Ucraina, una tregua poco duratura? Ne parliamo con Pietro Rizzi

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Dopo l’accordo per la tregua in Ucraina abbiamo fatto il punto sulla crisi

con Pietro Rizzi, Junior Research Fellow presso ADAPT, Association for International and Comparative Studies in the Field of Labour Law and Industrial Relations, collabora con l’OSCE/ODIHR come osservatore elettorale durante le missioni di monitoraggio in Est Europa. È redattore per East Journal, dove si occupa di Ucraina, Est Europa e Caucaso in generale. In passato redattore ed art director del periodico LiberaMente e si è a lungo occupato di politica come Assistente parlamentare e consulente giuridico. Ha risieduto, per lavoro e ricerca, a Kiev e Tbilisi.

Partiamo dalla situazione in questo momento. Il conflitto in Ucraina si è inasprito ma mi sembra che non interessino granché le sofferenze della popolazione e dei danni alle infrastrutture che provocano stravolgimenti al vivere quotidiano. Quali sono gli ultimi aggiornamenti?
Fortunatamente l’accordo siglato il 5 settembre a Minsk tra l’Ucraina ed i separatisti, dopo che il Presidente russo Putin e quello ucraino Poroshenko hanno trovato un’intesa di massima, sembra reggere e nonostante si registrino limitati scontri, che hanno portato ad un civile morto nelle ultime ore, la situazione si presenta nettamente migliore rispetto ad alcuni giorni fa. In tutto ciò è corretto asserire che delle sofferenze della popolazione e dei danni che provocano uno stravolgimento della vita quotidiana dei civili si è parlato poco. Troppo poco. Un report dell’ONU del 29 agosto parla di numeri impressionanti: almeno 2600 morti dall’inizio delle ostilità nella parte orientale dell’Ucraina e 350.000 sfollati, ed i numeri, sentendo la gente comune che sta vivendo questo dramma, sembrano essere sottostimati. Le strutture sanitarie non sono mai state in grado di gestire questa tragedia, i trasporti fuori dalle aree controllate dai separatisti sono pressoché impossibili, ogni servizio di welfare è praticamente sparito, acqua ed energia elettrica risultano spesso interrotte: lo scenario è davvero incredibile per un paese alle porte dell’Europa che solo due anni fa – per fare un esempio – ha ospitato (e Donetsk era una delle città cardine dell’evento) l’Europeo di calcio. Trovo incredibile che in quelle condizioni, con un’estate particolarmente calda, non siano scoppiate epidemie che avrebbero messo ulteriormente in ginocchio la popolazione. In tutto ciò si parla di atrocità commesse dai separatisti e di artiglieria utilizzata in direzione di aree densamente popolate.

La nascita della crisi è un sovrapporsi di cause interne ed esterne. Nel Paese quanto hanno pesato e pesano le differenze tra le differenze culturali, storiche e di interessi economici tra le due popolazioni russa o di origine russa e ucraina?
Non vorrei sembrare semplicistico, ma ad eccezione forse della Crimea, dove l’identità russa è forte e la popolazione, in maggior parte, non si è mai sentita ucraina, nelle altre zone, incluse la regione del Donbass, cioè dove si fronteggiavano forze governative e separatisti, non c’è una differenza particolare tra popolazione di origine russa e ucraina, nel senso che molto è stato creato a livello mediatico. Certo, nella parte occidentale del paese si parla ucraino, mentre nella parte orientale e meridionale si parla russo. Oppure ad ovest sono storicamente più legati a paesi quali la Polonia, mentre ad est c’è un legame storico con la Russia. O ancora l’economia della parte occidentale è tradizionalmente agricola, mentre quella della parte orientale è fortemente industrializzata. Ma l’idea che siano presenti due popoli con origini ed interessi diversi è stata creata ad hoc da chi aveva tutto l’interesse, a Kiev, così come a Mosca e a Donetsk, a creare un clima teso. È opportuno quindi affermare che molti pretesti sollevati per giustificare i separatisti o l’intervento politico da parte della Russia, come per esempio la discriminazione dei cittadini di lingua e nazionalità russa, sono assolutamente falsi e che paradossalmente nella parte orientale del paese avrebbe maggiormente rischiato di essere discriminato chi è di lingua e nazionalità ucraina.

