Un calcio a questo “calcio”

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Il fine esplicito di questo nostro ragionare sul fenomeno “calcio” risiede nel cercar di dimostrare, all’interno della frastagliata galassia di intenditori ed esperti, portatori d’una gamma di idee, stereotipi, posizioni da fruitori e/o da accaniti tifosi di una squadra con sfumature di preparazione tecnica o culturali estremamente diversificate, l‘assoluta assenza di autorevolezza del dire e d’una capacità di pensiero critico che faccia prendere senza indugi le distanze dalle degenerazioni in corso. Insomma, del “calcio” ci sono tante versioni – fideistica, spontaneista, commerciale (prevalente oggi), oppiacea – che di sportivo (l’importante nella vita non è solo vincere, ma aver dato il massimo; vincere senza combattere non è vincere, principio etico elaborato, pare, dal Vescovo Ethelbert Talbot), agonistico ed adrenalinico non c’è più quasi nulla.

Tanto meno, si può rintracciare l’esistenza di una pratica sportiva giovanile popolare visto che i calciatori in erba hanno già un procuratore (fossero anche i genitori, che dimenticano essere madri e padri), non giocano sui prati, nei campetti, nelle strade o piazzette semplicemente perché estinti e sono costretti ad artificializzare corse e ricorse, a standardizzare posture ed abbigliamento, ad inserirsi nell’algorittimo the show must go on.

Come considerarlo allora questo “calcio”, quanto incoraggiare l’iniziazione adolescenziale a questa attività, senza discriminazioni di genere (questo è già un corno del problema), o bandirlo per sempre come sport ? Queste le domande aperte e la varietà d’un dibattito a più voci, di sovente molto animato, ma edulcorato quando s’esprime tele-visivamente 1) con le loquaci sacerdotesse dei riti logorroici dalle cosce necessariamente lunghe, dalle – altrettanto obbligatoriamente – corte gonne, dai seni e labbra prorompenti, dall’artefatta serietà e dalla rituale ironia e 2) con le urla forzate di improvvisati, dietro compenso, telecronisti dall’italiano sdrucciolo in trasmissioni gonfie di inserzioni pubblicitarie inserite dentro palinsesti di serie B essendo le pay-TV le odierne “ammiraglie” del calcio visto sul teleschermo che, settimana dopo settimana, emargina la radiocronaca di Tutto il calcio, minuto per minuto; superficiale, quando resta sulla cronaca delle partite isolandole dal contesto della lucrosa economia del loisir; banale, quando il punto di vista del tifoso, non più ruspante ed allegro, se mai lo sia stato ai tempi nei quali i premio-partita per i calciatori dilettanti era costituito da bottigliette di gażżósa offerta copiosamente dal pizzicagnolo Presidente della compagine Fiera Associazione Calcio 19..; diventa totalizzante, linguaggio generato da autismo culturale, figlio della coazione a ripetere d’una ignoranza crassa che esclude a priori altri elementi che non siano l’errore arbitrale, lo scarso impegno dei calciatori, le prodezze prossime all’unità dei “fenomeni” d’una stagione, i moduli tattici e le “filosofie calcistiche” degli allenatori (sempre più ben vestiti da “firme” dell’alta moda e frequentatori di centri di bellezza suggeriti dai calciatori stessi, a loro volta habitué).

A confermare questa visione non manichea e non a senso unico, hanno del resto già provveduto alcuni importanti interventi d’analisi del fenomeno apparsi alcuni decenni fa. Inutilmente, evidentemente, come se guardando il “calcio” ed interessarsene ci si ammali di un male incurabile, quello della unilateralità, che rende incapaci – come indossando paraocchi – di distaccarsi da una manipolazione psicologica di massa denunciata a chiare lettere che ha sovradeterminato l’attività sportiva asservendola a fini economici e di controllo sociale.

A titolo esemplificativo, ricordiamo l’articolo di Renato Curcio apparso sul Guerin Sportivo dal titolo “La guerra in trappola. Dietro il teppismo irrecuperabile”, pubblicato il 29 Gennaio 1986; «All’appuntamento con lo show dell’anno», esordiva Curcio «si è presentato Thanatos il Guastafeste. Kissinger, Agnelli & C. hanno assistito al suo rumoroso ingresso nella curva Z (dove morirono i 39 tifosi) … Comunque in poco più di un’ora l’incidente è stato normalizzato. La Juve ha vinto la Coppa. Thanatos rimosso. Una parte dei tifosi ha esultato. Un’altra ha digrignato i denti. Come sempre più spesso succede. Ed è “naturale”. Il rito del calcio, infatti, nella crisi dei valori e del politico che corrode le antiche certezze, svolge per così dire un ruolo di supplenza e raccoglie i cocci della civiltà della morte cercando in qualche modo di tenerli insieme …»; «c’è un nesso inscindibile tra rito calcistico e violenza. Un nesso antico quanto la civiltà occidentale»; «Heysel (la tragedia allo stadio della cittadina belga del 29 Maggio 1985 all’insegna del take an end) non è la prima volta, neppure la più grave. Certamente non sarà l’ultima, con o senza gli inglesi. E chi ama la demagogia tranquillizzante dovrà convenire che la disumanizzazione del rito non appare nei suoi incidenti cerimoniali, per altro sempre più frequenti e mortali, è una caratteristica del rito stessoLe guerre negli stadi sono guerre di corpi in trappola che finiscono per perfezionare la trappola. Una trappola che scatta con assoluta indifferenza sui morti non meno che sui vivi. Metafore spietate della guerra in quest’epoca metropolitana. … Non guasta ricordare che in Europa oltre venti milioni di disoccupati sono ufficialmente classificati ‘inutili’ e ‘inconvertibili’… Negli attuali rapporti di produzione della vita per questa massa non c’è alcun futuroGli inutili-inconvertibili sono oggetto di molte attenzioni. Quella degli ‘spacciatori di tifo’ non è ultima per importanza … Per quanto “accesi” i tifosi non sono animali. E neppure psicopatici, mestatori politici o sub-normali. Sono masse culturalmente manipolate. Cristalli di massa sociale canalizzata, influenzata e spinta a identificarsi con una bandiera e a identificare, in un’altra, il suo generico nemico».

Giovanni Dursi

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