Turchia, elezioni in piena emergenza democratica

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Siamo alla vigilia di un’importante tornata elettorale e la situazione in Turchia resta una delle peggiori di sempre. Qualcuno l’ha definita caos. In effetti quanto accaduto negli ultimi mesi, anche rispetto ai cambiamenti nei teatri geopolitici fuori dai confini, potrebbero farci propendere per questa definizione. Sicuramente siamo in piena emergenza democratica.

Sono lontani i tempi in cui la Turchia dopo l’avvio delle primavere arabe veniva considerata a livello internazionale come un esempio di nazione che conciliava bene istituzioni democratiche (Recep Tayyip Erdoğan aveva tra l’alto ridimensionato il ruolo delle Forze Armate nella politica turca), islamismo e sviluppo economico.
«All’inizio del 2012 la Turchia sembrava aver raggiunto l’indiscusso status di superpotenza regionale. Le dinamiche innescate dalle “primavere arabe” avevano trasformato Ankara nel punto di riferimento naturale per i paesi coinvolti in quella che, ottimisticamente, veniva allora considerata una “quarta ondata” di democratizzazione. L’allora primo ministro Recep Tayyip Erdoğan, incarnazione del “sogno turco”, era assurto al rango di principale decisore regionale. La Turchia si considerava, e veniva considerata, un attore potenzialmente egemone in Medio Oriente e, di riflesso, una potenza dalle aspirazioni inevitabilmente globali» [1].
Le cose sono cambiate dopo il fallimento della strategia anti-Assad, strumentale anche per combattere i kurdi a loro volta in battaglia con l’Isis, l’irrigidimento di Washington e gli effetti negativi sull’economia di Ankara. Una delle accuse è quella di non aver fronteggiato, per non dire in qualche caso favorito in funzione anti-curda, l’avanzata dello Stato islamico. In generale una politica estera che ha messo in cattiva luce il Paese verso gli stati confinanti.

All’interno la realtà è anche peggiore, a cominciare dagli attentati.
Il 5 giugno scorso, due giorni prima delle elezioni presidenziali, a Diyarbakir una bomba esplodeva durante un comizio del partito curdo per il Popolo democratico (Hdp) provocando quattro morti. Il 20 luglio al confine  Suruç  un attentato suicida provocava una trentina di morti tra i militanti di sinistra e di fatto riapriva la guerra contro il Partito dei lavoratori del Kurdistan (Pkk) che rispondeva ai bombardamenti nelle città curde. Il conflitto per la questione curda, dal 1984, ha provocato oltre quarantamila morti. Il 10 ottobre ad Ankara due attentatori si facevano saltare a breve distanza uno dall’altro mentre era in corso una manifestazione pacifista per chiedere di fermare la guerra tra forze di sicurezza e Pkk e alla quale partecipavano partiti d’opposizione, Hdp in testa, sindacati, ong, movimenti. Un centinaio di vittime e oltre cinquecento feriti. Kemal Göktaş giornalista ed esperto di diritti umani ha dichiarato che «il fatto che un simile attentato sia potuto avvenire con la polizia schierata a pochissima distanza indica che ci sono state negligenze gravi. Quando simili negligenze capitano a Diyarbakir, a Suruç  e ad Ankara, allora siamo autorizzati a pensare che siano volute» [2]. Ed è difficile dargli torto.
Certamente sarebbe stupido, come pure qualcuno ha fatto, addebitare una oinvolgimento diretto del governo, ma oramai molti analisti vedono la presenza del cosiddetto “stato profondo”, cioè quella serie di forze e poteri tra settori deviati dello Stato, elementi dei servizi segreti, dell’esercito ambienti nazionalisti e islamisti che provano ad incidere nella vita politica del paese soprattutto nei momenti di crisi. Un elemento di questo “stato profondo” potrebbe essere ancora, la struttura paramilitare Gladio turca, nata durante la guerra fredda e dalla NATO, e che «in passato ha avuto gioco facile a strumentalizzare i nazionalisti e oggi usa gli islamisti allo scopo di influenzare la vita politica del paese» [3].

