Tu es libre di Francesca Garolla. Discorso sulla libertà

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Sul palco c’era una scenografia scarna, pochi oggetti per un teatro di idee, per un teatro di parola, che ci interroga e si interroga, che sfida e ci sfida. A dare dinamicità alla scena di Tu es libre, scritto da Francesca Garolla, contribuivano le precise geometrie con cui si muovevano gli attori sul palco, perfettamente nella parte, perfettamente credibili. I gesti, con cui semplici sgabelli in legno nero venivano spostati, partecipavano a rompere una staticità che poteva compromettere il buon esito dello spettacolo. Il loro percuotere il palco forniva una punteggiatura essenziale. Punteggiatura che era tra l’altro arricchita dalla presenza in scena della drammaturga, e autrice del testo, che si è messa in gioco con la sua vena attoriale fornendo le necessarie sottolineature alla poesia dello spettacolo.
Pensare che ero andato al Piccolo Melato in veste di privato cittadino, senza chiedere l’accredito stampa. Nella mia ingenuità pensavo che così non sarei stato costretto a scriverne. Ma Francesca Garolla mi ha fregato. A fine spettacolo non ho potuto fare a meno di chiedere il suo contatto.
Una scrittura sfolgorante e una regia convincente mi hanno guidato a lei e alla prima domanda.

Haner esiste davvero, e se sì, perché si è interessata alla sua storia?
Haner esattamente con la storia di Haner non esiste. Però, diciamo che esistono un sacco di Haner. Io ero interessata particolarmente all’ambito francese. Perché ho scritto il testo lì. Esistono comunque tantissime ragazze, soprattutto inglesi e francesi, che sono partite per la Siria, e presumibilmente si sono unite a Daesh, all’Isis. È una storia di invenzione, di finzione, lo dico anche a un certo punto nel testo. Però è credibile, realistica. Nel senso che è effettivamente accaduto che in questi anni diverse persone partissero. Abbiamo avuto un po’ il pregiudizio che si trattasse spesso di persone sostanzialmente molto povere o emarginate, o con origini medio orientali. Quindi, con livelli di conflitto con la nuova società di appartenenza molto alti. Ma non è effettivamente così. Ci sono state anche delle persone perfettamente integrate, cittadini di paesi europei ad andarsene.
Mi colloco un po’ a metà. La storia è verosimile ma non vera.

 

Tu es libre di Francesca Garolla foto Luca Del Pia

Lei solleva domande importanti. Lei stessa durante lo spettacolo dice che si tratta di domande metafisiche. Perché l’esigenza di confrontarsi con queste idee?
Diciamo che ho una propensione a una scrittura che porti a una riflessione, a un conflitto teatrale all’interno del testo. Normalmente un testo di teatro, ma anche di narrativa, ha quello che si chiama per l’appunto il conflitto teatrale. Cioè, quella crisi che poi porta all’evoluzione e alla conclusione della storia. A me interessa molto il conflitto con lo spettatore. Nel senso positivo. Nel senso che mi interessa suscitare delle riflessioni.
Poi ho questa ossessione, probabilmente da sempre ma di più negli ultimi anni del mio lavoro, per il tema della libertà. Che cos’è la libertà? Che cos’è la libertà in senso assoluto? Che cosa significa rinunciare alla libertà? Che cosa significa approcciarsi ad essa in maniera assoluta come fa Haner? In questo caso, effettivamente inserisco un dato di cronaca, di attualità, ma perché mi è utile a riflettere su un tema. Tendenzialmente io parto sempre da un tema.
Quindi a lei interessa il conflitto teatrale ma le interessa di più il conflitto con il pubblico?
Esatto. Mi interessa più di tutto il conflitto, o meglio il rapporto con il pubblico. Cioè, il fatto di instaurare un dialogo con il pubblico, suscitare una riflessione, in cui il pubblico non sia passivo ma attivo. Ovviamente mi interessa anche il conflitto teatrale, nel senso che mi interessa fare accadere delle cose sulla scena.
Nel caso di questo testo c’è effettivamente una storia. Una ragazza è partita. Non si sa perché. Probabilmente è andata in Siria. I suoi congiunti cercano di ricostruire quali possono essere le ragioni della sua scelta. Anche perché ovviamente la trovano inaccettabile.
C’è anche questo livello, che è il livello della trama.

