Tunisia: la svolta autoritaria di Kaïs Saïed con la vittoria al referendum

Tunisia
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Ha ragione la storica tunisino-francese Sophie Bessis, che «forse quello che sta accadendo oggi in Tunisia, cioè quello che sta facendo il presidente Kaïs Saïed, è una modalità tunisina della controrivoluzione che ha avuto luogo in tutti i Paesi arabi». Ieri si è votato per la nuova Costituzione voluta, imposta da Kaïs Saïed proprio a un anno di distanza esatta, il 25 luglio, quando prendeva l’attuale presidente metteva in atto quello che molti, dentro e fuori la Tunisia, hanno definito un “colpo di stato costituzionale”.

Secondo i dati ufficiosi oltre il 92% dei votanti che sono stati un’esigua minoranza (poco più di un quarto dei quasi 9,3 nove milioni aventi diritto) ha detto si alla riforma costituzionale che di fatto consente al Presidente estesi poteri esecutivi, legislativi e giudiziari.

Alla vigilia le ONG e i principali partiti di opposizione hanno chiesto di boicottare il referendum: il movimento islamista Ennahda e il laico Nuovo libero partito della Costituzione che si rifà al periodo di Ben Ali. Ma l’appello è servito a poco anche perché non c’è un quorum per validarlo.
La nuova Costituzione mette il presidente a capo dell’esercito, gli consentirebbe di nominare un governo senza l’approvazione del Parlamento e di fatto non sarebbe impossibile rimuoverlo dal suo incarico. La Costituzione del 2014 dove il Parlamento aveva un ruolo importante viene stravolta, una svolta autoritaria a dir poco.

Per la redazione della Costituzione il Presidente aveva previsto una Commissione consultiva composta da rappresentanze di varie realtà della vita sociale economica e legale tunisina. Ma di fatto non c’è stato nessun dibattito perché i partiti politici più importanti e in opposizione al presidente sono stati esclusi e non vi ha preso parte nemmeno l’UGTT, il sindacato più potente della Tunisia, i cui leader si sono rifiutati di prenderne parte. Lo stesso sindacato però non ha preso una posizione netta rifiutandosi di prender posizione sul referendum.
Così la Costituzione approvata è stata redatta in poche settimane, di fatto senza un dibattito nel paese o in un’Assemblea appositamente votata, da pochi e affidati giuristi scelti Saïed.

Forse la fotografia migliore di questa involuzione democratica l’ha scattata il politologo Hamadi Redissi quando dice che

«La Tunisia non diventerà mai come la Cina e neanche come l’Egitto di Abdel Fattah al-Sisi, perché non ha un esercito come il suo. Ma può evolvere verso un autoritarismo competitivo, come la Turchia di Erdogan e la Russia di Putin. La nuova Costituzione offre questa possibilità: tutti i poteri andranno al presidente e si lasceranno marginali spazi di libertà, come in una pentola a pressione, rendendo difficile la vita agli oppositori» [1]

Se il Presidente ha potuto portare a termine il suo progetto è anche perché ha saputo approfittare della crisi in cui la Tunisia si trova da anni ottenendo il sostegno di una fetta dei ceti popolari.

«Una popolarità che le élite hanno sottovalutato, secondo l’avvocato e presidente dell’Associazione tunisina per la difesa delle libertà (ADLI), Wahid Ferchichi. “Penso che riveli che anche se presumibilmente abbiamo avuto un periodo democratico dopo la rivoluzione [quella del 2011, ndr], non era proprio così. Perché dieci anni sono pochi per instaurare una vera democrazia e le nostre istituzioni non erano abbastanza forti ”[…]. “Come élite e società civile non siamo riusciti a sostenere gli ideali democratici, poiché non hanno avuto alcun impatto immediato sulla vita delle persone tranne la libertà di espressione”» [2].

La nuova Costituzione tunisina prevede che il Presidente della Repubblica nomini e revochi, senza che il Parlamento debba esprimere un voto di fiducia, il Primo ministro e di ministri che lo coadiuveranno nell’esercizio del potere esecutivo. Il Presidente sarà il Capo dell’Esercito e avrà anche il potere di nominare giudici che non potranno scioperare.
Non è prevista un vera e propria procedura di rimozione del Presidente che invece era presente nella Carta del 2014, in caso di “palese violazione della Costituzione“; inoltre pur essendoci un limite di due mandati per il Presidente è scomparso l’articolo costituzionale che prevedeva l’immodificabilità dello stesso per allungare i mandati.
Il Parlamento ha di fatto il ruolo di un notaio, non avendo un controllo sull’attività di Ggoverno, registra quanto ha intenzione di fare il Governo e quindi il Presidente dopo averne esaminato in via prioritaria i progetti di legge. Viene creato insieme all’Assemblea dei deputati una Camera delle Regioni, simile a quelle dei sistemi federali, con i rappresentanti delle diverse regioni, funzionari locali che devono presentare progetti al Consiglio.
Sul fronte religioso la nuova Costituzione recita che all’art. 5 che “La Tunisia appartiene all’Umma [la Comunità dei credenti islamici, ndr]” ed è lo Stato ad “applicare le finalità dell’Islam”.
Un duro colpo alla laicità dello stato tunisino.

Adesso il Presidente dovrà affrontare la drammatica situazione del Paese africano che registra una disoccupazione elevata, per i giovani oltre il 40%) che ha contribuito, insieme all’elevata inflazione, all’aumento della povertà in cui si trovano quattro milioni di persone. Dall’inizio della pandemia il turismo, una delle principali entrate della Tunisia, non si è più risollevato e la guerra sta mettendo a dura prova l’approvvigionamento di grano. Il debito pubblico è salito oltre il 100% del Pil e servono risorse finanziarie che si stanno negoziando con il Fondo Monetario Internazionale (FMI) e sappiamo bene quali saranno le condizioni. Kaïs Saïed dovrà spiegarlo a quelle classi povere che ora, in parte, lo hanno appoggiato. E come lo farà?
Pasquale Esposito

[1] Leonardo Martinelli, Nella Tunisia di Saied l’attesa rassegnata della svolta autoritaria, 18 luglio 2022
[2] Lilia Blaise, En Tunisie, le référendum sur la Constitution révèle la fragilité de la démocratie, 23 luglio 2022

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