Tre scalini per un carcere

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Al solo sussurrare, senza patemi d’animo, la parola carcere la prima immagine che ne deriva è quella di un complesso edilizio, (fonte Wikipedia), risalente al 1654 e sede per ulteriori 200 anni di un convento di religiose carmelitane fondato da due sorelle della famiglia Colonna: Anna, vedova di Taddeo Barberini nipote a sua volta di Papa Urbano VIII e Vittoria, monaca del Carmelo, di cui ovviamente diventò badessa.

Il complesso è situato nella città di Roma e più precisamente su via della Lungara, il cui piano stradale è circa tre metri più basso di quello adiacente e parallelo del lungotevere che si ammira dal colle del Gianicolo.
La struttura religiosa, giacché nulla avviene per caso, fu dedicata alla Vergine Maria e perciò intitolata: Regina Coeli allora come oggi.
Nel 1881 circa fu convertito in carcere anche attraverso l’acquisizione del contiguo complesso, adibito a carcere femminile, noto musicalmente come Carcere delle Mantellate.

Per entrare nell’edificio bisogna salire tre scalini.
Adempiere a tale tradizione, Dio vi scampi, aggiunge al proprio curriculum la “patente di romano” di cui non so chi possa seriamente andarne fiero seppur la rima strappi un timido sorriso: “A via de la Lungara ce stà ‘n gradino chi nun salisce quelo nun è romano, e ne trasteverino”.

Un sorriso che scompare in chi, rimirando il complesso, si perora di mettere alla prova la propria coscienza e così prende a interrogarsi sul come un edificio pensato e costruito quasi 400 anni fa, per tutti altri scopi, possa non essere coercitivo oltre il limite dell’indegno per gli esseri umani che, colpevoli o presunti tali, sono costretti a salire i tre gradini.

Questo turista attento o il non assente alle vicende umane non sa, tra l’altro, che oltre le tre alzate si è attesi dalla sezione settima la quale, vi assicuro e non importa la fonte, oltre a fungere da braccio di passaggio verso altre destinazioni si trasforma in luogo di “isolamento” breve o lungo, duro o più duro secondo convinzioni umane altrui a volte ma mai poche, rivelatesi errate.

Qui a causa di sovraffollamento e mancanza di spazi, anche “l’ora d’aria” diventa “il minuto d’aria”, figuriamoci il diritto a un ambiente minimamente decente e alla personale minima pulizia.

Qui i pochi Papi che hanno visitato il carcere negli anni sembra non siano mai passati.

Qui come in tutte le adiacenze, alcuni deputati e senatori sono passati e continuano a passare per scomparire poco dopo. Solo le parole di uno di loro, non a caso una donna, da qualche anno corrono da un corridoio all’altro, da un braccio all’altro: «Questo è un magazzino di carne umana».
Qui la coscienza della comunità, in nome della quale la giustizia è giustamente esercitata, appare lontana.

Qui, giacché nulla avviene per caso, non rimane che affidarsi alla Regina Coeli (cui sono deferente per personale e anziana convinzione) e questa, mi si perdoni la franchezza, è una pessima notizia per il popolo cui apparteniamo.

Guido Peparaio

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