitori e sua sorella più piccola si sono trasferiti, non sapremo mai se tutto ciò nasce da un’esigenza, un sogno, un desiderio di voler essere o di sentirsi nel profondo maschio o dall’esigenza, sogno, desiderio di vedersi e di viversi in quel momento come un maschio. Questo non è un limite ma una scelta di prospettiva.

Trovo invece un limite il modo in cui è rappresentato il contesto in cui la bambina agisce. Stilisticamente il contesto è raffigurato con naturalismo (sarebbe limitativo dire con “naturalezza”) e in punta di piedi. Però non si cerca di disegnare un ambiente attivo, ben definito, con il quale la bambina interagisce. Il che è forse un limite per un film che vuole avere a che fare con la realtà. Per spiegare questa mia considerazione lo metto a paragone con un film recente che, come Tomboy, assume il punto di vista di una bambina, mi riferisco a Corpo Celeste di Alice Rohrwacher. La Rohrwaker inserisce il punto di vista della sua protagonista in un contesto politico, sociale, antropologico fortemente caratterizzato. Il limite del pur bellissimo Corpo Celeste sta però proprio nel non saper sempre conciliare il punto di vista della bambina con quello dell’autrice che a volte è più interessata a voler raffigurare come vive le situazioni la sua protagonista e a volte si sofferma sul contesto in modo documentaristico perdendo di vista lo sguardo della bambina. In Tomboy invece il punto di vista, cioè lo sguardo della bambina, rimane solido ma non si dà spazio a connotazioni di tipo sociale, se non in modo bozzettistico. Il che non significa che l’agire della bambina debba per forza di cose essere messo in una relazione di causa-effetto con il contesto in cui quell’agire è collocato (compreso quello familiare), ma in un rapporto di interazione sì.
Inoltre mi sembra che nel film non ci sia la tensione per un’autentica riflessione filosofico-esistenziale. Le tematiche filosofico-esistenziali,  come quella della libertà di scegliere la propria identità, sono estrapolabili dal film ma la pellicola non le contiene, nel senso che non ne è pervasa, come invece trovo che succeda in XXY di Lucia Penzo (vedrei bene Tomboy, Corpo Celeste e XXY in una rassegna sul tema della crescita e del rapporto con la propria sessualità e la propria identità).

Non ne è pervaso perché Tomboy è soprattutto un’operazione di mimetismo psicologico, di naturalismo psicologico e non un film connotato da una tensione esistenziale. Per queste considerazioni ritengo che il film, delicato, baciato dalla grazia, rischi però di essere anche fragile. I miei, comunque, rimangono dubbi e perplessità più che convinzioni critiche. A livello emotivo invece, dopo aver depositato le emozioni più forti nell’archivio della nostra interiorità, quel che ci rimane in modo permanente è una sensazione di meraviglia. Se Tomboy è un capolavoro non lo è per la forza dei temi che si possono evincere dalla pellicola né per la forza di un racconto realistico di ampio respiro ma per quell’impronta di meraviglioso naturalismo psicologico, per la capacità magica di persuasione della messa in scena. Forse dietro la delicatezza del film si nasconde una certa fragilità ma nulla si può eccepire alla sua magia. Gli esperti di sceneggiatura, di fotografia, di montaggio, di regia possono provare a smontare il film per analizzarlo e comprenderne il marchingegno, ma la magia che lo pervade, che tiene insieme il tutto, non si lascia acciuffare, rimane invisibile, non è scomponibile. Quella magia è trasparente. Trasparente (questa volta ho bisogno di recuperare esempi dal mondo della pittura), come la luce e l’aria che attraversano i quadri di Vermeer o di Giovanni Bellini.

Rocco Silano

Titolo originale: Tomboy – Genere: Drammatico Origine/Anno: Francia – 2011 – Regia:  Céline Sciamma Interpreti: Zoé Heran, Malonn Lévana, Jeanne Disson, Sophie Cattani, Mathieu Demy, Yohan Vero, Noah Vero, Cheyenne Lainé – Sceneggiatura: Céline Sciamma – Montaggio: Julien Lacheray – Fotografia: Crystel Fournier – Musiche: Jean-Baptiste de Laubier

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