Considerando l’importanza geopolitica ed economica (le produzioni agricole, gasdotti e dei depo¬siti sot¬ter-ra¬nei di gas,…) dell’Ucraina quale ruolo hanno svolto UE, USA e Russia nella crisi?
Un ruolo nella crisi ucraina lo hanno giocato tutte – ma proprio tutte – le potenze. L’Unione Europea ha in questi ultimi anni lavorato molto con Kiev, e con lo stesso ex Presidente Yanukovich, per giungere alla firma dell’Accordo di Associazione. Nel momento in cui l’Ucraina si era rivolta ad est ha cercato in tutti i modi, ma come sempre in maniera disorganizzata, di portare ad un ripensamento e probabilmente le proteste di piazza a Kiev nell’inverno scorso e la fuga dell’ex Presidente, che per certi versi si può definire colpo di stato, sono state favorite proprio dai paesi europei, come la Polonia ed i paesi baltici, che maggiormente spingono affinché l’Ucraina si avvicini all’Europa. Gli Stati Uniti, che inizialmente si sono disinteressati della questione, hanno poi cinicamente compreso la possibilità di avere a Kiev un governo amico e sono stati i primi che economicamente e politicamente hanno supportato la nuova leadership ucraina e che hanno alzato la voce contro la Russia dopo l’annessione della Crimea e lo scoppio delle ostilità nell’est del paese. Per descrivere il comportamento della Russia credo non basterebbe un libro. Putin con tutta probabilità si è sentito sfidato dagli occidentali nel momento in cui Yanukovich è stato costretto alla fuga e per rifarsi dello smacco ha trovato che la situazione fosse così confusa da permettergli di impadronirsi della Crimea. L’azione disorganizzata di Unione Europea e Stati Uniti, che con le sanzioni sembrano aver scalfito poco la Russia, così come il generale sostegno interno della politica neo imperialista di Putin, con tassi di popolarità che hanno toccato livelli impensabili fino a qualche mese fa, hanno spinto lo zar del Cremlino a ritentare la sorte appoggiando, in maniera massiccia, i separatisti. Il rischio, sottovalutato da molti, è che l’isolamento internazionale spinga la già traballante economia russa ad un punto di non ritorno. Ed in tutto ciò si inserisce il discorso energetico, che finora Putin utilizza come minaccia, ma che – qualora i governi europei studiassero una strategia comune – potrebbe ritorcersi contro il Cremlino: il gigante euro-asiatico ha solo idrocarburi da vendere e se non li vendesse a noi, almeno fino a quando non saranno pronte le infrastrutture verso la Cina, non saprebbe a chi piazzarli.

Quanto il continuo e veloce allargamento della Nato ad Est può aver influito influito nelle risposte russe che è arrivata ad annettere la Crimea?  E la richiesta di adesione alla Nato dell’Ucraina se accettata può far esplodere una guerra non più controllabile?
L’allargamento ad est della Nato di certo mette in crisi la Russia ed ha influito nelle risposte russe. Putin non ha mai nascosto di ritenere l’ingresso di paesi ai suoi confini nell’Alleanza Atlantica un rischio da combattere ad ogni costo, e sembra averlo dimostrato in questi ultimi mesi, anche se proprio questa politica sta spingendo l’Ucraina, o quel che ne resterà, ad avvicinarsi alla Nato. La dichiarazione di sovranità del 1990, carta con valore costituzionale, dichiara espressamente il divieto per l’Ucraina di entrare in Alleanze militari, ma si sa che basta la volontà politica per modificare questo principio. Discorso diverso poi capire se la Nato, e cioè alcuni suoi paesi membri, in primis Germania ed Italia, vorrebbero realmente includere nell’Alleanza un paese al confine con la Russia che in caso di attacco sarebbero obbligati ad aiutare. Una guerra non la vuole nessuno, soprattutto per difendere un paese, l’Ucraina, che non è tradizionalmente nella sfera d’influenza dell’occidente. È in questa ottica che si possono leggere le conclusioni del vertice Nato che si è tenuto in Galles pochi giorni fa dove non è stato detto o fatto nulla di concreto se non minacciare la Russia, creare una forza di reazione rapida (in ottica anti russa e non solo), e istituire cinque depositi di armamenti pesanti in Polonia, Romania e paesi baltici.

Per una soluzione del conflitto basteranno dei significativi passi indietro o è necessaria una diversa organizzazione sul territorio? Che ne pensa e se è possibile la soluzione di una Federazione di cui parla anche Romano sul Corriere?
Serviranno sia passi indietro, che dopo la tregua siglata a Minsk sembrano esser stati promessi da Kiev ed in parte dai separatisti, e servirà una diversa organizzazione sul territorio che è stata richiesta da Mosca e che anche Kiev, seppur in forme diverse, promette da tempo. L’idea di Romano sul Corriere è suggestiva, ma mal si adatta al contesto ucraino, nel senso che per creare una Federazione servirebbero molte entità con forte autonomia, mentre in Ucraina c’è solo una zona, se non si considera la Crimea, che dimostra insofferenza per la gestione centralistica. Inoltre dipende cosa intendiamo e quali competenze resterebbero al centro e quali verrebbero demandate ai soggetti periferici. Il problema principale è il Donbass e quindi mi pare assurdo che per risolvere quel problema venga stravolto, istituzionalmente parlando, tutto il resto del Paese. Più valida mi pare l’idea, che d’altronde è accettata da tutti, di una forte autonomia per il Donbass, ma senza intaccare alcune prerogative dello Stato centrale, prima fra tutte la possibilità di mantenere rapporti esteri, che Putin vorrebbe riconosciuta alle regioni di Donetsk e Lugansk, ma che Kiev non potrà mai accettare. Ed è qui che per me sta lo scoglio maggiore: in linea di principio i punti della tregua sono accettabili da tutti, ma non appena si entrerà nel merito delle proposte difficilmente il governo centrale ed i separatisti potranno trovare un accordo, e quindi, a meno che le parti utilizzino un buon senso che finora è mancato, dai tavoli negoziali si tornerà ai campi di battaglia, con la regia indiscussa di Putin. Insomma, pare che questa tregua sia un modo di riorganizzarsi per le parti in causa.

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