Umberto Alunni. Dalle onde al web: la radio continua a trasmettere

radio columbia marconi
history 21 minuti di lettura

La lunga storia della radio che, dai primi passi alle sfide con il video e con il web, ha saputo adattarsi a tutte le innovazioni tecniche e a tutti i contesti sociali. Uno strumento usato in mille occasioni, un oggetto presente ovunque.

Con Umberto Alunni, socio Aire e divulgatore radiofonico, abbiamo parlato di radio, di storia e dei mille aneddoti intorno a questo strumento capace sempre di vivere una nuova vita, sia da un punto di vista tecnico che per i contenuti e la capacità di raggiungere un pubblico assai largo.

Come prima cosa, come nostro costume, le chiederei di presentarsi al nostro pubblico.
Sono stato dirigente bancario, tra l’altro direttore generale della Cassa di Risparmio di Spoleto e della Cassa di Risparmio di Pistoia e Lucchesia.
Collaboro con 4 testate giornalistiche, due di economia e territorio e due culturali. Ho pubblicato 14 pubblicazioni in materia di radio.
Ai nostri fini provo a svolgere attività divulgativa sullo strumento radiofonico e quant’altro possa orbitare intorno ad esso.

Partiamo dall’inizio e dalle prime pionieristiche attività legate alla radio. Possiamo segnare una data d’inizio?
Per la radio, invenzioni propedeutiche a parte, si parte dal 1894/1895.
La radio nasce nel 1895 a seguito delle ricerche che il giovane Marconi stava conducendo intorno alla possibilità di comunicare a distanza per mezzo delle onde elettromagnetiche, a suo tempo teorizzate da Maxwell, (1873) e dimostrate in pratica da Hertz (1887).
L’intuizione di Marconi segnò l’inizio dell’era delle telecomunicazioni.
Gli eventi si susseguirono velocemente superando distanze ed ostacoli sempre maggiori: nel 1901 Marconi collegava via etere il vecchio ed il nuovo mondo. Superando la curvatura terrestre, che tutti ritenevano impossibile, realizzò il collegamento tra la Cornovaglia (GB) e l’isola di S. Giovanni di Terranova (Canada). Da allora la radio divenne sempre più il filo diretto in grado di collegare le più lontane parti del mondo e i vari mezzi di trasporto, navi ed aerei, sulle cui onde correvano notizie e informazioni, dalle richieste di soccorso (S.O.S.) alle notizie di tutti i giorni, politiche, sociali, di spettacolo.
La continua ricerca e l’evoluzione del mezzo trasformò ben presto i messaggi radio, trasmessi tramite l’alfabeto Morse, in comunicazioni verbali, dando così alla radio voci e suoni. Nel 1909 a Marconi fu assegnato il premio Nobel per la fisica.
La Westinghouse, nel 1920, in occasione delle elezioni presidenziali, che porteranno all’elezione del 29° presidente degli Stati Uniti (Harding Warren), dà inizio alle prime trasmissioni in radio diffusione circolare e gli americani potranno seguire i risultati in diretta. Da qui, in brevissimo tempo la radio diffusione conquista gli ascoltatori che si moltiplicano rapidamente dando un forte impulso all’industria radiofonica.
Il fenomeno del radio ascolto si diffuse successivamente anche in Europa; in Francia (1921), in occasione dei festeggiamenti di Edouard Branly (1844-1941), uno scienziato francese che in Francia è considerato il padre della radio.
Il primo impianto fu installato sulla torre Eiffel. Nel 1922 fu la volta dell’Inghilterra e della Germania.
L’Italia, pur essendo la patria di Marconi, rispetto al resto d’Europa faticava a partire. La grave crisi che il nostro Paese stava attraversando condizionava lo sviluppo economico. Bisognerà attendere il 6 ottobre del 1924 per assistere anche in Italia alla nascita della Radiodiffusione.
Può essere significativo riportare quanto in un articolo dell’agosto 1923 pubblicava in tono provocatorio l’ingegnere Ernesto Montù, uno dei massimi esperti di radiotecnica: “Negli Stati Uniti d’America vi sono 2.000.000 di radioascoltatori e 600 stazioni di diffusione. Nel Regno Unito 500.000 radioascoltatori e sei stazioni di diffusione. In Francia vi sono 200.000 radioascoltatori e cinque stazioni di diffusione. In Italia è in corso di studio il regolamento per la concessione delle licenze al radioascolto“.
Il 27 agosto 1924 nasceva a Roma l’Unione Radiofonica Italiana (URI).
Il 6 ottobre dello stesso anno s’inaugurerà il servizio regolare in Italia e la voce di Maria Luisa Boncompagni, la prima annunciatrice, diventerà famigliare in molte case degli italiani.
Nel dicembre del 1925 entrava in funzione anche la stazione di Milano, ma l’ascolto faticava a decollare. Gli apparecchi avevano un costo troppo elevato e l’abbonamento annuale era pari allo stipendio di un impiegato statale. Con Regio Decreto il 17 novembre 1927 l’URI venne trasformata in EIAR (Ente Italiano Audizioni Radiofoniche).
Ciò nonostante, l’Italia rimase il fanalino di coda nelle classifiche europee del radioascolto, tanto che non raggiunse mai i livelli da fenomeno collettivo raggiunti in altri paesi. Nel 1928 c’erano in Italia 50.000 abbonati mentre la Germania ne contava circa due milioni. Nel 1930 gli abbonati salirono a 170.000 e in Germania a quattro milioni. Sono dati che rendono l’idea della posizione del nostro Paese in questo contesto.
Va comunque considerato tutto l’impegno che, anche per interesse politico, il governo dedicava allo sviluppo della radio diffusione nel favorire programmi e richiedendo alle aziende costruttrici di realizzare apparecchi “per il popolo”, a basso costo.
Nel 1944, con la caduta del regime, l’EIAR diventava RAI (Radio Audizioni Italiane) e da questo momento in poi, verrebbe da dire, è storia recente.

