Tutori di minori stranieri non accompagnati: una risorsa dimenticata

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Si parla tanto, anche se mai abbastanza, dei minori stranieri che raggiungono il nostro territorio in cerca di una prospettiva diversa. Il fenomeno, preoccupante e mal gestito, ha registrato nel 2021 l’ingresso di ben 16.575 ragazzi, di cui oltre 10.000 via mare, il doppio rispetto all’anno precedente. Il sistema di accoglienza, che dovrebbe da subito assisterli e supportarli, è però pieno di falle, quasi come i barconi con cui molti di loro hanno fatto il viaggio. In questo sistema, fatto di ONG, associazioni umanitarie, servizi sociali, tribunali e procure minorili, centri e strutture di accoglienza, un anello di congiunzione tanto fondamentale quanto ignorato è quello del tutore volontario.

Quella del tutore volontario di minori stranieri non accompagnati (MSNA), istituita con la legge Zampa nel 2017 per meglio seguire il percorso di inclusione dei minori stranieri che si trovano in Italia senza genitori o altri adulti per loro legalmente responsabili, è una figura della nostra legislazione a cui guardano come modello anche gli altri paesi europei, perché una delle forme più innovative di volontariato degli ultimi anni.

Privati cittadini che accettano di diventare “rappresentante legale e portavoce degli interessi del minore, ponte con le istituzioni e persona di riferimento con cui rapportarsi e a cui chiedere supporto o consiglio nel quotidiano”. Persone, insomma, che rispondendo ai bandi di selezione istituiti presso ciascuna regione o provincia di appartenenza, dopo aver seguito un corso di formazione e aver confermato la propria disponibilità, vengono inserite nell’elenco istituito presso il tribunale minorile competente territorialmente che procederà alla loro nomina come tutori volontari di minori stranieri non accompagnati.

Secondo il terzo Rapporto di monitoraggio sul sistema della tutela volontaria in Italia della Autorità Garante per l’Infanzia e l’Adolescenza, l’ultima fotografia della situazione reale scattata al 31 dicembre 2020, i tutori qualificati in Italia sono 3.469, con una crescita del 6,2% rispetto alla precedente rilevazione. Il 75% è costituito da donne, il 66% ha più di 45 anni, il 78% è professionalmente occupato mentre l’11% è pensionato. I MSNA censiti a fine 2020 erano 7.080 di cui però solo 3.980 associati ad un tutore, nonostante la possibilità per ciascuno di essi di avere fino a 3 tutele in contemporanea.

E questa è solo la prima falla del sistema. Certo è che la distribuzione dei tutori è disomogenea sul territorio nazionale e molte regioni, alcune proprio tra quelle più interessate dal fenomeno, non hanno i numeri sufficienti per sopperire alle necessità. I tribunali con più tutori iscritti risultano essere quelli di Roma, Torino, Milano e Palermo. La regione Piemonte è stata quella che ha istituito il primo corso di formazione per tutori che si è tenuto nell’autunno 2017 e a seguito del quale, da aprile 2018, sono state effettuate le prime nomine. I tribunali con meno tutori sono invece quelli di Campobasso, Taranto, Trento e Messina.

Il processo di assegnazione subisce tempi lunghi e metodi incerti. Non è chiaro, infatti, quali fattori determinino la scelta del tutore. A Roma, ad esempio, ci sono tutori a cui non è ancora stato assegnato un minore, nonostante abbiamo terminato il corso e confermato la disponibilità già da tempo. Altri invece hanno attive le tre tutele e, appena ne terminano una (per il raggiungimento della maggiore età del ragazzo o per sopraggiunta irreperibilità dello stesso) vengono contattati per una nuova assegnazione. Elemento discriminante non è nemmeno la distanza del domicilio del minore dall’abitazione del tutore. Come testimonia Alessia, tutrice volontaria da tre anni che attualmente segue due minori: “la prima volta che mi sono recata in tribunale per il giuramento ho scoperto che il MSNA che avrei dovuto seguire era collocato in una struttura a 140 km da Roma e quindi dal mio domicilio. Tra gli altri tutori presenti quel giorno c’era chi abitava in quella provincia, ma gli era stato assegnato un minore domiciliato a Roma. Ci siamo accordati ed abbiamo chiesto uno scambio. Ma eravamo a disagio…sembrava di fare il gioco delle tre carte”. Del resto, quando si viene contattati dal referente del tribunale per l’assegnazione, non viene fornito alcun dettaglio, nemmeno sul sesso e sull’età. “La telefonata è breve”, continua Alessia, “ti viene comunicato solo che il tal giorno alla tal ora devi presentarti in tribunale. Se hai impedimenti, come malattia o impegni pregressi, ti salutano e passano al prossimo in elenco”.

La lontananza dal domicilio del minore, insieme alla mancanza di risorse personali, costituiscono il principale motivo di non accettazione della proposta di abbinamento. L’attività è volontaria, ma le spese da sostenere sono spesso incisive nel bilancio personale del tutore. Costi di trasporto, cancelleria, valori bollati, permessi lavorativi non retribuiti, acquisto di generi vari per il sostegno del minore e delle sue piccole necessità che dovrebbero essere a carico della struttura di accoglienza, ma che spesso i tutori si trovano “volontariamente” a sostenere. “Se un ragazzo ha freddo perché non ha un piumino caldo per andare a scuola, e la struttura di accoglienza dice di non poter sostenere la spesa perché il Comune non ha ancora pagato la retta…se i suoi pasti sono a base di pasta in bianco e cotoletta di pollo, con la variante dell’hamburger due volte a settimana, tu cosa fai?”

