Ucraina: una pace dimenticata. L’analisi con Claudia Bettiol

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Da troppo tempo la situazione del conflitto nella regione del Donbas viene lasciata marcire senza che una diplomazia vera avvicini le parti. Claudia Bettiol ci racconta di cosa accade, anche all’interno del paese  dove le forze politiche ed economiche hanno ripreso (o non hanno mai smesso) le loro lotte di potere.

Claudia Bettiol
Claudia Bettiol

Claudia Bettiol è nata nel 1986 (lo stesso giorno di Michail Gorbačëv) e cresciuta in Italia. Ha sempre rivolto uno sguardo al vicino est, tanto che dopo un anno alla pari in Russia, un Erasmus in Estonia e un volontariato in Ucraina, ha deciso di trasferirsi a Kiev. Traduttrice, slavista e appassionata di architettura sovietica, è direttrice editoriale della testata East Journal e scrive di Ucraina anche per OBCT.

Sono trascorsi diciotto mesi dall’ultima volta che ci ha parlato del conflitto nella regione del Donbas. Allora sembrava che con l’attuazione di uno dei punti dell’Accordo di Minsk (il rilascio reciproco dei prigionieri), ci fossimo incamminati sulla strada giusta. E invece in questi giorni il Comando delle Forze Armate dell’Ucraina ha segnalato violazioni del cessate il fuoco concordato nell’ultimo accordo. Cosa sta accadendo? Quanto è verosimile la notizia, di cui il portavoce presidenziale russo Dmitrij Peskov ha detto di non saperne nulla, di un nuovo piano per il Donbas, proposto da Germania e Francia e finalizzato dall’Ucraina? Si rischia la ripresa su più ampia scala della guerra?

Negli ultimi 18 mesi la situazione nel Donbas non sembra essere cambiata di un millimetro, nonostante la pace apparente: il conflitto armato continua e, nonostante l’incontro del 9 dicembre 2019 fra i presidenti Volodymyr Zelensky e Vladimir Putin, le due parti in causa non hanno fatto passi avanti per risolvere la questione e arrivare a un accordo. Il cessate il fuoco nella regione viene continuamente violato, provocando sporadicamente la morte di alcuni soldati e impedendo un dialogo tra le parti: l’Ucraina dice no ai negoziati diretti con i leader di Donetsk e Lugansk, no alle elezioni prima del totale controllo dei territori e no al riconoscimento della sovranità russa sulla penisola di Crimea in cambio di concessioni nel Donbas. E Mosca non molla.

I media riportano che, qualche giorno fa, il capo dell’ufficio del presidente ucraino Andriy Yermak ha annunciato un nuovo piano a cui l’Ucraina sta lavorando con i partner occidentali del “Formato Normandia” (Francia e Germania) per riportare la pace nella regione e reintegrare i territori occupati. Ma c’è bisogno dell’approvazione di Mosca, che non cederà facilmente. Secondo alcune fonti locali della regione di Luhansk, i combattimenti si sono intensificati in quasi tutte le aree chiave del fronte; alcuni bombardamenti sono avvenuti sia di giorno che di notte, in particolare l’11 marzo. Anche nella regioni di Donetsk il 5 e 6 marzo sono state rilevate alcune esplosioni di munizioni nelle campagne.
Malgrado le buone intenzioni dell’Ucraina e dei paesi occidentali, dubito che la Russia si dichiari pronta a ritirare le sue truppe e andarsene dai territori occupati da un giorno all’altro e senza scontri.

“L’Unione europea ha fornito un sostegno concreto all’Ucraina per mitigare l’impatto del conflitto e quest’anno stiamo iniziando un nuovo programma per sostenere lo sviluppo economico e il servizio pubblico in questa regione; ciò includerà il finanziamento dei posti di frontiera. Lasciatemi dire ancora una volta che non siete soli – ha concluso – siamo dalla vostra parte”. Questa è la dichiarazione che ha fatto, ai primi di marzo, il presidente del Consiglio europeo Charles Michel in una visita istituzionale nel Donbas insieme al presidente ucraino Volodymyr Zelensky. Come sono, a suo giudizio, le relazioni tra Ucraina e UE?

Sì, il presidente del Consiglio europeo Charles Michel ha anche dichiarato: “Non c’è Europa senza Ucraina. Condividiamo valori comuni: democrazia, stato di diritto, rispetto del diritto internazionale e diritti umani. L’UE è il partner più affidabile dell’Ucraina”. Ma, sebbene alcuni funzionari europei abbiano notato dei miglioramenti effettivi negli ultimi anni, le riforme nei settori dell’istruzione, della giustizia e dell’energia sono progredite solo moderatamente, ostacolando l’adesione dell’Ucraina all’UE. Anche il settore sanitario necessiterebbe di grandi riforme.