La domanda non è soltanto sulla libertà. Lei tocca in filigrana anche temi come la morte, la verità. Propone una serie di domande estremamente importanti. Non aveva paura che il pubblico rifiutasse una scrittura così interrogante, sfidante?
Sì. In realtà ce l’ho ancora. Infatti cerco di trattare il tema dello spettacolo con tutta la delicatezza che mi è concessa, e mi metto in scena. Come a dire che io ho la responsabilità di quello che dico. Più del fatto che lo spettacolo suscitasse domande, avevo paura che potesse portare a fare conclusioni, che è una cosa che accade. Penso che sia anche naturale. Perché ho lasciato il testo aperto, dichiarando il fatto che non ho delle soluzioni e non so effettivamente dare delle risposte alle domande del testo. Spesso, non spessissimo, però accade che la gente tenda a trarre delle conclusioni. Quindi, magari fraintenda dicendo “Beh. Allora vuol dire che siamo liberi di fare tutto? Vuol dire che siamo liberi di uccidere delle persone? Vuol dire che siamo liberi di essere violenti?”. Questa è una “preoccupazione”. Poi non lo è perché ovviamente io non dico questa cosa. Però questo fraintendimento è qualcosa che può accadere. Anche perché giustamente abbiamo bisogno di trovare dei nessi logici alle cose, cioè dei meccanismi di causa effetto. Quindi può essere che il pubblico dica “L’autore sta dicendo che per la libertà possiamo fare veramente qualunque cosa”. In effetti io lo sto dicendo ma non lo sto legittimando. C’è una sottile ma significativa differenza.

È molto importante quello che Haner scrive nella lettera di commiato ai genitori. Con quella lettera lei come autrice dà una risposta al pubblico. Alla domanda del padre “Con chi stai?”. Haner risponde “Io sto sia con i Troiani sia con i greci”.
Sta dalla parte dell’uomo che cerca la sua libertà?
Sì. Nel senso che poi è una questione di punti di vista. Io penso che nessuno creda di battersi dalla parte dei cattivi. Nel momento in cui pensa di essere dalla parte dei cattivi inevitabilmente cerca di fuggirne. Quindi, da un certo punto di vista, tutti stanno combattendo per qualcosa di “giusto”. Il fatto è che noi stessi, e a un certo punto del testo lo dico, crediamo di essere dalla parte giusta del mondo, quella che porta democrazia, quella per cui la libertà è un valore e gli altri invece sono per la costrizione, sono retrogradi, non danno le libertà che noi diamo. No. Il punto è che noi effettivamente non siamo nei panni degli altri, non siamo mai nei panni degli altri.
A tratti nella scrittura, nella piece teatrale ho avvertito delle atmosfere che si respirano anche in mistiche come Etty Hillesum e Simone Weil. Si considera una mistica?
Ride di gusto con una risata argentina.
Adesso le dico una citazione di Flaiano che dirò assolutamente male perché non la ricordo esattamente. Me l’aveva dedicata un’amica. “Nel momento in cui una società è complessa ma nello stesso tempo leggera non si può fare teatro. Perché il teatro non viene recepito. Bisogna essere dei poeti”. Allora, io non so se mi considero una mistica. Non credo. Però miro alla poesia. È poi la caratteristica delle due autrici che lei ha citato, seppure abbiano una scrittura diversa l’una dall’altra. Però hanno una propensione a cercare qualcosa che elevi le cose, da una dimensione pragmatica, concreta.
Adesso divago un attimo, ma perché questa cosa è affascinante. È bellissima. Avevo un professore di italiano che ci aveva spiegato come in greco la parola arte ha questa particella “ar”. La parola greca kalós che significa bello, ha dei superlativi ognuno dei quali ha particelle diverse. Ogni piccola particella dà una definizione del bello. La particella “ar” identifica qualcosa che parte dal basso e porta verso l’alto. L’arte dovrebbe avere questa funzione. Per me questo è affascinantissimo.