radio
Radio Phonola foto Umberto Alunni

Quali evoluzioni ci sono state, a suo parere, nei decenni? E quali sono quelle più importanti da segnalare e raccontare?
Parlerei di tre tipologie di evoluzione: industriale; design, palinsesto.

Seguiamo, quindi, l’ordine che lei ci indica e affrontiamo gli argomenti uno per volta in modo da consentire ai nostri lettori di farsi un’idea. Partiamo dall’evoluzione industriale.
È opportuno fare una beve premessa prima di commentare l’evoluzione della radio industria per il periodo dal 1928 al 1967. Nel periodo 1896-1910 si è affinato il processo della radio trasmissione trovando spazio la possibilità di trasmettere non solo in codice Morse, da un punto all’altro, ma anche con parole e suoni da un punto verso più punti (trasmissioni circolari o Broadcasting).
Con l’affermarsi dei primi tubi elettronici (o “valvole”) ad opera di Ambrose Fleming, inventore del diodo, di Lee Deforest, inventore del triodo, e di altri, la radiotecnica stava evolvendo in modo significativo. La Prima guerra mondiale determinò uno sviluppo impensato della radiotecnica. Il suo utilizzo, anche in campo navale ed aeronautico, portò a sistemi di radiogoniometria e di radioassistenza alla navigazione che determineranno il successivo sviluppo di collegamenti senza fili a lunga distanza.
L’esperienza acquisita, e la dovizia di mezzi tecnici ormai a disposizione, spingeva molti ad occuparsi di radiotecnica per diletto.
Si favorì la nascita delle prime associazioni di radioamatori che, solo inizialmente, erano un tutt’uno con gli appassionati della radiodiffusione (broadcasting). Questa dal 1920, iniziava sul piano mondiale la sua attività, dapprima sperimentalmente e poi, visto l’enorme successo, in maniera organizzata.
In Italia solo nel 1924 prese il via un regolare servizio di radiotrasmissioni circolari limitato, peraltro, a qualche ora di programma serale.
L’esordio della radio in Italia avvenne quasi in sordina. L’industria radiofonica nacque con un certo ritardo rispetto a quella di altri paesi occidentali (USA, Francia, Inghilterra) e il ricorso al principio di concessione in esclusiva era dovuto solo in parte a ragioni di opportunità politica. Le difficoltà economiche e, in particolare, la scarsità di capitali disponibili sul mercato da investire in un settore dall’avvenire ancora incerto, ebbero un peso assai più decisivo nel determinare l’adozione del regime di monopolio. Roma a parte, la rete nazionale era ancora tutta da realizzare. Ci vollero due anni per impiantare le stazioni di Milano e di Napoli e poi altri tre perché entrassero in funzione quelle di Bolzano, Genova e Torino. Ma la prima stazione trasmittente nazionale a grande potenza, quella di Roma-Santa Caterina, venne realizzata soltanto nel 1930, anno in cui vide la luce anche il Laboratorio ricerche di Torino. L’avvento dell’EIAR, Ente speciale a capitale privato con nuove strutture di grandi dimensioni, a cui lo stato assicurò in concessione per 25 anni l’esclusiva del servizio di radioaudizioni, consentì il potenziamento tecnico degli impianti trasmittenti. Le infrastrutture e la programmazione radio erano coperte dal canone di abbonamento e da tasse sulle componenti staccate delle radio che le aziende montavano per fabbricare detti apparati (condensatori, valvole, etc..).
Per questo motivo molte ditte decisero di costruire tutto da sé, col rischio che la mancata specializzazione portasse ad un detrimento della qualità.
Poi le tasse sulle valvole, un canone allora definito esoso, facevano il resto.
Nei primi anni ’30 stavamo appena uscendo dalla grande crisi del 1929 tuttavia, suo malgrado, la produzione radio continuò a crescere.
