Torneranno i prati. Le vite rubate di giovani soldati

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La guerra è un’inutile strage. Così scriveva Benedetto XV nel suo accorato appello ai capi dei popoli belligeranti del 1° agosto 1917. E l’ultimo lavoro di Ermanno Olmi, uno dei nomi più autorevoli, dei registi più ludici ed intellettualmente onesti del panorama cinematografico italiano, sembra proprio partire da questo assioma di fondo nel suo racconto rievocativo della tragedia della Grande Guerra: l’inutilità della morte durante gli eventi bellici, la banalità che sta alla base del sacrificio di vite umane.

Un ordine insensato di un superiore che, al riparo dalle pallottole del nemico, si limita a tracciare qualche linea su una mappa topografica può decidere delle vite di decine di uomini. Proprio con queste modalità, in una delle prime scene del film, un soldato viene mandato a morte sicura: gli si ordina di trasportare un cavo di collegamento per la realizzazione di una postazione telefonica al di là della trincea (limite simbolico tra la vita e la morte), ma per farlo è costretto a trascinarsi nella neve in una notte di luna piena, e la cosa rende impossibile trovare riparo al fuoco dei cecchini del nemico.
Ermanno Olmi, però, come egli stesso precisa nel suo video di saluto ai giornalisti (il regista non ha potuto partecipare alla conferenza stampa di presentazione del film per problemi di salute), va oltre il concetto di inutilità della morte durante i conflitti e mette in scena nel suo ultimo film quello che, usando le sue stesse parole, possiamo definire un vero e proprio “tradimento nei confronti di tutti quei giovani e anche civili, milioni di persone, che sono morti in quella guerra”, in quanto “non abbiamo spiegato loro perché sono morti”. E questo evidentemente, aggiunge il cineasta, non era possibile farlo perché si sarebbe dovuto mentire.

La rievocazione di Olmi, dedicata al padre che da bambino gli raccontava episodi della sua vita di soldato durante la guerra, non si esaurisce allora sul piano puramente documentaristico (i fatti narrati peraltro sono tutti realmente accaduti). Il regista bergamasco mette insieme una serie di piccoli quadri di vite rubate, di storie di soldati strappati alle proprie famiglie, alle proprie passioni, ai propri sogni. Quella messa in scena da Olmi è una guerra raccontata non con i numeri, ma con i nomi; non con i tabulati ed i calcoli degli alti comandi che stimano il costo in vite umane di un’azione militare, ma con le fotografie dei bambini, delle fidanzate, delle madri dei soldati che aspettano il rientro dei propri congiunti, che vivono in perenne attesa del loro ritorno.
E l’attesa è proprio l’altra grande protagonista del film. Raccontata però, com’è ovvio che sia, non dal punto di vista delle famiglie lontane, ma da quello dei soldati che sono al fronte. Attesa che non è soltanto quella di ricevere notizie dalle proprie famiglie: una lettera o anche solo una cartolina che porti un respiro vitale in un ambiente asfittico, un po’ di colore e di bellezza in uno scenario cupo dominato dal pensiero ricorrente della morte. Ma anche e soprattutto condizione di “sospensione” vissuta nelle trincee. Sospensione come mancanza di dimensione temporale e sprofondamento in una sorta di limbo in cui ogni attimo è uguale al precedente ed al successivo e tutto può succedere all’improvviso. Speranza, quando questo qualcosa succede, che passi il più in fretta possibile (durante un bombardamento bisogna tenere la mente occupata, contare il tempo che passa tra una bomba e l’altra – dirà il sergente che sarà costretto a guidare il ripiegamento). Ansia quando si sentono dei rumori lontani che lentamente si avvicinano, quando il fuoco del nemico si ode sempre più forte, quando l’aria si fa tesa e si capisce che ci si trova nell’imminenza di un assalto.

L’accurata, meticolosa descrizione della constante condizione di assedio vissuta dai soldati in trincea prende forma allora nelle sequenze del film. Soldati che si sentono in trappola, senza via d’uscita. Tutto è ostile attorno a loro: dal freddo che attanaglia in una morsa dalla quale non si trova riparo nemmeno avvolti nelle coperte o davanti ad una stufa, all’epidemia di febbre che viene dai Balcani e colpisce almeno la metà delle truppe, alla paura che logora nello snervante immobilismo delle guerre di posizione.
Ed il senso di claustrofobia che si vive vedendo Torneranno i prati (accentuato dalle riprese interne nei corridoi delle trincee, da inquadrature dei soffitti bassi, da una luce fioca che rischiara i locali della trincea talmente tenue da confonderne i colori) accentua questa sensazione di soffocamento, di mancanza di vie di fuga, questa interminabile condizione di angoscia. Proprio in un contesto del genere, l’impressionante sequenza di bombardamenti che si scatena d’improvviso contro la linea italiana (bombe che cadono così vicine alla trincea da farci sentire sul campo di battaglia, da farci vivere la paura dei soldati come nostra, da farci venir voglia di fuggire) appare, se possibile, ancora più spaventosa.
Un’ultima riflessione, infine, a proposito della bellezza evocata sopra parlando delle trincee e dell’assenza di colore. L’elemento della mancanza di bellezza sembra essere un tema ricorrente nel film. Il canto struggente del soldato che ad un certo punto si rifiuta di cantare, il larice che va a fuoco durante il bombardamento nemico sono tutti elementi che ci proiettano sempre più nel clima di brutalità della guerra che schiaccia ogni parvenza di umanità, che soffoca ogni emblema di equilibrio ed armonia, di grazia e piacevolezza. La stessa montagna, tradizionale simbolo di quiete e di pace, scelta come scenario per la rappresentazione di una cruenta azione militare è segno evidente di questo rovesciamento di prospettive operato dalla guerra, di questo svuotamento di ogni parvenza di bellezza nelle cose e di umanità nelle persone.

Gianfranco Raffaeli

Scheda del film

Titolo originale: Torneranno i prati
Genere: Drammatico
Origine/Anno: Italia/2014
Regia:  Ermanno Olmi
Sceneggiatura: Ermanno Olmi
Interpreti: Claudio Santamaria, Alessandro Sperduti, Francesco Formichetti, Andrea Di Maria, Camillo Grassi, Niccolò Senni, Domenico Benetti
Montaggio: Paolo Cottignola
Fotografia: Fabio Olmi
Scenografia: Giuseppe Pirrotta
Costumi: Andrea Cavalletto
Musiche: Paolo Fresu

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