Tunisia, un’altra primavera araba?

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La Tunisia resta tra quei paesi che non riescono a spiccare il volo per avvicinarsi a standard più vicini alle economie e democrazie liberali. Anzi per la maggior parte dei tunisini sembra essersi fermati a otto anni fa quando iniziava la primavera araba dopo che, il 17 dicembre del 2010, il venditore ambulante tunisino Mohamed Bouazizi si diede fuoco a Sidi Bouzid perché stanco di vivere in condizioni pietose. Il 24 dicembre 2018 , il giovane giornalista tunisino Abderrazak Zorgui si è ucciso dandosi fuoco a Kasserine, nellaTunisia occidentale. Le ragioni di questo drammatico ed estremo gesto sono le stesse che spinsero Mohamed Bouazizi: disoccupazione e vita miserrima.

Una rivoluzione tradita secondo l’analista Abdel Latif al Hanashi per problemi che «risalgono al 1986. Quando la Tunisia lanciò un disastroso programma di riforme imposto dal Fondo monetario internazionale» e dalle crisi generate dal terrorismo e dallo sfaldamento della Libia [1].

Il terrorismo è tuttora un elemento destrutturante della vita tunisina non solo perché le forze dell’ordine continuano ad essere impegnate in una guerra che qualche giorno fa aveva portato all’uccisione di due nel corso di un’operazione regione di Sidi Bouzid, ma anche perché è in vigore lo stato di emergenza, prorogato dal capo di stato Béji Caid Essebsi dal 6 gennaio al 4 febbraio ed in vigore dal 24 novembre 2015 dopo l’attentato a Tunisi contro un autobus della sicurezza presidenziale nel quale 12 agenti rimasero uccisi.
Un funzionario alla presidenza della Repubblica ha detto che «questa estensione sarebbe probabilmente l’ultima in attesa dell’adozione da parte del Parlamento di un progetto di legge che disciplina lo stato di emergenza» [2].

La situazione sociale in Tunisia rischia di diventare esplosiva per le enormi disuguaglianze, per la difficoltà ad immaginare un futuro migliore per le nuove generazioni che con le loro famiglie vivono in miseria. E non è un caso che altri trecento tunisini si sono dati fuoco morendo e altri duemila ci hanno provato ma sono sopravvissuti ma «la morte di Zorgui è stata però quella che ha attirato più attenzioni. Dal giorno successivo migliaia di persone hanno cominciato a protestare in tutta la Tunisia, chiedendo un lavoro e condizioni di vita migliori. […]. William Lawrence, esperto di Nord Africa alla Elliott School della Washington University, ha detto al New Yorker che le proteste iniziate dopo il gesto di Zorgui sono solo alcune delle oltre 8mila manifestazioni che ormai da diverso tempo si tengono ogni anno in Tunisia» [3]. Le manifestazioni si susseguono, spesso violente e di notte, con scontri con la Guardia nazionale, in varie città: Thala, Oued Borji, Foussa, Fouchana, Bouderies, Kairouan-sud [4].

Sulla falsa riga dei gilet gialli è nato il movimento dei gilet rossi che rivendicando condizioni di vita dignitose denunciano il distacco tra la classe politica e il popolo tunisino. Ma sono sul piede di guerra anche le rappresentanze sindacali i cui scioperi di categoria si sono succeduti in questi anni come l’ultimo del 23 novembre scorso quando i dipendenti pubblici hanno chiesto aumenti salariali che arriveranno per il 2017, 2018 e 2019 con la busta paga di gennaio ma non potrebbero bastare per scongiurare un altro sciopero il 17 gennaio perché gli aumenti non sono ritenuti sufficienti.

