Tunisia: Kaïs Saïed sempre più un autocrate

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In Tunisia era il 25 luglio 2021 quando il presidente della Repubblica Kaïs Saïed sospendeva il Parlamento e scioglieva il Governo e, a quasi un anno da quello che viene spesso definito un colpo di stato, le azioni per consolidare il suo potere continuano senza sosta. Il pretesto è sempre quello di salvare la Tunisia dal baratro di una crisi sociale ed economica che da tempo attanaglia il paese. E la guerra in Ucraina, dopo la pandemia da Covid-19 ha ulteriormente aggravato le cose.

Dopo aver sospeso, nel mese di febbraio, il Consiglio superiore della Magistratura, con un decreto dell’1 giugno 2021 Kaïs Saïed si assegnava maggiori poteri all’interno dello stesso Consiglio, attribuendo al presidente la possibilità di revocare i magistrati. E poco dopo ha usato quel potere destituendo – con l’accusa di corruzione e di altri reati – 57 giudici e tra questi l’ex presidente del Csm (un caso che ne avesse denunciato lo scioglimento?) e l’ex primo presidente della Corte di cassazione [1].
L’opposizione che non sempre è in grado di fronteggiare questa deriva anti-democratica ha trovato una sponda e il 4 giugno «l’ordine degli avvocati tunisino ha annunciato uno sciopero nazionale in “tutti i tribunali penali, amministrativi e finanziari” per un periodo rinnovabile di una settimana, a partire dal 6 giugno. Decine di giudici presenti a una riunione di emergenza a Tunisi “condannano fermamente la continua ingerenza del presidente nella magistratura”, hanno affermato in una nota. Hanno accusato Saïed di attribuirsi poteri di licenziamento dei giudici “senza il minimo ricorso a procedimenti disciplinari, violando il diritto più elementare alla difesa garantito dalla costituzione”» [2].

Kaïs Saïed ha indetto un dialogo nazionale tra le parti con l’obiettivo di fondare una “nuova Repubblica”. Il “progetto di Costituzione” è affidato ad una commissione che lo stilerà dopo aver tenuto dialogo nazionale al quale sono stati invitati i sindacati Unione tunisina del lavoro (UGTT), la più potente organizzazione tunisina, Unione tunisina dell’agricoltura e della pesca (UTAP), l’organizzazione UTICA, le ONG la Lega tunisina per Human Rights (LTDH) e l’Unione nazionale delle donne tunisine (UNFT). Il progetto dovrà essere poi presentato al Presidente.
Sono in tanti a boicottare questo processo e soprattutto il rifiuto a partecipare al dialogo è arrivato dalla UGTT che in una nota ha spiegato che «”non parteciperà al dialogo nazionale nel formato proposto dal presidente Kais Saied, che non è stato oggetto di consultazioni preliminari e non soddisfa le aspettative delle forze nazionali di avviare un processo patriottico che consenta la crisi.” […] che questo dialogo miri a “approvare le conclusioni decise unilateralmente in anticipo e costringerle a passare per fatti compiuti” […] “questo dialogo non solo non fa uscire il Paese dalla crisi, ma rischia di aggravarla e prolungarla”

Intanto si avvicina la data del referendum sulla nuova Costituzione che si terrà il 25 luglio prossimo e la cui bozza non è stata pubblicata. Nel frattempo proprio per estendere il suo potere di controllo e destabilizzare le istituzioni democratiche aveva anche avocato a sé la nomina di tre dei sette membri di Istanza superiore indipendente per le elezioni (Isie), compreso il presidente. Il 9 maggio ha nominato Presidente dell’Isie Farouk Bouasker, ex membro dell’organismo, in sostituzione di Nabil Baffoun che aveva criticato quanto accaduto nel luglio 2021. Isie deve organizzare il referendum costituzionale e le elezioni legislative del 17 dicembre che seguiranno.

Nel frattempo la Tunisia si ritrova sempre con una disoccupazione elevata che nel caso dei giovani sfiora il 40%, quella media è al 16%, ha inflazione che a marzo 2022 era al 7,2% e dagli scaffali cominciano a non trovarsi le baguette a prezzo politico. La pandemia prima e ora la guerra in Ucraina hanno aumentato deficit commerciale alimentare con il valore totale delle importazioni di cereali cresciuto da circa 513 milioni di dollari nel 2019 a circa 849 milioni di dollari nel 2021. E le riserve valutarie sono ridottissime con i rischi di una crisi finanziaria senza precedenti che i negoziati con il Fondo Monetario Internazionale dovrebbe scongiurare.

Chiara Sebastiani si pone tre domande e cerca di dare risposte che spiegano uno stato di cose anomalo. La prima è come mai le proteste in un paese che ha avviato una rivoluzione nel 2011 sono marginali. «Tra le tante spiegazioni che di questo vengono offerte – il carattere pacifico dei tunisini, la paura della repressione, l’assenza di alternative o il timore di “fare la fine dell’Algeria, della Libia o della Somalia” […]. Oggi tuttavia l’opposizione a Kais Saied non può permettersi di soffiare sul fuoco del malcontento popolare come invece hanno fatto per dieci anni gli esponenti di un eterogeneo fronte “anti-islamico” anche perché, come spiega il deputato Majdi Karbai, l’opinione pubblica plasmata da anni di contrapposizione islam/laicità è poco sensibile a quella tra democrazia e non-democrazia». Il potere di Kaïs Saïed non crolla anche perché nonostante tutto l’economia viene sorretta dall’esterno e sono diversi i paesi che non vogliono un’altra crisi in Nord Africa, «né i vicini regionali che vogliono ordine e stabilità, né i governi occidentali i quali hanno deciso da tempo che un regime autoritario di stampo populista è preferibile a un regime democratico d’ispirazione islamica» [4].
E per un bel po’ sarà difficile pensare ad una Tunisia in versione democratica.
Pasquale Esposito

[1] Lilia Blaise, En Tunisie, le président Kaïs Saïed s’en prend de nouveau au système judiciaire en limogeant 57 juges, 2 giugno 2022
[2] Tunisia: Police break up anti-president protest as courts call for strike, 4 giugno 2022
[3] Tunisie: la centrale syndicale rejette le dialogue proposé par Saied, 23 maggio 2022
[4] Chiara Sebastiani, Tunisia: una democrazia in stand-by, 31 maggio 2022

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