Questa situazione rese anche più conveniente l’acquisto della componentistica dall’estero. All’inizio del 1931 il nostro Governo emise un Decreto restrittivo imponendo forti tasse sul materiale importato (sui componenti e sugli apparecchi). Questo decreto oggi cozzerebbe fortemente con il principio della globalizzazione. Tuttavia, malgrado i suoi difetti, fu accolto con favore ritenendo che avrebbe potuto stimolare la radio industria italiana.
All’inizio fu necessario organizzarsi per il reperimento della componentistica in Italia.
Poi ci si adeguò al meglio. D’altra parte, già molte aziende si stavano specializzando nella costruzione dei componenti. La legge del 18 settembre del 1931 modificò il regime doganale.
In quel periodo gli utenti paganti erano 300.000 contro gli oltre 4 milioni dell’Inghilterra e della Germania che avevano praticamente la stessa nostra popolazione.
Il loro problema di copertura, con le relative spese, era equivalente a quello che aveva la nostra EIAR.
Alla Fiera di Milano, ed all’Esposizione Radio del 1933, la produzione era quasi totalmente nostrale e di qualità. Nei primi anni ’30 la radiofonia conobbe in Italia la prima grande svolta, dopo lo sviluppo alquanto stentato degli anni precedenti. Le aziende costruttrici utilizzarono appieno le norme protezionistiche dandosi un gran da fare per assicurare un numero sempre maggiore di prodotti.
L’eco delle Mostre nazionali e delle riviste specializzate, il perfezionamento dei programmi trasmessi, e la sempre maggiore sensibilità allo strumento, gettarono le basi per un interessante sviluppo.
Non si sottace l’aiuto del progetto Radiorurale, il cui scopo era la massima diffusione dello strumento anche verso la popolazione meno abbiente e meno scolarizzata.
Dal punto di vista tecnico, la radio subì una vera e propria trasformazione: diventò un mobile unico contenente anche l’altoparlante; cominciò ad essere facile da usare grazie allo sviluppo del sistema supereterodina a comando unico; era ancora in voga il circuito ad amplificazione diretta con o senza reazione, ma anche in questo caso la ricerca delle stazioni era facilitata grazie alla lettura diretta delle frequenze di sintonia (nascita delle prime scale parlanti con indicazione geografica delle stazioni trasmittenti).
L’avvento della scala parlante è stato possibile dopo l’assegnazione delle frequenze di
trasmissione alle varie stazioni.
Dopo varie conferenze mondiali (Berlino 1906, Londra 1912, Washington 1927 – la prima dopo l’avvento della radiodiffusione – Madrid 1932, Cairo 1938) si stabilì la ripartizione dello spettro delle frequenze in varie gamme assegnate ai diversi servizî radioelettrici.
A ciascuna di dette Conferenze seguirono riunioni regionali per l’assegnazione delle onde della radiodiffusione alle singole stazioni trasmittenti (per l’Europa: Ginevra 1926, Praga 1929, Lucerna 1933, Montreux 1939; il piano elaborato in quest’ultima non è andato in vigore a causa della guerra, cosicché nel 1948 vige ufficialmente ancora il piano di Lucerna).
Negli anni immediatamente successivi al 1933, le industrie lavoravano su un campo da gioco livellato: la domanda era stimolata anche dallo Stato con progetti di carattere sociale, la tecnologia avanzava e i meccanismi di protezione alleviavano i fenomeni concorrenziali internazionali.
C’era spazio per fare ulteriore ricerca e ampliare la tipologia di prodotti con apparecchi plurigamma e di lusso. In quegli anni si sono prodotti i radiofonografi da terra più belli e ricercati. Nei successivi, prima dell’avvento della guerra, si elaborò un ulteriore giro di vite per diffondere su tutto il territorio la commercializzazione di radio. A seguire la guerra impose uno stop. Le aziende più strutturate sono state precettate per produrre attrezzatura militare. La ricerca e la produzione “civile” sarà congelata.
Se la guerra è stata terribile per tutti, il dopoguerra ha segnato un proficuo risveglio.
