Tunisia: la rivoluzione tradita

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La liturgia delle istituzioni economico-finanziarie non cambia, nonostante quelle politiche economiche non abbiano portato significativi miglioramenti nella vita quotidiana delle popolazioni. Così proprio mentre le proteste in Tunisia continuano a sette anni dalla Rivoluzione dei gelsomini (14 gennaio 2011 la cacciata di Ben Ali), la Banca mondiale ha ribadito della necessità di fare le riforme (privatizzazioni, pensioni, pubblica amministrazione, mercato del lavoro,…) che darebbe impulso alla crescita. Una crescita che lo stesso istituto ha stimato, per il 2018, del 2,7%, e per il 2018 le previsioni per il Pil sono addirittura di un +3,3. Peccato che di tutti questi aumenti della ricchezza nazionale la stragrande maggioranza dei tunisini non vede nulla.

La Finanziaria 2018 recepisce alcune raccomandazioni del Fondo monetario internazionale per poter scongelare una rata del prestito di 2,8 miliardi di dollari, diviso in quattro anni e accordato nel 2016.
È stata l’austerità della Finanziaria, peraltro confermata, ad appiccare il fuoco che covava da tempo. L’aumento del prezzo dei beni di prima necessità a partire dal pane, l’aumento dell’Iva, il taglio dei sussidi al carburante, l’aumento dei prezzi delle assicurazioni sono state osteggiate fino alla rivolta che sono costate oltre 800 arresti, secondo il Ministero dell’Interno, oltre l’80%. secondo un rapporto dello stesso ministero e citato da Amnesty, sono di età compresa tra 15 e 30 anni; qualche centinaio di feriti tra manifestanti e agenti delle forze dell’ordine e anche un morto a causa dei lacrimogeni.
Le forme di corruzione ancora estesa, favoritismi e nepotismo vero e proprio, cosi come accadeva durante il regime di Ben Ali, sono altre motivazioni di protesta e di distacco dalle istituzioni da parte dei tunisini, nonostante qualche passo in avanti sia stato fatto per una Costituzione migliore e una più ampia rappresentatività dei partiti politici.

Secondo Stefano Torelli in uno studio realizzato per l’Ispi «le rivolte di oggi sono più pericolose di quelle del 2011 perché alla speranza e all’entusiasmo che comunque animavano quella stagione di cambiamento, si sono sostituite la disillusione e la rabbia per una parabola che non ha intrapreso la traiettoria sperata. […] sono più preoccupanti di quelle di sette anni fa nella misura in cui denotano la percezione diffusa del fallimento della classe politica post-Ben Ali. Il significato delle manifestazioni di questi giorni (e di centinaia di altre manifestazioni che si sono susseguite negli scorsi mesi, pur senza meritare l’attenzione degli osservatori esterni) è che la ricetta proposta per il post-regime non è quella giusta» [1].
A conclusioni non dissimili giunge il report di novembre scorso del Forum tunisino per i diritti economici e sociali quando dice che «lo Stato si è dimesso e ha rinunciato al suo ruolo economico e sociale, particolarmente verso quelle categorie sociali più deboli» [2].
Da qualunque indicatore si guardi, la situazione è molto difficile: «la disoccupazione è al 15,3% […], ma con divari crescenti a seconda del grado di studio e della geografia. I laureati senza impiego sono il 31% (20,7% degli uomini, 42% delle donne), mentre l’assenza di lavoro mortifica le regioni rurali – più del 40% a Tataouine, oltre il 30% a Sidi Bouzid, 29% a Gafsa, 26% a Kasserine -. All’interno di questo quadro i giovani – 5,6 milioni di abitanti su 11,4 hanno meno di 34 anni – sono moderni apolidi dell’occupazione con cifre che spesso valicano il 50%. […] il 22% delle famiglie tunisine è privo di copertura sanitaria, il 25% dei bambini – sul totale di 3,4 milioni – vive in nuclei familiari […] I lavoratori dipendenti pagano più dell’80% delle imposte dirette – in un sistema dove l’evasione è praticata in modo intensivo, soprattutto nelle libere professioni – ma le prestazioni sociali dello Stato sono andate gradualmente assottigliandosi» [3].

Il Governo adesso prova a fare qualche passo e ha messo a punto un piano per favorire le classi più disagiate con un pacchetto di circa 30 milioni di euro (ma dove li prenderà questi soldi?). Sarebbero più 120.000 le persone interessate da misure come un aumento dell’indennità sociale, ad una maggiore copertura medica, l’edilizia sociale. Mentre il 91enne presidente della Repubblica e fondatore di Nidaa Tounes, già ministro di Burghiba, Essebsi ha riunito i firmatari dell’Accordo di Cartagine, patto tra i partiti della coalizione di governo, sindacati e imprenditori, per rinvigorire l’azione politica per un maggior dialogo economico e sociale.
Palliativi e stantii incontri che non porteranno a nulla. In un’intervista di Jules Crétois il presidente eletto dall’Assemblea costituente e fondatore del Congresso per la Repubblica prima partito clandestino che si oppose a Ben Ali,  Moncef Marzouki ha dichiarato che «la rivoluzione è, per molti, l’incontro tra le esigenze democratiche della classe media e le richieste sociali delle classi più modeste. Entrambe le aspettative sono state deluse. I costanti attacchi contro la Costituzione, il ritorno delle statue di Bourguiba, la nomina di ministri che erano già presenti al tempo di Ben Ali […]. Sarebbe sbagliato parlare di una restaurazione pura e dura, ma è davvero un ritorno strisciante, larvale, di un mondo che non vogliamo più» [4].

Pasquale Esposito
[1] “«La rivolta in Tunisia? Oggi è peggio rispetto al 2011»”, www.africarivista.it, 15 gennaio 2018
[2] Simone Casalini, “Torna la stagione della collera nella Tunisia a due velocità”, www.eastwest.eu, 15 Gennaio 2018
[3] Simone Casalini, ibidem
[4] Jules Crétois, “Tunisie – Moncef Marzouki: « La révolution n’est pas terminée»”, www.jeuneafrique.com, 16 gennaio 2018

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