Quando il 7 giugno scorso i risultati degli scrutini decretavano per il  partito Giustizia e Sviluppo (Akp) – di cui fanno parte il presidente della Repubblica e il premier, stratega della politica estera turca, Ahmet Davutoğlu – la sola maggioranza relativa i sogni svanivano. L’opposizione non solo non era cancellata, ma era entrata in Parlamento con l’Hdp, il partito di sinistra e filo-curdo che evidentemente non raccoglieva solo i voti tra la minoranza curda ma anche tra persone della società civile spaventata dalla deriva autoritaria di Erdoğan.
Cominciava la strategia diretta a «polarizzare la società e demonizzare gli avversari per raccogliere voti» trasformando il paese in una terra in cui tutti si odiano [4].
Contemporaneamente è seguita una lunga scia di interventi, anche violenti, per mettere a tacere i mezzi di comunicazione e i giornalisti non allineati compresi quelli  stranieri. L’ultimo episodio di una vera e propria ondata di repressione è quello di martedì scorso quando la polizia, con cannoni ad acqua e lacrimogeni, ha fatto irruzione  nelle sedi di  Bugun tv e Kanalturk, ultime delle testate critiche nei confronti del governo e del partito Giustizia e Sviluppo (Akp). L’obbiettivo era quello di mettere in amministrazione controllata la società controllante Koza-Ipek  accusata dal presidente Recep Tayyip Erdoğan di «manovrare la propaganda» antigovernativa per conto del magnate e imam Fethullah Gulen grande oppositore del leader turco [5].

L’interventismo in Medio Oriente da una parte e la guerra contro il Pkk hanno raffreddato le attenzioni degli investitori internazionali che vedono nell’instabilità un ostacolo alle relazioni economiche e questo non fa che peggiorare la situazione con il Pil che viene costantemente aggiornato al ribasso, la lira turca che ha perso oltre il 30% nei confronti del dollaro e l’inflazione in crescita.

I costi di oltre due milioni di profughi siriani in Turchia non sono marginali, ma  possono essere utili a far levo con l’Ue per ottenere quei 3 miliardi di finanziamenti per tenere lontani i profughi dal vecchio continente e per riprendere i negoziati per l’ingresso in Europa. Non tutti i paesi sarebbero favorevoli, ma mentre sui finanziamenti sulle spalle dei profughi si troverà, nel secondo caso Cipro e la Grecia che continua a subire provocazioni da Ankara (p.e. la violazione della spazio aereo) hanno già fatto sapere che fino a quando non saranno accettate le loro richieste non se ne può nemmeno parlare. Per il resto le istituzioni europee di fatto non hanno mai preso posizione rispetto alle politiche anti-democratiche e repressive del presidente turco e del suo governo.

Le elezioni anticipate del 1 novembre, con tutto lo strascico di autoritarismo, vogliono essere il tentativo di riprendersi la maggioranza assoluta in Parlamento per poter governare a proprio piacimento e approvare una nuova Costituzione in senso presidenzialista, istituzionalizzando così il dominio personale.
Per ora i sondaggi gli danno torto perché l’Hdp è ancora molto sopra lo sbarramento del 10% previsto dalla legge turca.

Ad ogni modo non è difficile prevedere ancora giorni tristi nel paese dei due continenti. Indipendentemente dal risultato delle elezioni. Elezioni di cui si fa fatica ad accettarne la convocazione visto che mancano le condizioni necessaria ad un corretto svolgimento.

Pasquale Esposito

[1] Daniele Santoro, “Ascesa e caduta dell’egemonismo turco in Medio Oriente”, www.limesonline.it , 8 ottobre 2015
[2] Alain Devalpo, “Il terrore turco”, Internazionale, 16 ottobre 2015, pag. 17
[3] “TURCHIA: Strage di Ankara, il governo accusa l’ISIS ma c’è puzza di “Gladio”, www.eastjournal.net, ottobre 2015
[4] Ahmet Hakan, “La strategia della violenza”, Internazionale, 16 ottobre 2015, pag. 18
[5] “Idranti e lacrimogeni, polizia irrompe nelle tv di opposizione”, www.misna.org, 28 ottobre 2015. Per una disamina dei vari episodi per tacitare media giornalisti cfr. Marzia Bona, “Turchia: la tensione politica si ripercuote sui media”, www.balcanicaucaso.org, 15 settembre 2015

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