In questo modo, come durante il primo conflitto mondiale, la tecnologia progrediva vertiginosamente sotto la spinta delle necessità. Alla fine della guerra, nel 1945, eravamo agli albori di una nuova era: l’era elettronica (radar, ponti radio, e altro).
Paradossalmente le nostre radio, sia per estetica che per circuitistica, non avevano niente da invidiare all’industria americana.
Come in altri comparti la radio industria riprese la sua attività. Ma invece di puntare su grandi complessi, come nella realtà anglosassone, si disperse su un numero impressionante di piccole fabbriche. Alcune di queste provenivano dall’anteguerra, altre sorsero lì per lì. In questo periodo gli esiti del Piano Marshall caratterizzavano l’andamento dell’industria italiana.
Una serie di altre problematiche, non ultima la concorrenza di altri paesi che limitava l’export, orientò la produzione radio verso l’interno e su una fascia medio bassa.
Un’ intervista del Presidente del Gruppo Costruttori Radio Italiani fornisce alcune cifre importanti sulla radio industria: 50.000 addetti, 7.500 aziende che commercializzano radio, 2.500 persone che lavorano nella trasmittente RAI. Sono numeri che danno una visione d’insieme dello sviluppo del comparto.
Nel 1948 era stato indetto un concorso per la realizzazione di un nuovo apparecchio popolare (AR48) dopo la Radiorurale dell’anteguerra. Si profilava un nuovo periodo di “radio popolarità”. La A.N.I.E. giocò un ruolo importantissimo e caratterizzò la produzione per tutti gli anni 50. Intanto, sempre nel 1948, venne inventato il transistor che rimodulerà la produzione radio industriale, soprattutto dalla seconda metà degli Anni ’50 in poi. Non va sottaciuto l’avvento della Modulazione di Frequenza (FM) e della Televisione agli inizi degli anni 50. Fin dall’origine il modello della radio industria italiana si è basato su un tessuto connettivo composto per lo più da microimprese.
Non è semplice identificare il numero di marche fabbricanti radio nel periodo considerato. Molte di esse sono strutturate, altre spin off o ramo aziendale di altre fabbriche più rilevanti. Tra tutte ricordiamo Siemens, Philips, CGE, Radio Marelli. Ognuna di esse ha proprie caratteristiche, peculiarità e modello produttivo. Alcune sono nate proprio per la fabbricazione di radio. Altre costituiscono l’evoluzione di produzioni specializzate, come ad esempio la Ducati, già fabbrica di condensatori. Altre ancora sono il risultato del lavoro di pochissime persone, spesso a carattere familiare che, da una situazione di produzione per conto terzi, tentano il salto della produzione in proprio. Molte aziende si sono rivelate delle vere e proprie meteore con durata di appena qualche anno. Le più piccole non hanno superato i confini regionali al punto che ancora oggi alcune marche di radio sono disponibili solamente nelle zone appena limitrofe a quella di produzione.
Il secondo conflitto mondiale, pur involontariamente, ha sviluppato una decisa azione selettiva lasciando in vita solo quelle aziende significativamente più strutturate.
Nel periodo da fine anni ’20 alla fine anni ’50 se ne sono contate oltre 500, rischiando di stimare per difetto.
Tuttavia, se volessimo indicare le marche con un proprio catalogo, ed un minimo di struttura, il loro numero scende a poco meno di 300.
Come già detto ogni azienda aveva le proprie logiche produttive e commerciali. Alcune attribuivano maggiore attenzione all’estetica, altre alla qualità tecnica del prodotto, altre alla migliore comprensione ed utilizzabilità da parte dell’utente. Altre ancora utilizzavano componenti non facilmente fungibili, con lo scopo di fidelizzare il cliente.
Anche l’utilizzo del messaggio pubblicitario è stato usato in modo assolutamente differente. Le case costruttrici più famose erano: CGE, Ducati, Geloso, Irradio, La Voce del Padrone, Magnadyne, Mivar, Philips, Phonola, Radio Marelli, Allocchio e Bacchini.

