Turchia. Fallito il colpo di stato, Erdoğan rafforza il suo potere?

bandiera turchia
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Il colpo di Stato tentato dai colonnelli dell’esercito turco contro il presidente Erdoğan è fallito dopo ore di incertezze, anche sulla sorte del presidente, e dopo scontri con uno strascico di morti tra i golpisti (oltre un centinaio) e tra i civili. Nella notte il presidente era riuscito, dopo una spericolata fuga, a salire su un aereo che ha sorvolato i cieli della Turchia e solo, dopo la certezza del fallimento, è rientrato ad Istanbul.

Nelle prossime settimane si capirà se da questo durissimo attacco comporterà un rafforzamento o meno del presidente Erdoğan e della sua politica sempre meno laica, rispetto alla tradizione del padre della patria  Mustafa Kemal Atatürk, sempre più autoritaria e poco convincente a livello internazionale. Ma come ha scritto sul Washington Post Karen DeYoung, il «governo Erdoğan ripreso il potere probabilmente sarà ancora più ostile e paranoide di prima» [1].
La dichiarazione del governo turco di procedere alla sostituzione di circa tremila giudici potrebbe essere foriera di un inasprimento delle posizioni della politica del leader turco o come scrive Carlo Pallard su East Journal, con questo golpe, si «apre uno spiraglio importante per la riconciliazione nazionale – o per lo meno evita il peggio – e il governo farebbe bene a tenerne conto nell’immediato futuro. La politica e la società si sono globalmente dimostrate per una volta unite nella difesa delle istituzioni civili, e per la Turchia di oggi questa è una notizia quasi sorprendente» [2].

Ancora in queste ore e lo sarà a lungo nelle diplomazie internazionali, Washington in testa, la preoccupazione su quanto accaduto e sugli sviluppi è massima essendo la Turchia un membro della Nato, pedina fondamentale nello scacchiere mediorientale anche sul fronte della lotta al terrorismo e non ultimo per l’Europa, incapace di affrontare il tema dei migranti e dei rifugiati, il terreno su cui arginare a qualsiasi condizione le persone in fuga dalle tragedie.

Il fallimento del colpo di stato è collegabile, come chiaramente sostenuto da Gianluca Di Feo su Repubblica, all’incapacità dei golpisti ribelli di catturare o isolare il presidente anche per la forza operativa di reparti nati e preparati proprio per difendere il presidente che da sempre temeva la possibilità di un golpe. Erdoğan così «è riuscito a mobilitare il suo partito contro gli insorti e ottenere il sostegno delle potenze mondiali […] Due sono stati i punti di svolta. L’appello di Erdoğan trasmesso attraverso lo smartphone, prima di imbarcarsi su un aereo. E la condanna dei leader mondiali, da Obama alla Merkel fino al vertice della Nato: un segnale chiaro per tutti gli ufficiali che avevano oscillato tra la tentazione di schierarsi al fianco dei ribelli. A Istanbul, la città di cui è stato per anni sindaco, il messaggio di Erdoğan ha spinto la folla a scendere in piazza, circondando i carri armati. La polizia ha scortato i cortei, dirigendosi verso i ponti del Bosforo. Dopo un confronto a distanza, i blindati del putsch hanno fatto retromarcia. L’aeroporto internazionale è stato riaperto» [3].
Va anche detto che nel giro poco tempo tutti i partiti d’opposizione e gran parte dei vertici delle forze armate si sono chiaramente mostrati contrari al golpe.

Se il golpe ha, secondo alcuni osservatori e anche a parere di tutto il governo turco, come mandante l’ex sodale di Erdoğan, l’imam Gülen suo acerrimo nemico che vive negli USA, è possibile che quanto accaduto avesse avuto il beneplacito degli USA e spiegherebbe il ritardo con il quale la leadership americana – Obama da tempo è freddo se non ostile nei confronti di Erdoğan – ha preso posizione in favore del potere democraticamente eletto. Anche il supporto, per di più poco partecipato, della Merkel arrivava con ritardo.
Lucio Caracciolo ha commentato: «gli eventi di Istanbul e Ankara hanno comunque evidenziato il palese imbarazzo dell’Occidente che non si è subito schierato per Erdoğan, anzi è sembrato quasi sperare in un successo dei militari. Probabile che ora il presidente cercherà di farla pagari agli alleati della Nato». Probabile che la dichiarazione del premier turco “chi ospita Gülen è nostro nemico” non sia un buon inizio nei confronti dei principali alleati.
Pasquale Esposito

[1] Karen DeYoung, “The coup in Turkey, even if it fails, could lead to uncertainty in anti-ISIS fight”, https://www.washingtonpost.com/world/national-security/the-coup-in-turkey-even-if-it-fails-could-lead-to-uncertainty-in-anti-isis-fight/2016/07/15/d5d181b4-4ae0-11e6-acbc-4d4870a079da_story.html?hpid=hp_hp-top-table-main_usturkey-955pm%3Ahomepage%2Fstory, 15 luglio 2016
[2] Carlo Pallard, “Golpe in Turchia, il ruolo dell’esercito e il futuro della nazione”, http://www.eastjournal.net/archives/75066, 16 luglio 2016
[3] Gianluca Di Feo, “Golpe tentato in Turchia, la scommessa dei generali ribelli è fallita”, http://www.repubblica.it/esteri/2016/07/16/news/turchia-144204138/?ref=HREA-1, 16 luglio 2016

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