UE: nuove regole per piattaforme digitali con il Digital Services Act

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Per molti anni l’UE ha evitato di legiferare in maniera adeguata nel modo dei servizi internet, ma lo scorso 23 aprile – dopo circa diciotto mesi di trattative tra il Parlamento e il Consiglio europeo – è stato trovato un accordo per il Digital Services Act (DSA) che regolamenta soprattutto per le grandi piattaforme l’operato nel mondo dei social, del commercio elettronico, dei motori di ricerca e dei servizi web in generale. In effetti il DSA si va ad aggiungere al Digital Market Act (DMA) [1], negoziazione chiusa lo scorso 25 marzo, formando un nuovo sistema di regole comuni nel mercato europeo e dando unicità allo spazio digitale in Europa.

Adesso questo accordo politico tra le due istituzioni europee dovrà essere definitivamente approvato e le nuove norme si applicheranno in tutta l’UE quindici mesi dopo l’entrata in vigore o a partire dal 1º gennaio 2024, se la data è posteriore. I tempi saranno più stringenti per le grandi piattaforme online e motori di ricerca. Stiamo parlando di Amazon, Apple, Facebook, Google, Microsoft, Twitter ma potrebbero essere incluse anche Booking, TikTok e Zalando.
La legge appunto ha un peso diverso a seconda della dimensioni dei soggetti interessati. L’attenzione maggiore viene posta alle grandi piattaforme digitali (almeno 45 milioni di utenti attivi nell’Unione) che vengono definite gatekeeper, titolari di un “ruolo di sistema” in quanto si trovano tra fornitori di servizi digitali e utenti. Sono tante le realtà interessate dal DSA oltre alle piattaforme e motori di ricerca on line come ad esempio i fornitori di accesso a internet, registri di nomi di dominio, mercati on line, app store, piattaforme di economia collaborativa, social media.

Le nuove regole
Gli attori a vario livello dovranno provvedere a mettere in atto soluzioni per contrastare beni, servizi o contenuti illegali online e contemporaneamente rendere disponibili sistemi agli utenti per segnalare con semplicità contenuti. Devono essere preparati strumenti adeguati per rimuovere i contenuti problematici secondo le leggi nazionali ed europee, non appena una piattaforma ne viene a conoscenza.
I siti di vendita on line dovranno controllare l’identità dei fornitori prima di offrire i loro prodotti. Saranno vietate le cosiddette “dark patterns”, le interfacce ingannevoli che spingono gli utenti del web verso impostazioni dell’account più favorevoli per il fornitore o verso determinati servizi a pagamento.
I social network saranno costretti a sospendere gli utenti che “frequentemente ” violano la legge.
Dovrà essere reso possibile contestare le decisioni delle piattaforme in materia di moderazione dei contenuti e, in caso di controversie, di fare ricorso contro le stesse sia in sede extragiudiziale sia di fronte alla giustizia ordinaria. Ci saranno nuove garanzie per la tutela dei minori e per limitare l’utilizzo di dati sensibili per la pubblicità mirata. E poi saranno resi disponibili meccanismi per un adattamento rapido ed efficiente in risposta alle crisi che interessano la salute o la sicurezza pubblica.

Le istituzioni e i loro rappresentanti in Europa hanno definito il DSA un accoro storico, ed è opinione di molti osservatori ed esperti di settore che un’accelerazione nel regolare con norme nazionali – vedi il caso dell’Italia che lo scorso 21 marzo con un decreto legge del 21 marzo rafforzava i controlli per la sicurezza e difesa nazionale e per le reti di comunicazione elettronica con un titolo dedicato alla “cybersicurezza delle reti, dei sistemi informativi e dei servizi informatici e approvvigionamento di materie prime critiche” – e transnazionali come appunto il DSA sia stata provocata dalla scellerata invasione russa dell’Ucraina.

Franco Pizzetti, professore emerito diritto costituzionale all’Università di Torino, ex Garante Privacy commentando il DSA spiega che

«al centro vi è il pericolo di commerci e scambi che abbiano ad oggetto beni e servizi illegali e contenuti online che possano essere facilmente utilizzati in modo illegale da sistemi di algoritmi manipolatori con l’effetto di aumentare la disinformazione degli utenti o con altri illeciti obbiettivi. Infatti, malgrado i numerosi interventi regolatori UE, vi sono ancora significativi ostacoli e oneri legali da prendere in esame. In particolare, la UE è consapevole che l’accelerazione della digitalizzazione della società e dell’economia, accentuata molto dalla pandemia, ha creato una situazione nella quale poche grandi piattaforme online controllano importanti ecosistemi che compongono la economia digitale. Queste piattaforme, che hanno man mano assunto il ruolo di gatekeeper nel mercato digitale, hanno conquistato il potere di agire come “poteri regolatori privati”, nel senso che le regole da loro disposte per la fornitura dei servizi offerti condizionano fortemente lo sviluppo dell’economia digitale e dello stesso rispetto dei diritti fondamentali degli utenti e dei fornitori di servizi» [2].

Le multinazionali che non rispetteranno le normative rischiano multe fino al 6% del loro giro d’affari annuo globale e di non poter operare nei mercati dell’Unione. Ci si aspetta una vigilanza più determinata grazie all’arrivo di risorse dedicate oltre a quelle già disponibili; inoltre si aggiungeranno verifiche una volta all’anno da parte di organismi indipendenti con la supervisione della Commissione Europea.
Pasquale Esposito

[1] Per il DMA cfr. ad esempio Antonello Salerno, Digital Markets Act, l’Europa mette le briglie alle big tech: multe fino al 20% del fatturato, 25 marzo 2022
[2] Franco Pizzetti, Accordo sul DSA, Pizzetti: “Una svolta verso un vero spazio unico europeo digitale”, 26 aprile 2022

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