radio
Radio Tesla foto Umberto Alunni

La radio è anche un oggetto che ha fatto e fa bella mostra di sé nei più svariati contesti. Passiamo, quindi, a considerare l’evoluzione della radio dal punto di vista del design. Lei possiede fra l’altro una collezione di apparecchi radiofonici.

Il popolo dei designers di radio è stato molto numeroso.
Ricorderei, prima di tutto, alcuni di quelli che hanno disegnato alcuni apparati presenti anche nella mia collezione: Luigi Figini e Gino Pollini (La Voce del Padrone Modello Eridania -1933); Pierluigi Spadolini (Radio Marelli RD191 – 1957); Piero Bottoni (CGE Supergioiello – 1949); Von O. F. Henrich (Irradio IR500 – 1946).
E non possono essere dimenticati anche: Adriano Rampoldi (Europhon h10 – 1970); Rodolfo Bonetto (Voxson tanga – 1976); Marco Zanuso e Richard Sapper (cubo Brionvega – 1965); Luigi Caccia Dominioni (Phonola 547 – 1940); I fratelli Castiglioni (Nova radio, Phonola 547 e altre); Giò Ponti (rivista Domus).
La datazione di un apparecchio in base alle sue forme non è sempre facile.
Nella prima metà degli anni ‘20 il numero di radio in circolazione era veramente limitato e le forme erano di vario tipo tendenti al classico, con influenze barocche e liberty.
Alla fine degli anni ’20 le strutture iniziano un percorso di “normalizzazione” pur con
altoparlante e batterie separate.
Bisogna riconoscere che la storia della radio si fece negli Stati Uniti. Fino al termine degli anni ’20 i mobili erano belli, particolari, veri e propri gioielli di ebanisteria. La crisi del ’29 costrinse le fabbriche a un radicale cambiamento e chi non si è allineato ha avuto vita breve.
Dall’inizio del 1930, anche grazie all’avvento della produzione in serie, tutti gli elementi venivano riportati all’interno di un unico involucro. I modelli dell’epoca erano caratterizzati da forme arrotondate, da scale piccole che si allargavano solo dalla metà del decennio. Nella maggior parte dei casi si sviluppavano in verticale.
I mobili di questa sobrietà sono stati appena preceduti dalle radio a cupola, o a cattedrale. Molte fabbriche si cimentarono nella produzione delle radio a cattedrale, ma la Philco e la Philips si sono distinte per la varietà, la bellezza e la numerosità degli esemplari prodotti e messi sul mercato.
Negli anni ’40 le radio diventano orizzontali con altoparlante a lato della scala e delle manopole. I mobili sono in legno o bachelite e possono ospitare anche i grammofoni, di norma nella parte superiore. Le dimensioni continuano ad essere importanti.
Nell’immediato dopoguerra i mobili si semplificano anche se seguono la linea di inizio decennio. La plastica viene utilizzata moltissimo, così come le pulsantiere al posto dei precedenti commutatori.
Con gli anni 50 inizia il declino delle valvole. La produzione si apre alle radio a transistor, più piccole ed economiche. Negli ambienti domestici la radio, sia per dimensione, che per importanza, assumerà un ruolo sempre più complementare alla televisione. La radio è ormai diventata un elettrodomestico.