E stiamo parlando di strutture che percepiscono dal Comune di appartenenza, in base al territorio, dai 70 ai 120 euro al giorno per minore. Un giro d’affari che si attesta intorno ad un miliardo di euro all’anno, mentre un milione di euro è la cifra stanziata annualmente dalla Legge di Bilancio 2020 per rimborsi ai tutori volontari di minori non accompagnati e alle aziende che concedono loro permessi di lavoro retribuiti.

Ad oggi però per il Fondo per l’accoglienza dei minori stranieri non accompagnati, Art.1 comma 882 della L.160 del 27 dicembre 2019 (alias legge di bilancio 2020) non è stato emanato nessun decreto attuativo, nonostante lo stesso dovesse arrivare entro il 1° marzo 2020 e nonostante a fine aprile 2021, l’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza Carla Garlatti, avesse ottenuto dal ministro dell’Interno Luciana Lamorgese un tavolo per poter accordare i rimborsi previsti dalla legge. «I tutori sono un anello essenziale del sistema di accoglienza: non solo costituiscono il punto di riferimento per minori stranieri non accompagnati, ma rappresentano il punto di raccordo per gli altri attori del sistema: servizi sociali, centri di accoglienza, uffici scolastici regionali e scuole, tribunali e procure minorili. Svolgono una funzione fondamentale, a cui dedicano la cosa più preziosa: il loro tempo libero. Non ritengo giusto che debbano anche sostenere, senza alcuna possibilità di rimborso, le spese legate all’esercizio dei loro compiti»

E questo non è l’unico caso da sollevare. Altri decreti mancano all’appello per la concretizzazione degli articoli della legge Zampa, soprattutto quelli rivolti al coordinamento tra le varie istituzioni territoriali e nazionali e al supporto operativo nell’attività dei tutori. Tanti sono i compiti cui il tutore è chiamato ad assolvere, come sancito nella Carta etica del tutore volontario di MSNA nata ad aprile 2020, ma la questione sta proprio negli strumenti che ha a disposizione per svolgerli.

Sicuramente la situazione pandemica ha compromesso molta parte della rete assistenziale spontaneamente nata a supporto di queste figure, come gli sportelli legali gestiti volontariamente da avvocati minorili presso alcuni tribunali. Ovviamente chiusi per molti mesi, hanno riaperto da poco ricevendo solo dietro appuntamento, con lunghe liste di attesa che hanno compromesso la tempestività del supporto.

Così come è vero che best practices esistono e vanno elogiate, come gli “sportelli busy” presenti nelle province della Sicilia, la regione a più alto tasso di presenza di MSNA, e i gruppi di accompagnamento per tutori volontari (GAT) aperti ai tutori piemontesi e valdostani. Il Piemonte, come detto, è stata la prima regione a nominare tutori, ma anche la prima ad accorgersi della necessità di avviare un percorso di supporto agli stessi affinché potessero svolgere al meglio un ruolo nuovo, tanto necessario quanto delicato. Uno spazio di discussione e confronto dove condividere strategie ed esperienze.

Del resto, i tutori si aiutano soprattutto tra loro, tramite i gruppi aperti sui social o sulle applicazioni di messaggistica istantanea. “Tu come hai fatto? Tu cosa faresti? Tu cosa mi consigli?”. Ma non sempre si trova la risposta giusta, perché ogni minore è un caso a sé. Ogni ragazzo è un individuo con un trascorso ed un presente unico. E purtroppo non si può contare molto su quella “rete” descritta al corso di preparazione (mediatore, psicologo, assistente sociale, avvocato), anzi, spesso si deve far conto dei difficili rapporti con i dipartimenti sociali, le case-famiglia, gli educatori, che vedono nel tutore un intralcio, una spia, un elemento di disturbo.

Essere presenti e proattivi è percepito come un difetto da parte di alcune strutture di accoglienza. Altre invece approfittano di questa disponibilità scaricando addosso al tutore compiti e competenze in realtà in carico a loro.

Secondo Terre des Hommes “l’età media dei ragazzini che arrivano in Italia attraverso il mare si è abbassata negli ultimi mesi del 2021. Sono spesso sotto i 15 anni, un’età che era considerata lo standard di arrivo”.

I minori, soprattutto quelli più piccoli, tendono ad affezionarsi perché vedono nel tutore davvero un “genitore sociale”. Le strutture di accoglienza durante la loro permanenza nel nostro territorio cambiano, CPSA, CPA, case-famiglia, gruppi appartamento…ma il tutore resta fino alla maggiore età. Spesso anche oltre. Aiutare il minore è il loro obiettivo principale e le istituzioni non si rendono conto che, per farlo al meglio, dovrebbero essere organizzati, continuamente formati, supportati ed ascoltati. È il grido di aiuto di Alessia: “Abbiamo provato più volte e in tempi e modi diversi ad incontrarci, riunirci, discutere come associarci. Ma, almeno nei progetti in cui ho partecipato io, poco è stato portato avanti. È evidente che da soli non ci riusciamo al meglio. Se non ci sono linee guida da seguire andiamo un po’ allo sbaraglio, a tentativi, e ci scoraggiamo. Vuoi perché siamo “volontari” e la nostra attività principale, quella che ci da il pane, è un’altra. Vuoi perché il tempo libero che abbiamo a disposizione lo dedichiamo principalmente al supporto dei minori che ci sono stati affidati. E nel mio caso quel che resta sono briciole.”

Federica Crociani

 

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