Tutto parla di te: Alina Marazzi ci racconta le ombre della maternità

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Credo che sia riduttivo definire Tutto parla di te, banalmente,  un film sulla maternità; lo è, ma nella sola maniera in cui è veramente possibile dire qualcosa sulla maternità, ossia non per luoghi comuni o rappresentazioni simboliche assolutizzanti, ma attraverso le tante diverse maniere in cui donne diverse vivono questa esperienza.

tutto parla di te
Alina Marazzi dà forma a una sorta di docufilm corale realizzato proprio a partire da materiale raccolto nel corso di anni che ha poi cercato di inserire organicamente in una storia di finzione e di utilizzare al meglio per dare voce alle tante emozioni, contrastanti e spesso sfuggenti, non sempre facili da decifrare e gestire, delle donne coinvolte e raccontate nel film. La storia di Emma e Pauline – rispettivamente interpretate da Elena Radonicich e Charlotte Rampling – è impreziosita da apporti vivisi quali fotografie, interviste, scene di animazione, lettura di pagine di diario, coreografie di danza, il tutto sapientemente tagliato e montato così da apparire organico alla finzione; quasi non c’è cesura tra le testimonianze dirette di donne realmente esistenti e la storia di finzione dei due personaggi femminili.
L’intento di questo lavoro, oltre a completare in qualche modo il ciclo che racconta il rapporto madre-figli e l’universo femminile in generale, iniziato con Un’ora sola ti vorrei – ritratto della madre scomparsa  narrato attraverso il montaggio di sequenze filmate dal nonno – e proseguito con Vogliamo anche le rose – in cui ripercorre la storia delle donne, nel decennio che va dalla metà anni degli anni sessanta alla metà dei settanta – è soprattutto quello di spazzare via gli stereotipi culturali e i condizionamenti sociali che dipingono la maternità come un momento di sole rose e fiori, sempre contraddistinto da una profonda felicità e appagamento.
tutto parla di te charlotte rampling