Abbiamo fin qui seguito l’evoluzione della radio dal punto di vista industriale e del design. L’altro grande versante evolutivo è quello dei programmi e del palinsesto. Quali sono le cose più importanti da ricordare?
La programmazione del 1924 è partita senza ricorrere ad esperienze già presenti in Italia. Parliamo di Radio Araldo dell’ingegner Ranieri, radio che già funzionava seppur in modalità geografica ristretta, e dell’Araldo Telefonico, sempre dell’ingegner Ranieri che, in logica broadcasting, utilizzava le linee telefoniche per trasmettere la programmazione.
In assenza di emulazione, senza soluzione di continuità con il pregresso, la qualità della programmazione è partita in salita: poche ore coperte e qualità discutibile. Ci sono voluti anni affinché si coprisse buona parte della giornata. Un buon abbrivio è stato dato dai nuovi gruppi canori che hanno spostato l’attenzione degli ascoltatori verso la musica leggera. Tra tutti si rammentano le sorelle Lescano, che hanno dato una vera svolta facendo spostare l’ago della bilancia verso musica meno impegnata.
Un confronto tra il palinsesto del 1929 e quello del 1940 confermava ampiamente quanto appena detto: fatto cento il totale dei programmi radio, la musica, che non fosse lirica e concerti sinfonici, passava dal 28% al 34,1%. Insomma, il trio Lescano, cavalcando l’onda musicale che stava investendo il mondo dello spettacolo italiano, ha contribuito alla diffusione ed all’utilizzo della radio
Andando avanti negli anni, i maggiori investimenti in infrastrutture determinarono un maggior numero di utenti, ulteriori entrate in termini di canone, maggiori disponibilità per la programmazione e, di conseguenza, una costante evoluzione del mezzo radiofonico, del suo utilizzo e, quindi, del palinsesto.

La radio e le radio sono state utilizzate nei contesti più diversi e particolare. Come potremmo analizzare una sorta di “fenomenologia della radio”?
Ricordare tutti i contesti in cui la radio è stata utilizzata sarebbe un’impresa complessa e lunga. Mi permetto, quindi, di fornire soltanto alcuni riferimenti per far capire in quante occasioni la radio è stata protagonista. E a proposito di un’impresa che sarebbe titanica, ricorderei che è stata utilizzata nel salvataggio del Titanic. Ricorderei poi che è stata usata dal regime nel progetto Radiorurale e in altri progetti (radio rurale, radio balilla, radio Roma) e che ha avuto una grandissima importanza nella prima e nella Seconda guerra mondiale. Pensiamo, poi, all’utilizzo in ambito religioso (la Radio Vaticana, è stata impiantata ad opera di Marconi). Vorrei, infine, ricordare il fascino che la radio ha esercitato su di un personaggio davvero speciale come Gandhi. Mi fermo qui per ovvi motivi.