La Tunisia ha fatto progressi importanti a partire dalla promulgazione di una nuova Costituzione che ha migliorato lo statuto dei diritti di donne e uomini e ha introdotto il pluralismo politico e per l’essere riuscita a rimanere in parte fuori dalle tragedie di altri paesi del Nord Africa e del Medio Oriente. Ma non riesce a decollare come dovrebbe (Pil: +2,4 nel 2018 e +2,9 nel 2019 secondo il Fmi) per abbassare una disoccupazione ufficiale al 15,2% nel 2018 e una previsione del 15% nel 2019 (ma queste cifre sono sottostimate per molti e contengono anche lavori precari) e con una disoccupazione giovanile che supera il 30% con punte molto più alte nelle aree disagiate per le quali il Governo non riesce ad incidere. Alla disoccupazione si deve aggiungere la svalutazione della moneta locale e l’inflazione che ha superato l’8% nel 2018 e, nelle previsioni, non sarà molto diversa nel 2019.

Vedremo se nei prossimi mesi e prima delle elezioni di quest’anno la nuova Legge di bilancio che secondo il premier Youssef Chahed, «punterà invece su crescita e sviluppo per generare maggiore occupazione e investimenti, con una maggiore attenzione al sociale e alla lotta a economia sommersa e contrabbando» [5] inizierà i suoi effetti.

Rimane il fatto che l’economia tunisina resti legata eccessivamente al turismo che ha subito, a causa del terrorismo, duri colpi anche se il 2018 ha visto una crescita del 45% rispetto al 2017 e alla rimesse degli emigrati. Il turismo è un’attività della fascia costiera, ma l’entroterra non se ne giova lasciando in uno stato di povertà estrema moltissime famiglie. E la scelta che resta è emigrazione o rimpinguare il già alto numero di foreign fighters ad al-Qaeda e Isis.

Quello che dice la giornalista del New Yorker Robin Wright è opinione diffusa: «negli ultimi otto anni i governi tunisini che si sono succeduti non sono stati in grado di creare abbastanza posti di lavoro per le persone istruite (quattro tunisini su cinque con più di 15 anni sono alfabetizzati); non sono riusciti a rispondere alle richieste di migliori servizi, nel campo sanitario ad esempio; e in generale non hanno soddisfatto le enormi aspettative che si erano create dopo la “primavera araba” e la rivoluzione del 2011» [6].

Alla responsabilità dei leader tunisini va aggiunta quella dell’Europa che «non ha aiutato la Tunisia in modo proporzionato all’importanza di quest’ultima rivoluzione democratica ancora in vita, il cui fallimento avrebbe conseguenze drammatiche per i tunisini ma anche per l’intera area del Mediterraneo, da sud a nord» [7].
Pasquale Eposito

[1] “La rivoluzione tradita” su Al Araby al Jadid e riportato da Internazionale, pag. 26, 21 dicembre 2018.
[2] “Tunisie : dans un contexte tendu, l’état d’urgence prolongé «pour la dernière fois»?”, https://www.jeuneafrique.com/699667/politique/tunisie-dans-un-contexte-tendu-letat-durgence-prolonge-pour-la-derniere-fois/, 3 gennaio 2019
[3] “In Tunisia siamo punto e a capo?”, https://www.ilpost.it/2019/01/06/tunisia-proteste-rivoluzione/, 6 gennaio 2019
[4] “Tunisia: Guardia nazionale, ‘proteste non pacifiche’”, http://www.ansamed.info/ansamed/it/notizie/rubriche/cronaca/2018/12/27/tunisia-guardia-nazionale-proteste-non-pacifiche_7f066d7b-976b-49fe-9b08-dfe2cc211f54.html, 27 dicembre 2018
[5] “Tunisia: sviluppo e occupazione in legge finanziaria 2019“, http://www.ansamed.info/ansamed/it/notizie/rubriche/politica/2018/12/11/tunisia-sviluppo-e-occupazione-in-legge-finanziaria-2019_5a9eb95e-e34e-426a-a598-62663f12d560.html, 11 dicembre 2018
[6] “In Tunisia siamo punto e a capo?”, idem
[7] Pierre Haski, “In Tunisia cresce l’esasperazione”, https://www.internazionale.it/opinione/pierre-haski/2018/12/27/in-tunisia-cresce-l-esasperazione-sociale, France Inter, traduzione di Andrea Sparacino Francia, 27 dicembre 2018

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