Tunisia. Luci ed ombre a Tunisi

Tunisia bandiera
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Dopo l’esplosione di rabbia che ha ulteriormente aggravato le condizioni dei migranti a Lampedusa e, più in generale, ha evidenziato tutti i limiti dell’attuale politica del governo italiano, una missione tunisina si recherà nell’isola siciliana per verificare la situazione [1]. Questa decisione è stata presa nonostante il viaggio del ministro degli Interni Maroni a Tunisi, il cui obiettivo era trovare una soluzione per accelerare il rimpatrio dei clandestini – che sarebbero attualmente oltre cinquecento -.

Il numero dei tunisini che arrivano in Italia è elevato: sarà perchè il tragitto è più breve rispetto ad altre realtà, oppure perché i due paesi intrattengono scambi e relazioni rilevanti, o anche, e soprattutto, perché le condizioni di vita restano di gran lunga diverse.

Comunque va sottolineato che la Tunisia ha fatto enormi passi in avanti sul piano dello sviluppo economico. Secondo vari organismi internazionali, negli ultimi 5 anni il Prodotto interno lordo è cresciuto a una media superiore al 5% .

La stabilità politica, ottenuta a scapito dei processi democratici, della trasparenza e delle limitazioni individuali, ha favorito una grande quantità di capitali per investimenti e lo sviluppo di produzioni dirette al mercato estero.

Le aperture ed in particolare l’Accordo con l’UE che ha portato ad un’Area di libero scambio dei beni industriali, hanno fatto si che <<le esportazioni e le importazioni di beni sono aumentate passando dal 74% del PIL nel 1995 al 98% nel 2007, permettendo così un miglioramento sensibile del tasso di copertura delle importazioni che è passato da 70% a 79,4% nel 2007>> [2].

Sono migliorate nel tempo le procedure burocratiche che consentono di aprire e sviluppare attività produttive come per esempio l’azzeramento dell’importo di capitale necessario per avviare un’impresa o la facilità di accesso alle informazioni sul credito e riforme sono state avviate nel campo della documentazione della proprietà [3].

Più di tutto ha influito il basso costo della manodopera affiancato da un buon livello di qualità e istruzione dei lavoratori tunisini e alla bassa conflittualità sindacale [4]. E lo sanno bene le imprese francesi e italiane che sono ai primi due posti tra i paesi con interscambio e investimenti in Tunisia dove sono in regime di off-shore, cioè riesportano almeno il 70% di quanto prodotto a livello locale.

In Tunisia operano 680 imprese italiane che impiegano oltre cinquantamila persone secondo quanto dichiarato dall’ambasciatore italiano a Tunisi [5]. Di queste ben 260, molte di piccole e medie dimensioni, sono del settore tessile. Non mancano le grandi aziende dall’ENI, alla Fiat, alla Todini (costruzioni), all’Ansaldo [6].

Cina, India, Corea del Sud e non solo hanno investito e investono nel paese e in tutto il Nord Africa che, insieme al Medio Oriente, come sostiene Rampini <<può diventare la nostra mini Cina o una nuova Europa dell’ Est. La fascia costiera che spazia dal Maghreb al Medio Oriente ha delle attrattive evidenti. La sua posizione geografica è eccezionale. Al largo delle sue coste transita un terzo del traffico marittimo mondiale: non solo il made in China diretto verso tutta l’ Unione europea, ma anche molte navi porta container che dall’ Asia puntano verso la East Coast degli Stati Uniti>> [7]. Non condivisibile il suo pensiero quando sostiene che la delocalizzazione è <<virtuosa>> per i paesi occidentali perché consente di mantenere qui i mestieri migliori e le <<attività di alto valore>> supportando così lo scambio ineguale e che difficilmente potrà portarci lontano nelle relazioni tra sud e nord del mondo.

La crisi finanziaria all’inizio non si è fatta sentire soprattutto per un sistema bancario poco aperto all’innovazione e in generale all’estero. Ancora a fine 2008 la borsa tunisina risultava essere, dopo quella del Ghana e prima di quella dell’Ecuador, una delle <<tre mosche bianche nell’anno ‘horribilis’ delle Borse mondiali, le uniche in tutto il mondo che si avviano a chiudere il 2008 in rialzo>>, con Tunisi a +5% e +10,6% in dollari [8].
Ora le cose sono cambiate anche perché è l’economia reale a subire contraccolpi.
Secondo i dati pubblicati dall’Istituto Nazionale di Statistica tunisino (INS) a gennaio il paese registra un calo di circa il 16% delle esportazioni e di circa il 19% delle importazioni rispetto allo stesso periodo del 2008. Tra le esportazioni fa impressione il calo di oltre il 35% dei fosfati e derivati che rappresentano una parte rilevante, mentre tra le importazioni, complice il forte calo internazionale dei prezzi, fa bella evidenza l’arretramento del 67% circa dei prodotti energetici e lubrificanti.

La Banca centrale tunisina il 18 febbraio ha preso atto che non poteva restare immobile di fronte ad una crisi che sta colpendo l’economia reale. E lo ha fatto con la decisione di abbassare il tasso dal 5,25% al 4,5% e con l’istituzione di di strumenti che facilitano l’accesso a disponibilità finanziarie per le banche. Entrambe le misure dovrebbe contrastare gli effetti di una crisi che, causa una domanda globale in calo, incide sulle attività produttive legate all’esportazione che ha un peso decisivo sui fatturati aziendali.

