Truman Capote: A sangue Freddo (tra Hollywood ed il Kansas, passando per la 5th Avenue)

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Colazione da Tiffany: basta il nome per evocare la classe di Audrey Hepburn, i tubini neri, New York, un gatto sul tetto e Moon River suonata su una vecchia chitarra. Il film è ormai un classico della cinematografia mondiale, la sua influenza sulla cultura moderna è incontrovertibile: come spesso accade ai film più amati (ed ai loro protagonisti) “Breakfast at Tiffany’s” è entrato nell’onirico collettivo di una generazione, determinando anche l’immagine di New York come e più di tante opere d’arte.

L’autore che si cela dietro a questa storia è un vero e proprio camaleonte della letteratura moderna: Truman Capote, l’uomo che ha percorso gli anni d’oro del glamour hollywoodiano, l’amico delle star, il confidente di autori e registi, il giornalista di cronaca rosa che si trasforma in un segugio di nera, attraversando gli Stati Uniti alla ricerca di risposte.
In pochi altri casi l’identità dell’autore e la sua biografia sono strettamente correlati e funzionali alle sue opere: Capote vive intensamente il suo tempo, la sua vita attraversa la storia del dopoguerra Americano con curiosità, e già da bambino lo si vede andare in giro munito di penna ed un blocchetto per gli appunti, dove trascrive tutte le immagini e le situazioni che lo interessano, con la speranza di poterle pubblicare un giorno, magari su una grande rivista.

La nativa New Orleans, città del Madi Gras, magica e sensuale, gli sta stretta, ed a 19 anni il giovane Truman si trasferisce a New York con la madre, così la metropoli del ‘900 per lui inizia a prendere forma sulla carta, e le sue riflessioni giovanili diventano articoli per la prestigiosa rivista New Yorker.
Sebbene nella vita privata passi per un vero snob, Capote con la penna non è affatto choosy, la sua idea di letteratura è molto democratica: passa agevolmente dalla cronaca giornalistica al racconto breve, dall’intervista al romanzo rosa fino alla fiction non fiction di quello che forse è il suo libro più controverso: A sangue Freddo.

La cifra stilistica di Truman capote è il post-moderno, è il mélange, il patchwork, perciò le sue opere sono amate in modo trasversale, e non a caso un giovane Andy Warhol se ne innamora, ed inizia a tesserne le lodi, introducendolo nel suo Pantheon personale come un nuovo idolo della cultura Pop.
Colazione da Tiffany lo rende celebre in tutto il mondo, e la trasposizione cinematografica del racconto non fa che accrescerne la fama, mentre l’aura di successo, che sembra emanare naturalmente, affascina i convenuti ad ogni party in città. Divi e starlet fanno la fila per fotografarsi con lui, i cocktail party di Hollywood e di New York non sono tali senza la sua presenza, e leggendarie sono anche le sue feste, tra cui la più famosa è il ‘Black & white ball’, un ballo in maschera svoltosi il 28 novembre 1966 a New York e subito etichettato come ‘la festa del secolo’.
Dietro la maschera glamour però Capote resta uno scrittore, un curioso lettore del mondo in ogni sua sfaccettatura: il racconto breve è sicuramente la forma che predilige, perché essenziale e pungente, come un discorso in pubblico, e non a caso le sue “lectures” – le letture pubbliche di alcuni suoi racconti – sono avvenimenti mondani a cui si partecipa come ad una prima teatrale.
Alcuni di questi scritti brevi verranno poi raccolti e pubblicati nel 1980, con il titolo “Musica per Camaleonti”, e lo stesso autore introdurrà questi pezzi con una breve “guida sistematica” alla sua letteratura, una sorta di analisi del suo tempo e della necessità della scrittura. In opere come queste trovano spazio alcuni straordinari tableaux vivants dell’America degli anni ’50 e ’60, mescolati a momenti autobiografici, riflessioni a voce alta ed i ricordi dei suoi amici: il brano in cui descrive la sua amicizia con Marylin Monroe è semplicemente perfetto, forse troppo bello per essere incluso in una rivista, ed allora trova posto qui, in una raccolta semi-privata.