Si è spesso detto, in occasioni diversissime, che le radio sarebbero finite in soffitta. Invece, questo strumento sembra capace di resistere ad ogni innovazione tecnologica e riproporsi in forme diversissime. Quale situazione abbiamo oggi?
La radio ha fascino, continua a mantenerlo fin dal suo primo anelito di vita.
L’idea di poter ascoltare qualcuno senza vederlo ha suggestionato i primi utenti. La possibilità di fruire delle sue utilità, senza impegnare altri sensi se non l’udito, ne fa uno strumento intelligente, non invasivo, non impegnativo.
Nel corso degli anni ha cambiato pelle senza minimamente preoccuparsi del suo posizionamento rispetto ad altri media. Non se ne è curata, non certo per snobismo ma per l’assoluta consapevolezza di non temere alcuna concorrenza. Continua ad essere importantissima e più della metà degli italiani la ascolta tutti i giorni.

Quale rapporto esiste oggi fra la radio e la comunicazione on-line?

Per rispondere a questa domanda dobbiamo parlare di DAB e Web Radio. Analizziamo un attimo le diverse questioni.
La Radio DAB+ (Digital Audio Broadcasting, di seconda generazione), è il nuovo standard che è obbligatorio per tutte le auto. Si tratta di uno standard di radiodiffusione digitale che permette di avere in radio una qualità paragonabile a quella della musica ascoltata in CD. I vantaggi della DAB+ riguardano principalmente la qualità audio. Non dovendo più necessariamente fare affidamento sulle sfruttatissime frequenze classiche, la ricezione sarà di qualità superiore nonostante non tutta l’Italia riceva copertura effettiva (l’80% coperto da segnale). Niente paura, nell’eventualità di assenza di segnale, la radio si sintonizza sulle frequenze FM che tutti conosciamo. Con la radio DAB+ avremo la possibilità di ricevere anche immagini utili per riconoscere il brano trasmesso, o per le emergenze. I vantaggi della radio DAB+ sono, in maniera riassuntiva: minori interferenze sul segnale; il mantenimento della stazione in funzione della posizione del ricevente; l’introduzione di servizi multimediali innovativi quali DLS, PAD e N-PAD; la “multiplazione del segnale” ovvero condividere a più segnali lo stesso canale; il minor costo dell’impianto trasmettitore per canale: ogni multiplexer trasmette 12-18 canali e ha costi operativi inferiori, è fino 19 volte più efficiente. I costi d’esercizio per ogni programma radio possono essere ridotti di oltre il 90% rispetto all’FM. Insomma, la radio DAB+ è migliore perché consente anche di raddoppiare o triplicare il numero dei programmi trasmessi in un singolo multiplex (bouquet), consentendo l’inserimento di altri servizi radiofonici.
Web radio, invece, sono definite per convenzione tutte le radio che trasmettono unicamente per il web un programma in streaming (il metodo di trasmissione di file audiovisivi in tempo reale su Internet). Gli utenti possono direttamente fruire online dei file senza previo scaricamento su computer personale. Si simula, pertanto, in tal modo la trasmissione di programmi radiofonici e televisivi.
Il primo formato audio che ha reso possibile ciò è stato RealAudio, realizzato da Rob Glaser nell’aprile del 1995, subito seguito dalla piattaforma Microsoft Media Services.
Su internet i siti possono essere aperti e chiusi con estrema facilità e non è perciò possibile tenere una statistica: il Massachusetts Institute of Technology, nel 2002, calcolò 27.000 web radio stabilmente funzionanti sul web, ma ora si stima che si siano moltiplicate.
Dall’epoca dell’introduzione delle Web radio nel 1995 all’epoca attuale il quadro legale è molto mutato. Da un lato c’è stata la focalizzazione delle tematiche dei diritti d’autore, specialmente in campo musicale, vedi Napster ma correlativamente anche il copyleft, dall’altro l’introduzione degli MP3 e l’enorme sviluppo di Internet. Solitamente il carattere di massima economicità nella realizzazione di una web radio può permettere, a chi la pensa e la realizza, di fornire una programmazione altamente specializzata per un pubblico di estrema nicchia. L’esempio italiano è Musicazione, radio on-line interamente dedicata alla musica alternativa ed al Rock Identitario, nata nel 1998 su ispirazione di una web radio scandinava dedicata al Viking Rock, la quale trasmetteva esclusivamente canzoni in svedese e che contava già nel 1997 ben oltre 50.000 visite. Per spiegare un fenomeno del genere occorre accettare il fenomeno che caratterizza la rete internet: la glocalizzazione (crasi di globalizzazione e di locale).
Per completare il discorso faccio anche riferimento ad un progetto che mi vede direttamente coinvolto nella zona di Amelia, in Umbria. Ameria Radio è uno strumento di rilevante utilità sociale per la sua possibilità di dare voce e risalto alle molteplici espressioni culturali del territorio di riferimento. Gira su piattaforma Spreaker, a sua volta integrata con i maggiori siti di podcast come Spotify, Apple Podcast, Google Podcast, Castbox e altri. Il progetto Ameria Radio  è aperto alle varie progettualità che, ad ogni modo, si individuino nel driver dei suoi ispiratori: divulgazione di storia della radio, della musica di qualità e quanto possa riguardare le differenti espressioni correlate, antropiche, sociali e altro, del territorio.