È affascinante anche la ricerca che lei fa sulle parole. Con lei scopro che il nome Andromaca significa donna che combatte. Le parole sono importanti, sono pietre.
La lettera alla fine della pièce è pura poesia. Secondo me svelava una sensibilità femminile.
Esiste una scrittura al femminile o esiste solo la scrittura tout court?
La scrittura è androgina?
La sua è una scrittura femminista?
Per me esistono gli scrittori e gli autori. In ciò non c’è nessuna accezione di bene o di male. Con scrittori intendo i narratori ma anche i drammaturghi, che appunto scrivono una storia. Negli scrittori la storia prevale sulla loro autorialità, cioè, sul loro modo di scrivere. Gli autori per me sono coloro che hanno una voce. Cioè tu leggi e dici “Questa ha una voce”. Prima lei citava Etty Hillesum. Sicuramente lei ha una voce. Ecco a me interessa tanto avere una voce.
Sinceramente io non so se ho una scrittura femminile o meno. Probabilmente ce l’ho perché sono una donna. E siccome mi interessa molto che esca la mia voce, mi interessa che essa rispecchi la mia individualità. Poi mi interessano sicuramente dei temi che possono essere declinati al femminile. Seppure il testo di Haner parli della guerra, parli della violenza, parli del potere, parli appunto della libertà, ci sono dei pezzi anche molto ampi del testo in cui io parlo del potere femminile, in quanto potere generatore. E faccio questo paragone tra la terra e la donna. La quale ha appunto questo potere di generare e contenere la vita. “Per questo”, e non è un processo di causa effetto, ma spesso per questo è la vittima più vittima dei conflitti. Nel senso che tutti gli atti più abusanti che noi possiamo pensare sono in massima parte tutti commessi sulle donne e sui bambini. Quindi, sulla scrittura ho questa visione. Io cerco la mia voce.
La sua è anche una scrittura femminista?
Io credo di sì.
Nonostante il successo l’autrice mantiene una freschezza è una spontaneità invidiabile. Ha la capacità di sentirsi a tratti in imbarazzo, e di reagire a quell’imbarazzo con una risata scoppiettante.
Credo di sì. Nell’accezione più ampia di questo termine. Credo di sì. Non so mai cosa intende l’altro con certe parole.

Proviamo ad aprire le parole insieme. Spesso diamo per scontate parole che non lo sono.
Che cosa significa essere femminista in senso lato?
Noi sostanzialmente veniamo da secoli e secoli di società patriarcale. C’è un bel libro di Marina Valcarenghi intitolato “L’aggressività femminile”, in cui lei dice che il fatto che ci sia un potere maschile deriva sostanzialmente da un’origine fisica. Cioè, deriva dal fatto che gli uomini hanno più forza, facevano delle cose che gli uomini non riuscivano fisicamente a fare. Questa cosa è passata nei secoli. Però negli anni questo tipo di potere, di forza, si è modificato e si è riversato su altre declinazioni. Io non sono femminista nel senso di pensare che le donne debbano uguagliare, essere uguali agli uomini. Penso che sia necessario aiutare a dare spazio a un pensiero alternativo, meno di forza e più di potenza. Quindi, in questo senso si sono femminista. Anche perché penso sinceramente che le donne facciano molta più fatica a lavorare e ad affermarsi.
È un dato di fatto. Le leggo una frase di Padre Alex Zanotelli. “Il corpo della donna diventa il capro espiatorio dove si sfoga la violenza del sistema.
Sono piuttosto d’accordo. Infatti sono orgogliosa di essere stata sul palco del Piccolo. Perché comunque il palco del Piccolo è stato attraversato da diverse registe, magari registe autrici, ma autrici drammaturghe donne sotto i quarant’anni, tutto sommato ancora giovani faccio fatica a ricordarmene.
Quanti anni ha?
Trentanove.

Lo dice con un sospiro, forse con un velo di malinconia.

Sartre si chiedeva liberi per che cosa. Che forse è anche la frase che diceva Don Milani quando affermava che non bastava avere le mani pulite se poi le si teneva in tasca. Qual è la sua idea di libertà? Per che cosa essere liberi?
Oh. Che domanda difficile.
Mentre pongo la domanda e mi accorgo che non vorrei essere dall’altra parte, a cercare di rispondere alla stessa domanda.
La mia idea di libertà? La mia idea di libertà è piuttosto rischiosa. Libertà è la possibilità, la capacità di avvicinarsi a tutti, di assomigliarsi, di assomigliare a se stessi.

È la direzione che indica Jung quando afferma che il processo evolutivo arriva al punto in cui ci si identifica con se stessi?
Sì. Ma va anche aldilà di un aspetto psicologico o psicanalitico. Significa la capacità di stare nel mondo senza essere necessariamente condizionati dal mondo.
E questa un po’ la mia idea di libertà. Ovviamente, come tutti, penso a una libertà nel rispetto degli altri. Al contempo so perfettamente che non sempre la libertà può rispettare l’altro.
Che cosa succede quando la libertà non riesce a rispettare la libertà dell’altro?
In casi estremi anche il conflitto di cui parlavamo prima, e anche la punizione. La nostra libertà è regolamentata per prima cosa dalla legge. Sia la legge morale di cui parla Kant sia la legge concreta, la regola, la norma. Questa è la prima cosa che limita la nostra libertà. Se facciamo un passo oltre quell’eccesso di libertà che porta al “delitto”, allora stiamo parlando sostanzialmente del fatto di essere al mondo nel rispetto dell’altro, ma cercando il più possibile la propria espressione. Può essere fatto anche in cose molto piccole.