Malgrado il successo “mondano” di Colazione da Tiffany e dei suoi racconti, il “tarlo” del giornalista non lo lascia in pace: l’occhio curioso del cronista va alla ricerca della vita vissuta fuori dalle torri d’avorio, lontana dal lusso e dalla “plastica” di Hollywood.
Il punto di svolta nella sua carriera letteraria ha una data precisa: tutto incomincia la mattina del 16 novembre 1959, quando il “New York Times” pubblica – in un trafiletto – la notizia della barbara uccisione della famiglia Clutter a Holcomb, un piccolo centro agricolo del Kansas, e Capote capisce di aver finalmente trovato il casus belli che lo porterà a fondare un innovativo genere letterario. Secondo la “leggenda” Capote telefona immediatamente al capo redattore del New Yorker, poi alla sua cara amica Harper Lee (autrice di un’altra pietra miliare della letteratura americana: “Il buio oltre la siepe”), per convincerla a seguirlo in Kansas, dove vuole andare per informarsi sul caso e quindi scriverne, da giornalista, pubblicando poi gli articoli sul New Yorker.
Gli amici di New York e quelli della California (e forse la stessa Harper Lee) non capiscono questa “smania” di dedicarsi alla cronaca nera, ma Capote ha in mente un suo piano: vuole rivoluzionare la letteratura contemporanea, vuole scrivere un romanzo che si basi solo sulla realtà, dando vita a quella che solo grazie a lui si chiamerà “non fiction novel”.

Nasce così “A sangue freddo” (In cold Blood), pubblicato in quattro puntate sul “New Yorker” nel 1965 e successivamente in un volume che ebbe un successo strepitoso: basti pensare che dopo la pubblicazione della prima puntata sulla rivista, in tutta l’America si scatenò una caccia al New Yorker senza precedenti, e l’attesa da parte dei lettori si fece febbrile nel paese, con il pubblico avido di notizie, mentre pochi sembrarono voler attendere la pubblicazione di ogni puntata, settimana dopo settimana.
Capote passerà molti mesi nello sperduto paesino di Holcomb, in Nebraska, dove è atterrato come il celebre marziano del nostro Ennio Flaiano, quando è già ricco e famoso, sicuramente non molto amato dalla gente locale, e deciso – malgrado il malessere della comunità locale – a restare in città, per assistere alle prime indagini, alla cattura dei due responsabili, al processo e alla seguente condanna a morte. Negli anni seguenti alla cattura dei responsabili, Capote terrà una fitta corrispondenza con i due reclusi in carcere, in particolare con Perry Smith (al quale si affezionò pericolosamente, tanto che Harper Lee temeva che stesse per innamorarsene), fino all’atto finale, nel 1965 quando, dopo aver assistito all’esecuzione dei due, porterà a termine l’ultima parte del suo straordinario romanzo.

Il libro si legge ancora oggi come un pezzo di cronaca, Capote è un eccellente giornalista che riporta scrupolosamente tutti gli eventi, ma la sua narrazione supera la semplice cronaca, creando un incastro assolutamente perfetto per cui noi lettori ci trasformiamo in testimoni oculari della storia, e ci sorprendiamo ad ogni pagina, così come per ogni cambio di scena (da Holcomb, dove avviene il delitto, alle tappe dei due assassini in fuga per gli Stati Uniti e il Messico) proprio come faremmo leggendo un giallo di Agatha Christie.

A sangue freddo è anche l’ultima opera completa di Capote, questo romanzo e la sua gestazione – in un certo senso – lo hanno svuotato, reso sterile, lo scrittore non riuscirà più a raggiungere simili vette espressive, si accontenterà di rivedere, limare, trascrivere e raccogliere le sue opere, consapevole però di averci lasciato un’opera fondamentale sia per il giornalismo che per la letteratura, avendo superato i limiti del romanzo moderno.

Fabio Ronci

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