Alina Marazzi non è interessata a storie eccezionali di eroine che vivono esperienze straordinarie al di fuori del comune, ma al racconto dell’ordinarietà delle ombre che pure si accompagnano alla condizione di divenire madri: i momenti di sconforto, disperazione, stanchezza, il sentimento ambivalente di accettazione e rifiuto del bambino, lo sconvolgimento totale della propria esistenza, le rinunce, la perdita di sonno, il tempo per prendersi cura di sé stesse che man mano viene a mancare e il conseguente insorgere dei sensi di colpa per non esser capaci di aderire a quell’immagine di madre – fissa e standardizzata – che la nostra società diffonde. L’intento è quello di restituire al tema della maternità quella sua dimensione di oscurità – amplificata o meno da varie, soggettive difficoltà – che pure naturalmente le appartiene, per farne un racconto veritiero, lontano dagli stereotipi che spesso anche il cinema ha contribuito a costruire. Vien naturale, credo, fare il paragone con un altro film sulla maternità, abbastanza recente, che pure si è concentrato sul lato oscuro dell’esser madri: Maternity Blues di Fabrizio Cattani. In quest’ultimo però a raccontarsi erano donne che hanno vissuto, loro malgrado, una tragedia di portata sconfinata, segnate da un dolore con il quale dovranno fare i conti tutta la vita; e si parlava, in questo di Cattani, non tanto della maternità, ma di una specifica patologia che talvolta si presenta dopo la nascita del bambino, la depressione post-partum che, se non diagnosticata e adeguatamente trattata, può portare a conseguenze estreme.
Alina Marazzi si concentra invece sulle difficoltà e momenti di sconforto quotidiani che tutte le donne si trovano a dover fronteggiare dopo la nascita del bambino e sulla necessità di saper chiedere aiuto e, soprattutto, di poter dare aiuto a queste donne.
Nel film abbiamo infatti Pauline, tornata a Torino, la città dove è nata e vissuta, dopo tanti anni di lontananza e che inizia a lavorare presso un centro per la maternità gestito dalla sua amica Angela. Qui esamina i vari materiali e documenti raccolti delle donne in difficoltà e parallelamente ripercorre la propria personale vicenda, ricostruendo ed elaborando ricordi e immagini del passato. Un giorno incontra Emma, una danzatrice che ha da poco avuto un bambino e che non riesca ad accettare la nuova condizione, il peso della responsabilità, la paura di non riuscire più a riprendere a danzare,  l’oppressione di aver irriversibilmente cambiato la propria esistenza e perso ciò cui teneva: sé stessa, il lavoro, la propria realizzazione professionale e di donna.
Pauline e Emma saranno l’una per l’altra come uno specchio reciproco nel quale vedere riflesse le proprie emozioni, dalla quali, senza disconoscerle, ma anzi accettandole, sapranno ricostruire la loro identità.
Un elemento portante nel film è la rete di aiuto che il centro per la maternità mette a disposizione per queste madri perché, come dichiara Alina Marazzi, il prendersi cura del bambino, dell’altro in senso generale, è un compito che parte dalla madre, sì, ma che che dovrebbe estendersi a tutta la comunità; così come significativo è il fatto che le figure maschili non siano raccontate in funzione della coppia, quanto piuttosto in quella di confidenti/amici che offrono una rete di sostegno – emblematico in tal senso è il personaggio del coreografo, Valerio (interpretato da Valerio Binasco)  – poiché il compito della cura, protezione, sostegno, per quanto caratteristica prettamente femminile, andrebbe coltivato proprio come valore, nella sua estensione del termine, da tutti, non solo dalla donne, troppo spesso lasciate sole, abbandonate ad affrontare un compito gravoso cui non viene affatto così  istintivo e facile adempiere come comunemente si crede. In questo senso è da intendersi il titolo Tutto parla di te, ossia dell’importanza di saper coltivare la cura e l’accoglienza dell’altro e del saper riconoscere proprio in questa estensione del termine il senso profondo della maternità, che non è mai solo mettere al mondo un bambino,  ma confrontarsi con quegli archetipi assoluti che sono la nascita, la morte, la paura del cambiamento, la trasformazione del proprio corpo e il saper ritrovare sempre, nel confronto spiazzante che può essere l’incontro con l’altro da sé, la propria identità. Nel momento della nascita, il bambino, da una parte del corpo della donna che era diventa a tutti gli effetti un’altra persona con la quale doversi rapportare e non è affatto detto che l’amore e l’accettazione siano immediati e spontanei così come, al contrario, può essere che sia difficile per la madre interrompere il peculiare rapporto simbiotico della gravidanza: si tratta, in ogni caso, di riuscire a trovare un equilibrio tra l’amore per l’altro e la realizzazione personale, ove l’uno non deve soffocare l’altra e viceversa.

tutto parla di te

Un’opera che presta anche molta attenzione alla forma, all’estetica del racconto filmico e alla possibilità di attingere a diversi materiali per meglio evidenziare le sfumature e la complessità dell’essere donna e madre. Fotografie di donne in movimento a rappresentare la natura sfuggente e mai fissata una volta per tutte del femminile, interviste che sono tante voci, ognuna diversa, ognuna un tassello capace di offrire un quadro esaustivo della e sulla maternità.
Tutto parla di te sarà nelle sale italiane a partire dall’11 aprile e contemporaneamente è stato avviato un progetto in rete   – un webdocumentario sul sito www.tuttoparladivoi.com – per sviluppare i tanti temi affrontati nel film e raccogliere testimonianze dirette che possano al contempo divenire narrazione collettiva e luogo di aiuto e confronto per costruire un nuovo punto di vista sulla maternità, finalmente sgombro da stereotipi e luoghi comuni e dai sensi di colpa che ne derivano.

Rita Ciatti

Scheda Film

Titolo: Tutto parla di te  – Produzione:  Gianfilippo Pedote e Francesco Virga (Italia), Elda Guinetti e Andres Pfaeffli (Svizzera)  – Genere: drammatico – Durata: 83’– Regia: Alina Marazzi– Sceneggiatura: Alina Marazzi e Dario Zonta, con la collaborazione di Daniela Persico – Attori Principali: Charlotte Rampling, Elena Radonicich, Valerio Binasco, Maria Grazia Mandruzzato –  Fotografia: Mario Masini– Montaggio: Ilaria Fraioli –  Costumi: Bettina Pontiggia – Suono: Vito Martinelli – Scenografia – Petra Barchi – Musiche – Dominik Scherrer e Ronin – Distribuzione Italia: Bim

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