Tra tempo sospeso e poesia visiva: il maestro Mimmo Jodice al Madre.

Attesa, Opera numero 23 Mimmo Jodice
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Un omaggio dovuto e anche troppo a lungo rimandato, quello che Napoli ha tributato a Mimmo Jodice, tra i più grandi maestri della fotografia contemporanea, artista d’avanguardia fin dagli anni Sessanta. L’abbraccio della città è finalmente arrivato: Attesa. 1960 – 2016. Questo il titolo – che quasi allude ad un ritardo lungo una vita – della mostra inaugurata giovedì 23 giugno, al Madre, e in allestimento fino al 24 ottobre. La più grande retrospettiva mai dedicata al fotografo napoletano di fama internazionale e curata da Andrea Viliani, direttore del museo.

Teatralita quotidiana a Napoli Mimmo Jodice
1. Teatralità quotidiana a Napoli. Mimmo Jodice

Oltre 100 opere raccontano la carriera dell’artista in un percorso espositivo concepito dallo stesso Jodice per gli spazi del Madre. La sala al piano terra è un vero e proprio affaccio sulla città:  scorrono su uno schermo i lavori della serie Teatralità quotidiana a Napoli: immagini che risalgono agli anni ’60 e ’70 e che indagano il tessuto sociale della città, i suoi rituali e le sue diverse forme di aggregazione. La macchina fotografica diventa strumento di denuncia delle condizioni di vita manicomiali, dello sfruttamento del lavoro minorile e dei meccanismi di esclusione sociale. Quella di Mimmo Jodice è un’estetica consapevole e affettiva, intrisa degli oggetti comuni del quotidiano. Il maestro dipinge la propria città con partecipazione, ponendo l’accento sulle contraddizioni che la animano e che ne costituiscono l’identità, dando un senso di autenticità alla propria epoca.

Vera fotografia Mimmo Jodice

10. Vera fotografia. Mimmo Jodice

Al terzo piao, nelle tre sale successive, si snoda il vero e proprio nucleo della mostra: qui la fotografia diventa sperimentale, acquista un carattere concettuale e metafisico, lontano dai lavori degli esordi. Prendendo spunto dal celebre Ceci n’est pas une pipe di Magritte, Jodice fotografa una mano intenta a scrivere Vera fotografia (1979) sulla foto, come fosse scritta dalla stessa penna fotografata. Ecco come la fotografia, lungi dal farsi mera documentazione del reale, diventa investigazione delle potenzialità del suo stesso linguaggio. L’artista sovrappone ed oppone elementi tridimensionali alla sua riproduzione (Vetro, Corrispondenza, Carta d’identità), strappa e accosta immagini diverse, e il risultato di questi inediti accostamenti crea nuove dimensioni spazio-temporali (Frattura, Paesaggio interrotto, Strappi).

Alba fucens Mimmo Jodice
16. Alba fucens, 2008. Mimmo Jodice

La sua relazione con la storia dell’arte va dall’archeologia mediterranea fino all’arte contemporanea. Esiste tra queste un comune denominatore: il rapporto con il tempo. La macchina fotografica, nelle mani di Mimmo Jodice diventa macchina del tempo e del suo stesso superamento, con la quale tenta di riafferrare per un attimo momenti, luoghi e persone ormai lontani. Non mi interessa rendere nei miei scatti le belle facce delle statue e ruderi imponenti. Mi interessa quello che io vedo, quello che io rivelo di quei posti.
Jodice lavora sulle presenze alitanti in quegli spazi: la fascinazione del luogo dipende dal suo modo di far percepire non il silenzio, ma l’assenza. Fotografare l’inattuale negli spazi abitati e vissuti e in quelli abbandonati da secoli.

Attesa, Opera nr.2 Mimmo Jodice

20. Attesa, Opera numero 2. Mimmo Jodice

Questo processo di lavorazione, iniziato intorno agli anni Ottanta, culmina nel nuovo ciclo di lavori, dal titolo Attesa, abilmente contestualizzato nel periodo storico-culturale nel quale stiamo vivendo, fatto di incertezze, aspettative, indugi, timori e speranze. L’attesa è un sentimento che sta dentro ciascuno di noi, ma non viene quasi mai rappresentato nell’arte. Io ho cercato i vuoti nello spazio urbano, oppure una finestra chiusa, un teatro vuoto, una persona ritratta di spalle. C’è sempre qualcosa di incompiuto in questi scatti – afferma Jodice.

Attesa, Opera nr. 23 1999 Mimmo Jodice

26. Attesa, Opera numero 23, 1999. Mimmo Jodice

Il fotografo visionario costruisce un mondo reale, ma allo stesso tempo fuori dalla realtà, ispirato da grandi maestri tra cui De Chirico, Magritte, Morandi e Sironi. Mostra così i frutti della libertà di una pratica fotografica che aveva avuto inizio alla fine degli anni Cinquanta con un ingranditore.
Attesa, infatti, è anche la matrice di una pratica analogica della fotografia: la ricerca paziente dell’illuminazione, ad esempio, o del bilanciamento del bianco e del nero.

Transiti, opera 14 Mimmo Jodice
27. Transiti, opera numero 14. Mimmo Jodice

Alla fine del percorso espositivo ci sono poi altri due importanti nuclei: uno è Eden, uno studio inquietante sulla natura morta; l’altro è Transiti, che aveva realizzato per il museo di Capodimonte, in cui frammenti di importanti opere d’arte si mescolano e dialogano con frammenti di vita napoletana. Il risultato è una “familiarizzazione” dei grandi capolavori dell’arte che, accostati  alla gestualità e al modo di fare degli abitanti della città, mostrano una somiglianza che non è stata scalfita dai secoli.

La grandezza del maestro Jodice sta soprattutto nel sapersi collocare, ancora oggi, in una dimensione spazio-temporale indefinita: in un intreccio tra passato, presente e futuro, sospeso empiricamente ed intelligibilmente nell’attesa. Jodice riempie le sue opere di una valenza allegorica; questo è l’approdo dell’intera mostra, ma anche la sua genesi ed il suo eterno ritorno.
Angelica Falcone

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