Twoas4. Due al posto di quattro. Ritratti di melodie alternate a lunghi crescendo

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Intrufolarsi di sera nei locali, quando sento il profumo di musica buona, è una prerogativa del topino che c’è in me. In realtà il ratto ha avuto il suo pifferaio Francesco che mi ha condotto in un locale accanto alle romane mura per ascoltare i Twoas4.

Dopo una birra (diciamo due ) inizia il concerto. La formazione conta 2 elementi ma, davanti a loro sono presenti almeno 4 strumenti musicali. Alan suona batteria alternandosi con il piano elettrico mentre Oscar suona la chitarra ed il basso. La musica crea fin da subito chiare suggestioni, attraverso anche un basso deciso che fa pendant col cardio ritmo ed un piano che mi strappa piacevolmente da dentro la malinconia.

Alcune volte la chitarra genera dissonanze che all’improvviso mi toccano violente come quei schiaffi che fanno bene e ti educano per ricordarti che la musica può essere anche questa; la musica che colpisce i sensi sotto un’altra angolazione e che ti svegliano dai soliti sogni i cui scenari sono quelli che sempre percorri e su cui sempre ti senti sicuro. Con i Twoas4 non si hanno certezze ma solo sorprendenti sonorità che  ti avvolgono senza che tu voglia ribellarti.

Ma qui parliamo di percezioni che non toccano solo un senso. Nella sala viene anche proiettato un filmato che racconta di viaggi, natura e presenze femminili. Quello che sembrava una proiezione casuale invece si è dimostrato una volontà precisa di integrazione con la musica suonata in quel momento; il fatto che non sapevo cosa guardare, il duo che suonava oppure il filmato proiettato, denotava la completa assenza di contrasto nella  fusione audio-video. Direi, perfetta integrazione ed obiettivo centrato: l’uno voleva essere lo specchio dell’altro.

Twoas4
Twoas4: Oscar Corsetti (voce, chitarra e basso) e Alan Massimiliano Schiaretti (batteria e tastiere). Foto Elena Ilie

Come è nata l’idea del duo, come nasce il vostro incontro artistico?
Averne di idee!…  diciamo che forse “l’idea è stata quella di averne il minor numero possibile”, in altre parole quella di far suonare qualcosa che già esisteva mettendoci “noi” a disposizione delle “canzoni” o di ossature di pezzi che erano già pronti da tempo. In pratica, io ed Alan non ci conoscevamo ancora personalmente ma avevamo solo delle amicizie in comune e una volta stabilito il contatto abbiamo solo cercato di capire se suonando uno di fronte all’altro, ci saremo trovati e bilanciati su quei brani e su quello che avremo improvvisato.

Dal nome trapela quello che voi siete. Io ho visto il vostro concerto ed ho capito il senso, ma forse è meglio che siate voi a spiegarlo. Sembra chiaro che siete due ma suonate per 4.
Innanzitutto “Twoas4” è una sigla che non ha nessuna presunzione, crediamo solo che il suono di una band debba passare dai soliti quattro strumenti, voce, chitarra, batteria e basso e a nostro modo abbiamo semplicemente cercato di riuscirci in due. Poi sapendo che d’altronde non sarebbe stato facile aggiungere altri elementi abbiamo subito accettato l’idea che probabilmente non ci saremo nemmeno messi a cercarli,  pertanto è nato questo gioco di parole: “due come quattro”, oppure “due al posto di quattro”  che da subito, ci è sembrato il nome giusto!

Definite il vostro stile musicale nuovo, oppure lo inquadrate in uno specifico esistente?
Non riesco a inquadrarlo e per questo tempo fa, cercando di descrivere quel che facciamo avevo coniato per noi la sigla: “a2FN” cioè  “a fine filth noise”, perchè siamo fuori da molti stilemi:  intro lunghe, cantato non cantato, inglese non inglese o italiano all’inglese, pezzi quasi sempre oltre i 4 minuti, melodie alternate a lunghi crescendo, accenni noise, tempi storti, pochi ritornelli, miscugli vari, insomma … non credo del tutto nuovo ma nemmeno del tutto “fatto” e se possiamo scegliere, di sicuro, il meno esistente possibile, inquanto a stile.

Quale genere di musica ed artista vi ha ispirato?
Non parlerei di genere, perché ognuno di noi a suo modo, musicalmente appartiene ad un vissuto di ascolti eterogeneo e diverso, io personalmente credo di esser stato modificato da tutto quello che da sempre ho prima causalmente o fortunatamente ascoltato e poi caparbiamente cercato: dai 45 giri di Raffaella Carrà, allo Zecchino d’oro fino a Joe Strummer.  Dopo sono arrivati i “pugni allo stomaco o nei denti” da parte di chi attraverso la musica è riuscito a tirar fuori la rabbia che è alla base di ogni sana presa di coscienza e mettendo tutto insieme, ho tratto le mie conclusioni.   <L’ispirazione per me? È solo una tensione!>   Non sono ispirato da ciò che ascolto ma da ciò che quel che ho ascoltato, mi indica, alla fine come direzione, e quindi da ciò che vorrebbe farmi ascoltare dopo, quando quel dopo non è stato ancora scritto ed è solo immaginabile.