L’economia tunisina come segnalato è tra quelle più aperte agli scambi commerciali e significativamente con l’Europa, Francia e Italia primi due paesi per valori in assoluto, e questo fa si che l’economia reale ha iniziato a subire dei forti contraccolpi.
Inoltre altri contraccolpi possono arrivare dall’andamento delle rimesse <<la Banca mondiale, a novembre, prevedeva una caduta dello 0,9% delle rimesse come scenario “base” e uno scivolone del 6% in quello peggiore, con il Medio Oriente e l’Africa del Nord (-13%) e l’Africa Subsahariana (-6,8%) tra le aree più colpite. Soffriranno in particolare i Paesi legati a Eurolandia…>> [9].

E la crisi spinge le migrazioni. La Tunisia ha ottenuto successi economici, ma ha un quadro politico e sociale ancora molto negativo.

Il potere politico è nelle mani di Zine El ‘Abidine Ben ‘Ali da più di venti anni e non sembra destinato a lasciarlo visto che quest’anno si farà rieleggere. L’informazione è ingessata e controllata dalla classe politica. Qualsiasi forma di protesta è repressa con le maniere forti, anche con la tortura.

Poche informazioni trapelano e i media occidentali non sono molto d’aiuto. E nemmeno i governi degli stessi paesi. Uno dei centri di resistenza e ribellione è il bacino minerario di Gafsa dove si estrae il fosfato le cui riserve ammontano a circa seicento milioni di tonnellate e consentono alla Tunisia di essere il quinto produttore mondiale. <<Eppure la regione di Gafsa è una delle più povere. La modernizzazione degli impianti ha tagliato il 55 per cento dei posti di lavoro, passati in 20 anni da 11 mila a 5 mila. E ha provocato una grave crisi economica nelle città dei minatori. Oggi la disoccupazione colpisce il 40 per cento dei giovani, che spesso non vedono altra via d’uscita se non bruciare le frontiere, come si dice in arabo. Harrag. Direzione Lampedusa>> E qui che causa un concorso truccato per favorire la gestione del prebende e del potere nonché del controllo sociale è iniziata una protesta che va avanti dal gennaio 2008 e che ha provocato la feroce reazione del governo con arresti, feriti e due morti [10].

E dalla povertà e repressione di Gafsa sembrano provenire alcuni migranti che sono detenuti a Lampedusa [11]. Nell’ultimo rapporto, contestato dal governo tunisino, di Amnesty International si segnalano diversi casi di tortura, arresti oltre i limiti prescritti dalla legge, processi sommari. A proposito di libertà di stampa si legge che i <<direttori e giornalisti hanno svolto le loro attività professionali in un clima di intimidazione e paura. Le pubblicazioni estere sono state censurate e i giornalisti che avevano criticato il governo hanno affrontato campagne denigratorie o procedimenti penali per diffamazione>> [11].

Pasquale Esposito

[1] “Rapatriement de clandestins: Tunis préoccupé envoie une mission à Lampedusa”, www.jeuneafrique.com, 20 febbraio 2009

[2] Ministero Affari Esteri e Istituto Commercio Esteri, “Rapporti Paese congiunti Ambasciate/Uffici Ice estero”, Tunisia, aggiornamento al primo semestre 2008
[3] World Bank, “Doing Business 2009 Arab World
[7] Federico Rampini, “Tunisia e Marocco le nuove tigri del Mediterraneo
Repubblica, 21 luglio 2008, pag. 1, sezione: Affari Finanza
[5] Diego Minuti, “Italia-Tunisia: sponde dialogo per rilancio Euromed”, www.ansamed.it, 20 febbraio 2009;
[6] “Italia-Tunisia: Forum, presenza italiana in Tunisia”, www.ansamed.it, 20 febbraio 2009
[4] Recentemente il presidente del sindacato professionale dei call center francesi prevede un’ulteriore crescita negli impianti in Tunisia (i costi sono un terzo di quelli francesi). Sono diecimila gli occupati nei call center e la Francia, seguita da Italia e Germania ha il maggior numero di impianti; “Crisi: Tunisia, per call-center buone prospettive”, www.ansamed.it, 18 febbraio 2009
[8] “La Borsa del Ghana regina nell’anno nero della finanza”, www.ilsole24ore.com, 29 dicembre 2008
[9] Riccardo Sorrentino, “Calano le rimesse, emergenti a rischio”, Il Sole 24 Ore, 8 febbraio 2009
[10] Per una ricostruzione dei fatti cfr. Gabriele Del Grande, “La dittatura a sud di Lampedusa”, www.peacereporter.it, 10 novembre; 2008; Omeyya Seddik, “Il popolo delle miniere”, Il Manifesto, 29 gennaio 2009, pag. 11; Karine Gantin e Omeyya Seddik, “Tunisia, la rivolta del «popolo delle miniere»”, Le Monde Diplomatique, luglio 2008, pag. 6
[11] Cinzia Gubbini, “Anche la Tunisia vittima della crisi. E l’Italia diviene un rifugio per molti”, Il Manifesto, 27 Gennaio 2009, pag. 7
[12] www.amnesty.it

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