Ubiquitous computing. Lo stadio sociale della macchina

computer digitalizzazione
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Si racconta che quando, negli anni ’50, alcuni ingegneri proposero all’allora capo della IBM Thomas J. Watson di entrare nel business dei computer questi abbia risposto che al mondo ci sarebbe stato mercato per 4 o 5 computer.

L’affermazione oggi può far sorridere ma era il riflesso di un periodo in cui il rapporto dell’uomo con la macchina stava ancora nascendo, un’epoca in cui le donne erano probabilmente gli esseri della specie umana che meglio interagivano con i grandi Mainframe interpretandone il linguaggio, dando un senso alle schede perforate di cartoncino che le macchine di allora sputavano come risposte oracolari. Era il primo incontro ravvicinato del III tipo dell’uomo con la macchina, l’inizio di una simbiosi che però si basava sul rapporto tra un (grande, enorme) computer per molti uomini/donne. L’avvento dei personal computer ha segnato un cambiamento d’epoca, la macchina diventa qualcosa di -appunto- personale. La ritrovi sulla scrivania e ci scrivi, ci giochi, ci studi. I ragazzi di oggi danno per scontato rapportarcisivi e moltissima gente ci fa sempre più affidamento: quanti ancora comperano un giornale per leggere i film in sala? Quanti per leggere le ultime notizie (diversa è la necessità di approfondirle e seguire una linea editoriale)? Quanti sfogliano l’elenco delle pagine gialle invece che cercare un nominativo su Internet? Il rapporto con il computer (l’aggettivo personal viene sottinteso) è sempre più stretto, la necessità di essere connessi in rete sempre maggiore e non solo per i classici smanettoni, ma per tutta una fascia di popolazione – in certi casi quasi di età – che fa del comunicare attraverso il filtro digitale un modus vivendi. Eppure quest’epoca d’oro del personal computing, declinato fino al massimo con i dispositivi digitali di ultima generazione come palmari, navigatori gps e naturalmente cellulari, è solo una transizione. In un momento in cui si comincia a vedere, almeno nel mondo occidentale, la saturazione del mercato  in cui la grande potenza di calcolo raggiunta dai PC ha fatto diminuire l’esigenza di cambiarli così spesso, la strada dell’evoluzione della macchina si biforca in due linee contraddittorie eppur complementari nel rapporto col suo creatore: quello della Realtà Virtuale e quello detto dell’Ubiquitous Computing. La prima -nota ai più- si basa sulla creazione di un mondo virtuale, più o meno riflesso di quello reale in cui le azioni avvengono solo in modalità digitale (e dunque non avvengono realmente). È il mondo che apre grandi prospettive -tra le altre- alle esplorazioni spaziali, mediche:  è il regno della simulazione. Spinto alle sue estreme conseguenze logiche, potrebbe essere il mondo in cui l’uomo agisce solo in forma digitale: la vita che è illustrata nel film Matrix ne può essere un esempio.

L’Ubiquitous Computing, su cui vorrei invece soffermarmi oggi, è qualcosa di diverso, diametralmente opposto. Come scrive già nel 2003 Roberto Saracco (Il Mondo Digitale, Settembre 2003, p.19): <<Con l’espressione Ubiquitous Computing si possono intendere più aspetti: la pervasività di sistemi che offrono capacità di elaborazione locale, la presenza di capacità elaborativa in una molteplicità di oggetti attorno a noi, la possibilità di accedere da qualsiasi punto a capacità elaborative in grado di soddisfare qualunque (o quasi) necessità.>>.
L’uso per la prima volta del termine è attribuito a Mark Weiser, allora direttore scientifico delle ricerche tecnologiche allo Xerox Palo Alto Reseach Centre, il quale evidenzia nel numero di oggetti pervasivi che circonderanno l’esistenza degli uomini – facilitandone i compiti, moltiplicandone gli sforzi, seguendone le volontà – il prossimo stadio, ormai vicino, dell’evoluzione delle macchine (in Rete è possibile avere una definizione dal suo stesso autore: www.ubiq.com/hypertext/weiser/UbiHome.html ). Uno stadio che incomincia a essere sempre più cosa di tutti i giorni: le applicazioni della domotica sono solo uno degli esempi di questa intelligenza diffusa di dispositivi con cui gli esseri umani interagiscono: lavatrici che si connettono al server del fornitore di energia elettrica comunicando i dati di consumo o meglio che dialogano con frigorifero, lavastoviglie ed altri oggetti in utilizzo sincronizzando i tempi dei picchi di massimo consumo di ciascun oggetto in modo da non far scattare il contatore sono in alcuni casi già disponibili sul mercato. Abbiamo un caso di ubiquitous computing quando differenti dispositivi interagiscono al fine di comportarsi come un unico dispositivo, come scrive ancora Saracco (ibid., p. 22) la stessa Internet era nata per realizzare una rete che consentisse di accedere da remoto ai pochi computer che venivano messi a disposizione dalle università americane negli anni ‘60. Con l’Ubiquitous Computing la macchina entra nell’era sociale, impara che la propria forza può essere molto molto maggiore se interagisce con altre macchine e soprattutto non è più personal perché essendo parte di una rete serve più individui. Grandi prospettive si aprono così specialmente per la ricerca che può fare lavorare allo stesso progetto più computer anche distanti (ricordate il programma SETI@home in cui acconsentivate a fare utilizzare una parte della potenza di calcolo del vostro PC per fare analizzare più rapidamente i dati provenienti dagli osservatori alla ricerca di segnali intelligenti extraterrestri? Quello era un esempio di Ubiquitous Computing).

Come ogni fase evolutiva, però, non c’è ancora una forma stabile, il futuro verso cui le macchine si sono avviate è avvolto dalle nebbie che solo certa fantascienza è abituata a frequentare. Sta di fatto che questa fase sociale delle macchine pone in maniera forte l’interrogativo su come la loro interazione sarà con gli uomini. In Giappone l’Institute of Industrial Science dell’università di Tokio si sta occupando proprio di questo, mettendo a punto un sistema che studi i rapporti tra le creature meccatroniche (robot umanoidi compresi) e creature biologiche.

Intanto però l’industria comincia a cavalcare questo che comincia a diventare un trend, dotando anche le giacche di connessioni Bluetooth, player MP3 e chip più o meno intelligenti che incominciano a calcare anche le passarelle di moda. Il tutto per essere sempre più connessi, noi esseri biologici, con la Rete aspettando che altri esseri facciano anche questo per noi.
Davide Pisano

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