Il package del vostro il CD Audrey In Pain English è graficamente sorprendente e veramente ricco di testi, insomma, un prodotto di rara accuratezza. Raccontate cosa c’è all’interno e con quale idea è stato realizzato.
Solo pochi dischi possono permettersi di essere essenziali, e quindi rinunciare ad ogni tipo di “ bel pacchetto e bella spiegazione” oltre ovviamente far giusto sapere almeno titolo e interpreti. Gli altri invece secondo me, per motivi diversi ne hanno bisogno! Paolo* (Mauri) ha insistito molto affinchè facessimo un packaging accurato di questo lavoro ed io sapevo che volevo metterci dentro le fonti ispiratrici, i vissuti dei brani, raccontare insomma perché esistono, perché li suoniamo e perché son così, per una forma di cortesia e onestà in sostanza, sia verso le persone raccontate sia verso di me e di noi. Quindi siccome avevo chiaro da dove arrivavano melodie, parole ed energia non potevo evitare di raccontarlo; ecco perché lì dentro c’è un racconto, ecco perché son nate le tele con i volti delle canzoni, ecco perché abbiamo fatto i video a nostro modo e pensando di costruirli allo stesso modo di come suoniamo. Poi probabilmente serviva il contenitore e l’idea della busta è arrivata per ultima, durante un pranzo in un locale fiorentino poco distante dallo studio di Paolo, … “quando il pane c’è stato portato dentro piccoli sacchetti di carta con su stampato il nome del ristorante”.

Sono presenti dei bellissimi ritratti, sembrano fatti a penna o matita.
Sono ritratti a carboncino su tele di 80×80 o 100-120×80; sono i volti delle persone che hanno ispirato i pezzi e che fanno parte del racconto inserito nel disco e di alcuni miei importanti vissuti. Tele che non è facile portar con noi  ai concerti ma che fanno parte delle immagini che ci scorrono accanto mentre suoniamo. Se esiste un suono od una canzone è anche giusto che abbia un “volto” od un “risvolto visivo”, un po’ come se avessimo fatto 10 singoli ognuno con la propria diversa copertina, rappresentata proprio da quei quadri, da una parte scaturiti per la voglia di sperimentare e dall’altra per quella di “sigillare”  e “caratterizzare” quel che facciamo, prima ancora che possa farlo qualcun altro e magari peggio di noi. Qualcosa insomma che a differenza della musica non si improvvisa, ma si progetta pian piano.
Il packaging completo del cd dei Twoas4 Audrey In Pain English

Oscar i tuoi studi od esperienze nel campo dell’architettura hanno in qualche modo (o da qualche parte) incontrato la musica?
Esattamente in quel che ho appena accennato e poi nell’indurmi ad attivare un metodo, adatto a costruire in musica. Quindi a saper riconoscere una “misura” e a cercar di perseguirla partendo sempre da una buona base e senza esagerare in altezza. Poi più praticamente, entrando ancora nello specifico della tua domanda, c’è stato un momento in cui stavo per dedicarmi allo studio dell’acustica degli spazi e a come poter progettare i luoghi della musica a partire da questo aspetto, ma la mia passione per il design mi portò subito dopo a decidere di affrontare “i perché” della chitarra elettrica, e quindi di li a poco (anni) alla realizzazione di un mio prototipo di elettrica “roadster” in vetroresina e alla possibilità di attivare un corso sul “design della musica” all’interno della facoltà di Architettura di Firenze che però non ho mai iniziato visto che “ho ancora molto tempo per farlo e sempre meno cose da dire”.

Durante il concerto è stato proiettato una sorta di viaggio visivo attraverso spiagge, montagne ed un percorso in bici tra le vie di un paese. Un progetto artistico a tutto tondo che comprende anche una produzione video oltre che grafica e musicale.
Come accennato prima, la parte visiva appartiene ad un concetto di connessione tra i vari livelli. I video raccontano le canzoni o fanno qualche esperimento visivo sulla dinamica del pezzo, in un certo senso completano le melodie e spiegano come le pensiamo se dovessero esser fatte di immagini, per questo ci lavoriamo “in solitaria” perché sappiamo cosa ci va di dire o raccontare a proposito, nonostante l’ulteriore grande sforzo che richiede, non ultimo poi, è il fatto che Alan ha le competenze necessarie per farlo quindi è venuto automatico metterci alla prova. Invece per i live abbiamo montato le riprese cercando di immaginare un percorso che lega i luoghi reali e fantastici di questo progetto insieme ai tre video ufficiali che abbiamo realizzato, un viaggio attraverso i nostri spazi di lavoro e di vita, percorsi a piedi, in bici, in moto e in macchina. Grosseto, Firenze, Misurina, le Dolomiti, casa, il mare, lo studio dove lavoriamo, insomma tutto quello che interagisce con questa musica e naturalmente i volti delle canzoni.

Progetti futuri?
Suonare le nostre cose come vorremmo e quindi “in 2 come 4” o addirittura in 4 oppure di nuovo con Filippo Gatti e soprattutto di fronte ad un pubblico. Quindi registrare i nuovi pezzi che stiamo mettendo a fuoco insieme a lui che ci sosterrà per la produzione artistica magari ancora insieme a Paolo Mauri e quindi uscire presto con un secondo disco e con un passo in più, fatto in avanti.  Il tutto arricchito da altre immagini e racconti senza però dimenticare di cercar di avere “meno idee nuove possibili” o “il meno possibile nuove idee”.
Valerio Tirri

genere: noise melodico
Twoas4
Audrey In Pain English
produzione: Paolo Mauri
data di pubblicazione:  28 settembre 2012
brani: 9 + intro
durata:  47:51

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