Guardando al futuro, l’adesione dell’Ucraina all’Unione europea rimane improbabile sotto molti punti di vista poiché la classe politica di Kiev con fatica darà priorità a cambiamenti radicali interni. Tuttavia, considerando le tensioni tra UE e Russia, è probabile che l’UE continui a lavorare per tenersi stretta l’Ucraina, insistendo sulle riforme da implementare.

Veniamo alla pandemia da Covid-19. L’Ucraina fino alla fine dello scorso luglio registrava solo qualche centinaio di contagi al giorno e poi è stato un crescendo che a fine novembre ha visto quasi 17.000 contagi in un giorno. I decessi totali sono circa 30.000. Come è stata gestita la pandemia in questi mesi? Come si presenta ora la situazione sanitaria? Quali le reazioni della popolazione e dei settori economici? È cominciata la somministrazione dei vaccini? Resta in piedi il divieto del governo di Kiev di autorizzare il vaccino russo Sputnik V?

Come molti altri paesi, anche l’Ucraina aveva introdotto, nel marzo 2020, un regime di quarantena per combattere l’epidemia mondiale di Covid-19. Le misure adottate sono risultate molto meno restrittive rispetto a quelle italiane ed europee ma hanno, almeno nell’arco di due mesi, bloccato la prima ondata catastrofica di coronavirus. Dopo un’estate di quasi completa libertà, sono state applicate alcune misure preventive e localizzate per contenere il numero dei contagi in autunno. Durante le feste natalizie, tuttavia, il governo ha deciso di non chiudere e di attuare un lockdown completo solamente per un periodo limitato, dall’8 al 24 gennaio. Secondo i dati ufficiali attuali, i malati sembrano in calo, ma com’è noto tutto dipende da quanti tamponi vengono effettuati e da quanti positivi asintomatici circolano: tutto è aperto qui, dalle scuole alle piscine, dalle saune ai ristoranti, e le limitazioni sono minime. Se non fosse per l’uso obbligatorio della mascherina nei trasporti e nei locali al chiuso (misura rispettata nella capitale, in altre città meno), non si direbbe che c’è una pandemia in corso.

Per quanto concerne le vaccinazioni, come scrivevo qualche settimana fa, Kiev ha vietato il vaccino russo Sputnik V. Il 24 febbraio 2021, l’Ucraina ha lanciato la campagna di vaccinazione volontaria e gratuita per il personale sanitario e i militari: 500.000 dosi di vaccino Astrazeneca sono state acquistate a spese dello stato. Il ministero della Salute prevede di ricevere altri 1,5 milioni di dosi entro fine marzo. Inoltre 700.000 sono in arrivo dalla Cina (Sinovac).

Molti cittadini ucraini, già scettici sul virus, stanno diventando sempre più contrari alla vaccinazione: un recente sondaggio dell’Istituto internazionale di sociologia di Kiev ha rilevato che il 60% della popolazione del paese non vuole essere vaccinato. La ragione principale è la disinformazione sia sul virus e le sue mutazioni, che sui vaccini stessi e i loro effetti collaterali.

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Ucraina. Kiev, Arco della diversità. Foto Claudia Bettiol

Lei in un recentissimo e approfondito articolo su East Journal fa il punto sulla situazione interna, soprattutto in relazione alle condizioni economiche del paese che hanno sempre più bisogno dei crediti del Fondo monetario internazionale. Ha scritto chiaramente che “La spinta riformatrice si è dissolta in fretta e le lotte intestine al potere oligarchico sono tornate”. Può dirci quali sono le parti coinvolte? Quanto l’attuale leadership di Zelensky è solida?

Come sottolineo nel mio articolo, il potere oligarchico non se n’è mai veramente andato: i magnati ucraini sono sempre rimasti coinvolti nella politica ucraina fin dagli anni ‘90. Recentemente ciò si è visto negli scandali che hanno visto protagonista Ihor Kolomoiskiy, oligarca già in circolazione ai tempi dell’antico regime. La sua amicizia con l’ex presidente Petro Porošenko è durata poco: rendendosi conto del potere del rivale, Porošenko decise di nazionalizzare PrivatBank, di proprietà di Kolomoiskyi, il quale iniziò a dedicarsi alla propria immagine in tivù, promuovendo la serie televisiva “Il servitore del popolo“, che assicurò il successo – prima come comico e poi come presidente – di Volodymyr Zelensky. Un’ascesa molto contestata.

Ma Kolomoiskyi non è l’unico oligarca strettamente legato alla vita politica del paese: oltre al “re del cioccolatoPetro Porošenko, Julia Tymošenko (la “principessa del gas”) è ancora deputata parlamentare e rappresentante del suo partito – Patria (Bat’kivščyna). Non dimentichiamo poi il filantropo Viktor Pinčuk, che ha fatto parlare di sé per la sua amicizia con Zelensky, e proprio su richiesta del capo di stato, ha acquistato alloggi per Oleh Sentsov e altri ex prigionieri politici scambiati nel settembre 2019. Ma sulla storia – anzi, sulle storie, – degli oligarca ci si potrebbero scrivere dei libri e discutere per ore.