Arrivati a questo punto Francesca Garolla mi racconta la storia di un tassista, che l’ha portata a destinazione. Il tassista le ha raccontato della sua scelta di staccarsi dall’azienda di famiglia per rincorrere la propria idea di libertà. Prendo la palla al balzo per una delle ultime domande.
Ragioniamo sull’aneddoto del tassista. Potrei dire che uno spicchio della libertà è la libertà di ascoltare la storia degli altri?
Assolutamente. E di comprenderla, che non significa capirla. Ma significa tenerla insieme. Questa è una cosa che mi interessa tantissimo. Cioè, il comprendere le possibilità degli altri anche quando non sono le mie, anche quando non le capisco, e possibilmente anche quando mi feriscono. Non è una cosa da madre Teresa di Calcutta. Però, per intenderci, è pensare che la storia dell’altro è la storia dell’altro e che io non guardo il mondo dal suo punto di vista. Tra l’altro io sono soltanto una persona e una autrice. Non faccio il giudice.
Spesso noi umani ci arroghiamo il ruolo di giudici con estrema facilità.
Stiamo prendendo una via un po’ mistica. Me ne assumo la responsabilità.
No. Ma forse ha ragione sono mistica e solo non me lo voglia dire.
Beh. In me riscontro una parte di misticismo che è il tendere al sacro inteso come ciò che ha valore ed è separato dal publicum. Quindi la libertà implica anche il rischio di accettare il conflitto?
Assolutamente.

Gianfranco Falcone

LA LETTERA DI HANER

Guardo gli aerei che attraversano il cielo. E guardo gli uccelli, che attraversano il cielo. E il mare che erode la terra. E il tempo, il tempo che distrugge le mura delle nostre case e delle nostre città. Il tempo che rende la nostra pelle sempre più sottile.

I confini sono qualcosa di fragile.

E allora perché stare qui?

Ho cercato le parole più belle, migliori, per dirvelo. Quelle più giuste. Quelle che spiegassero cosa vado a fare e perché.

Ma l’unica cosa che riesco a dire è che me ne vado perché cerco qualcosa in cui mettere tutta la libertà che ho. Ed è così tanta, ed è così feroce, che non si fa trattenere. Non si fa coccolare o accudire, non si fa proteggere.
E non si fa raccontare.

Vado perché sono libera di andare.
Questo è l’unico motivo.

La libertà è l’origine di tutto.

Quando ero piccola pensavo sempre che non si può morire col sole, che è troppo crudele. Pensavo che il tempo dovesse mutare in un turbine scuro al cospetto della morte.
Poi, improvvisamente, morire col sole mi è sembrato normale.
Le persone muoiono. Anche quando il cielo è azzurro come oggi, anche quando l’aria è tiepida e profumata.
Si muore, anche nella luce.

Stamattina fa freddo, ma il cielo ci accarezza.
Non siate tristi, non siate tristi perché io non lo sono.
Vi sto parlando di vita. Perché è la vita a cui vado incontro.

Papà, ti ricordi quando mi chiedevi se stessi dalla parte dei Troiani o degli Achei?
Bene, adesso posso risponderti. Sto dalla parte di Ettore, dalla parte di Andromaca, dalla parte di Achille e di Agamennone. Sto dalla parte di chi vuole essere libero.
E lo vogliono tutti.
Tutti.

Io lo so, che mi capite.

 

Piccolo Teatro Studio Melato
dal 9 al 18 ottobre 2020
Tu es libre
di Francesca Garolla
regia Renzo Martinelli
con Viola Graziosi, Paolo Lorimer, Maria Caggianelli Villani, Maziar Firouzi, Francesca Garolla, Francesca Osso
luci Mattia De Pace, suono Giuseppe Ielasi, disegno sonoro Fabio Cinicola
progettazione scenica Renzo Martinelli
assistente alla regia Michele Ciardulli
produzione Teatro i
con il sostegno di Fabulamundi Playwriting Europe – Beyond Borders? e NEXT – Laboratorio delle idee per la produzione e la distribuzione dello spettacolo dal vivo lombardo – ed. 2017 / 2018
Testo segnalato dalla Comédie Française e finalista al Premio Riccione per il Teatro
Création réalisée dans le cadre des Résidences de la Chartreuse de Villeneuve lez Avignon, Programme Odyssée –ACCR, avec le soutien du Ministère de la culture et de la communication
e con il sostegno del progetto DE.MO. – Movin’Up seconda sessione 2015 e del PREMIO SPECIALE DE.MO./MOVIN’UP per il Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo – GAI – Associazione per il Circuito dei Giovani Artisti Italiani

Il testo Tu es libre è edito da Cue Press (2017)

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