Turchia. Le spose bambine e la violenza di genere nel post-golpe

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A tredici anni, se una mano ti sfiora procurandoti brividi nel fantastico gioco della scoperta del sesso, è quella impacciata di un tuo coetaneo che si approccia in modo goffo al tuo corpo che altrettanto goffamente la accoglie.
A tredici anni, se è la mano di un sessant’enne a sfiorarti, è quella di un padre o di un nonno nell’atto comunque affettuoso di sgridata o carezza.
Non è così in Turchia, dove il 39%  delle donne sposate con uomini adulti ha meno di 16 anni di età e dove, secondo il ministro della Famiglia di Ankara Sema Ramazanoglu, tra il 2010 e il 2015 sono state celebrate oltre 230 mila unioni tra bambine e adulti.
Il numero potrebbe essere addirittura più elevato visto che molte delle nozze con minori vengono celebrate solo con rito religioso che, non essendo riconosciuto dalla legge turca, non ha alcuna validità ufficiale rendendo difficile una stima esatta del fenomeno.
La Turchia è il secondo paese in Europa per numero di matrimoni precoci con il 14% dei casi (3,5 milioni di spose bambine), seconda solo alla Georgia che si attesta al 17%.
Nel 2012 la Turchia aveva fatto grandi passi avanti in tema di legislazione volta alla tutela dei diritti delle donne, soprattutto con la Convenzione del Consiglio europeo sulla prevenzione e la lotta contro la violenza sulle donne. Il trattato, noto anche come Convenzione di Istanbul proprio perché elaborato nella città omonima, ha visto la Turchia come parte attiva e come prima firmataria. Esso rappresentava un passo storico nel contrasto della violenza di genere poiché primo strumento internazionale giuridicamente vincolante nella protezione delle donne contro qualsiasi forma di violenza, intendendo per “donne” anche le minori di 18 anni per le quali era inoltre fissato il divieto di contrarre matrimonio.

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Turchia, Istanbul. Foto Federica Crociani

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ma nei giorni post golpe, se da un lato Erdogan tagliava teste e instaurava una dittatura, dall’altro salvava aguzzini depenalizzando di fatto il reato di pedofilia.
L’Alta Corte di Istanbul ha in sostanza eliminato il reato di abusi sessuali su minori indifesi intervenendo sia sulla norma che punisce gli stupratori, che vengono “perdonati” se riparano con il matrimonio, sia annullando il provvedimento in base al quale chi è giudicato colpevole del reato di pedofilia deve scontare una pena di almeno 16 anni di prigione. Dai 13 anni in su le vittime sono insomma considerate adolescenti consapevoli della natura di un atto sessuale e, come tali, non più bisognose di tutela.
In assenza di un nuovo pronunciamento, la decisione della Corte diventerà legge effettiva il 13 gennaio 2017, ma già circa 3.000 uomini accusati di stupro di minori hanno sposato le loro giovani vittime pur di sfuggire alla pena.

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Turchia, Istanbul. Sposi alla Moschea Blu. Foto Federica Crociani

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Del resto, in Turchia, la figlia femmina è un fardello di cui liberarsi il prima possibile e poco importa l’età fissata dalla legge per darla in moglie, anche a un anziano o a uno stupratore. Ciò non dipende solo da un fattore economico, ma soprattutto da una radicata cultura maschilista. Sebbene nelle zone rurali il lavoro dei campi venga svolto prevalentemente dalle donne, una figlia femmina rappresenta un peso per il sostentamento famigliare e un rischio per l’”onore” della casa a salvaguardia del quale, in molti casi, si preferisce darla in sposa anche a chi l’ha violentata. Tante le raccapriccianti tradizioni in tal senso. Ancora molto diffusa è l’usanza del başlık, il “prezzo della sposa” che deve pagare il pretendete, così come lo scambio di spose tra due famiglie, di matrimoni tra parenti o di fidanzamenti di neonati. Nonostante sia proibita dalla legge si registrano anche molti casi di poligamia e denunce di acquisto di bambine siriane, per poche lire, portate in Turchia per divenire seconde o terze mogli.

Proprio perché destinate a diventare mogli il prima possibile, come rivela uno studio dell’Istituto internazionale di ricerche strategiche (USAK), circa la metà delle minorenni sposate non è alfabetizzata e solo un terzo di esse sa leggere e scrivere.  Il dar loro un’istruzione rappresenta, oltre che un costo, anche il pericolo di vederle emanciparsi culturalmente ed economicamente.   Altro dato statistico da sottolineare è quello relativo alle morti precoci. Il rischio di morte al parto della madre e del neonato per le donne tra i 15-19 anni è di 4 volte superiore rispetto a quello delle adulte. E molte sono le giovani donne che vedono nel suicidio l’unico modo per liberarsi della propria situazione.

Il dramma delle spose bambine è una piaga mondiale che tocca non solo la Turchia e che rappresenta principalmente una violazione dei diritti della donna. Diritti che andrebbero assicurati con leggi adeguate, effettivamente applicate e rispettate. Ma a 13 anni, l’essere data in moglie ad un adulto, è soprattutto una violazione del diritto all’infanzia e all’adolescenza.
Federica Crociani

 

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