Ue e USA messi insieme, tanti sono le 815 milioni di persone che soffrono la fame

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Non ci sono molti aggettivi per quello che sta accadendo, perché provare a descrivere la sofferenza dovuta alla fame è arduo, è fuori dalla nostra portata. Nel 2016 si è invertito l’andamento che vedeva in costante diminuzione gli individui che soffrivano per fame. Infatti secondo un rapporto stilato da alcune agenzie dell’ONU, la fame nel mondo riguarda 38 milioni di persone in più rispetto al 2015. In totale, quelli che soffrono per malnutrizione 815 milioni, divisi tra 520 milioni in Asia, 243 milioni in Africa, 42 milioni in America latina e nei Caraibi. 155 milioni di bambini ali di sotto dei 5 anni sono poco cresciuti.

L’aumento dei conflitti e l’aggravarsi delle conseguenze dei cambiamenti climatici le ragioni individuate. Ma quello che non trascurerei tra le cause è uno sviluppo completamente orientato al profitto che rispetta poco i bisogni dell’infanzia, delle donne e degli uomini o peggio li sfrutta producendo povertà e miseria dalle quali è più facile entrare nel vortice della fame che uscirne per una vita migliore.

Quello stesso modello di sviluppo che, avviando e sostenendo un circolo diabolicamente vizioso, rapina l’ambiente fino alla sua distruzione e lo invade di rifiuti tossici, dalla plastica al materiale radioattivo all’anidride carbonica.
Gli stessi conflitti sono spesso generati da politiche di potenza, sia di nazioni cosiddette avanzate che di quelle in via di sviluppo, alla ricerca di risorse energetiche, idriche, materiali preziosi o necessari alle produzioni.
Immaginate una popolazione fatta della somma di quella degli Stati Uniti e dell’Unione europea che ogni mattina non sa mai se potrà mangiare. Tanti sono gli 815 milioni di persone che soffrono la fame.

Winnie Byanyima, direttore esecutivo della Ong Oxfam che non essendo un problema di quantità di cibo prodotto «dobbiamo trovare soluzioni reali e definitive alle cause strutturali dell’insicurezza alimentare. Ciò significa fare pressione per la risoluzione pacifica dei conflitti, tagliare drasticamente le emissioni di CO2 e aiutare le comunità ad adattarsi a un clima che cambia. Significa anche investire nelle donne, che più degli uomini corrono il rischio di cadere nella morsa della fame».
Pasquale Esposito

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