Sull’attuale leadership di Zelensky, ci sono alti e bassi, ma possiamo dire apertamente che la credibilità della presidenza e del governo dell’ex comico sono in calo. Si parla di un rating che si aggira intorno al 40%. Le ragioni sono molteplici, ma sicuramente la non-risoluzione del conflitto nei territori orientali, la crisi economica e i problemi di corruzione nel paese sono le ragioni principali di tutto ciò.

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Ucraina. Kiev, quartiere Podil. Foto Claudia Bettiol

In Italia non è facile che arrivino notizie sulla Crimea che, lo ricordiamo, è stata di fatto annessa alla Federazione russa pur in presenza di un referendum nel 2014. Qual è la situazione economica e sociale nella penisola? Mosca continua a sussidiare la Repubblica di Crimea?

La Crimea è, dal 2014, interamente nelle mani dell’amministrazione della Federazione russa. Dall’annessione, Mosca ha notevolmente aumentato le spese per il settore sociale e le infrastrutture e le autorità locali hanno affermato che la crescita economica è sostenibile. Tuttavia, la penisola è ora molto più isolata politicamente, fisicamente ed economicamente: l’aumento del prezzo dei prodotti alimentari e il deprezzamento del rublo hanno rapidamente influenzato la regione. L’occupazione ha influito non solo sulla produzione, ma anche sul commercio e il turismo. Quest’ultimo, principale fonte di reddito, si è ridotto al 50% rispetto al 2013 e il flusso è quasi totalmente unidirezionale (dalla Russia). Anche il settore agricolo ha subito miliardi di perdite, principalmente a causa dei problemi relativi alle risorse idriche: fino al 2014 l’acqua della Crimea dipendeva all’80% dal fiume ucraino Dnipro (come ho scritto qualche settimana fa). Inoltre, le sanzioni del mondo occidentale imposte contro la Russia – compreso il divieto di importazione di merci dalla Crimea e da Sebastopoli – sono un altro motivo degli scarsi risultati e miglioramenti nella penisola.
Oggi la Crimea è diventata una “zona grigia” in termini di diritto internazionale. Secondo i dati ufficiali delle statistiche russe, nessuno può dire che attualmente la Crimea vive molto meglio rispetto a prima del 2014. Tuttavia, è anche vero che non ci sono dati che ne affermano il contrario.

Lei vive in Ucraina. Come mai? Fuga di cervelli? Il suo essere donna l’aiuta nella sua professione o deve far più fatica dei colleghi? Com’è la condizione della donna in Ucraina?

Abito in Ucraina da quattro anni ormai, ma non ritengo di far pienamente parte della fuga di cervelli. Avendo una formazione di traduttrice dal russo e di slavista tout court, è un po’ il destino e un po’ la mancanza della vita a est che mi ha portata, dopo altre esperienze all’estero, in Ucraina.
Personalmente non ho mai riscontrato alcun problema di sessismo, né in ambito lavorativo né personale, e il fatto di essere donna non mi ha mai impedito – fortunatamente – di poter crescere professionalmente: nel mio luogo di lavoro siamo tutti, uomini e donne, trattati alla pari. Se poi ci inoltriamo nel personale, possono saltuariamente comparire battute sessiste oppure alcuni comportamenti fuori luogo, ma sono molto più marcati nelle città minori o nelle zone provinciali. Kiev, forse in quanto capitale e città metropolita, è meno soggetta a tutto ciò. Inoltre, consideriamo che rimango comunque una expat e questo può influire sulle libertà concesse.

La discriminazione delle donne, in Ucraina, è una parte inevitabile della vita quotidiana e le cause sono da ricercare nel passato, legato ad atteggiamenti patriarcali e basato su stereotipi di genere profondamente radicati nella cultura tradizionale ucraina. E talvolta questi stereotipi e questa sorta di “maschilismo gratuito” vengono, più o meno volontariamente, confusi con gesti di pura galanteria, che tuttavia danno da pensare. Due esempi lampanti sono l’8 marzo e il Giorno dei difensori della patria (14 ottobre): la festa dedicata alla donna, per gran parte della popolazione, è ancora una festa dove si regalano fiori e cioccolatini e, nonostante le marce femministe degli ultimi anni, rimane un caposaldo difficile da cambiare. Lo stesso vale per il 14 ottobre, spesso e volentieri considerato come il giorno degli uomini, dove le donne ancora non riescono a inserirsi come co-protagoniste.

Negli ultimi anni, la parità di genere e la condizione della donna hanno dato prova di molti miglioramenti, ma il paese ha ancora molta strada da fare.

Pasquale Esposito

 

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