Per lasciarci in una maniera più leggera mi servirei, così anche per simulare una radio, di un piccolo elenco di canzoni, che Lei ha avuto la bontà di condividere, in cui la radio è citata.
Infatti, a conclusione di un discorso sulla vitalità della radio, possiamo vedere in quante canzoni la parola radio è parte integrante del testo:

Non pensarci più Lasciami la radio accesa Lasciami cantare
Irene Grandi, La cometa di Halley

Se dormi al suono dolce Della radio

Tienimi dentro te
Fabio Concato, Tienimi dentro te

Mentre passa distratta la tua voce alla tv
Tra la radio e il telefono risuonerà il tuo addio
Tiziano Ferro, Sere nere

Che io posso fare:
è accendere la radio
e mettermi ad ascoltare.
Eugenio Finardi, La Radio

E Giovanni è un ingegnere che lavora in una radio
ha bruciato la sua laurea
Antonello Venditti, Sotto il segno dei pesci

Io senza te, nel fuoco di un tramonto E poi la radio, il telegiornale
Le bombe a mano niente da fare
Gianna Nannini, Io senza te

Sotto l’armadio (con la radio) Sotto l’armadio (con la radio)
Max Gazzè, Una musica può fare

Una sola potenza, un solo mercato Un solo giornale, una sola radio E mille scheletri dentro l’armadio
Jovanotti, Salvami

Che frugano le tasche della vita
Ed una radio per sentire che la guerra è finita
Claudio Baglioni, Avrai

È che il passato ci esce dalla testa Come canzoni dalla radio
Amori nell’armadio
Marco Masini, Il confronto

Certe canzoni
Che uscivano dalla radio di Silvia Tu seduta a cercare le stazioni
Luca Carboni, Silvia lo sai

(falsificati sempre più di ieri)
Adesso è tempo di cambiare, le radio, tv. (senza bisogno di tornare indietro)
Eduardo De Crescenzo, La vita è un’altra

Chicco è a casa con la faccia sulla radio Che trasmette la rubrica dei consigli
Samuele Bersani, Chicco e Spillo

Culi e catene, assassini per bene
La radio si accende su un pezzo funky Teste fasciate, ferite curate
Jovanotti, Mi fido di te

Che quello che conta è sentire che va
Certe notti la radio che passa Neil Young sembra avere capito chi sei
Luciano Ligabue, Certe notti

Sigarette mai spente Sulla radio che parla
Io che guido seguendo le luci dell’alba
Antonello Venditti, Alta marea

Mi corrono accanto e il buio se l’inghiotte
Alla radio un rock arrabbiato come un pugno allo stomaco Che mi stringe nella notte
Claudio Baglioni, Via

Da passare in centomila in uno stadio
una sera così strana e profonda che lo dice anche la radio anzi la manda in onda
Lucio Dalla, La sera dei miracoli

Antonio Fresa

newsletter mentinfugaIscriviti alla newsletter

-----------------------------

Se sei giunto fin qui vuol dire che l'articolo potrebbe esserti piaciuto.
Usiamo i social in maniera costruttiva.
Condivi l'articolo.
Condivi la cultura.
Grazie

Temi relativi all’articolo: