Un percorso di donna: dialogando con Lucia Tancredi

lucia tancredi
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Dialogando con Lucia Tancredi mi interessava cogliere la sua specificità, la coloritura del suo femminile, non soltanto entrare nel merito del suo lavoro di scrittrice ed editrice. Quindi dovrete avere la pazienza di seguirmi per le molteplici vie che ha preso la nostra conversazione.
Lucia ha una voce senza tempo, giovanile, fresca.

Lucia Tancredi

Chi è Lucia Tancredi?
Caspita! Tu cominci subito con la famosa domanda delle cento pistole.
Assolutamente. Dando il meglio di noi all’inizio possiamo poi navigare tranquillamente.
Innanzitutto, direi una donna, con tutta la difficoltà che dà una definizione del genere. Donne non si nasce ma si diventa e devo dire che il mio percorso di identificazione come donna è stato un percorso molto interessante.
Sei sposata Lucia? Hai dei figli?
Sì. Sono sposata. Ho dei figli. Devo dire che il mio percorso come madre di figli maschi è stato anche questo un percorso di identificazione, di confronto con il maschile. Ho un figlio che ha trent’anni e l’altro che ne ha diciannove. Essere madre di figli maschi è davvero uno scontro corpo a corpo con il maschile. Ed è anche un confronto molto interessante. Uno dei libri che ho scritto è stato Io, Monica, la biografia di Santa Monica che secondo me è stata fatta santa perché è stata madre comunque di un figlio maschio molto difficile. [Monica, madre di Agostino di Ippona ndr].
Quando si diventa madri?
C’è un momento in cui una madre si rende conto che un figlio è altro da sé. Soprattutto se è un maschio. Innanzitutto si diventa madri sempre. E qui cito Monica come cito una filosofa come Hannah Arendt, la quale dice che il fatto di dare la vita è qualcosa che si rinnova continuamente. Quindi, non si diventa madre nel momento in cui si mette al mondo un figlio. Così come non si diventa donna nel momento in cui anagraficamente ci si identifica in questo sesso. Si diventa madri nel momento in cui si accoglie un figlio e nel momento in cui si lascia andare il figlio, benedicendolo e lasciandolo libero nel mondo.
Hai citato due donne importanti, una santa e una filosofa e politologa. Sono donne fuori dall’ordinario?
Sì. Assolutamente sì. Nel mio percorso di scrittrice mi sono confrontata con donne fuori dall’ordinario. Mi sono occupata a lungo di mistica attraverso le figure di Monica di Tagaste e di Ildegarda di Bingen, scrivendone la biografia, Ildegarda, la potenza e la grazia.
Ildegarda di Bingen nel XII secolo è stata una mistica, una musicista, una delle prime ecologiste. Era amica di Bernardo di Chiaravalle, di Federico Barbarossa. Ildegarda è un genio leonardesco ante litteram. Mi sono misurata con queste due donne che, come dice la filosofa Luisa Muraro, autrice di un saggio bellissimo Il Dio delle donne, si sono prese con Dio una confidenza assolutamente fuori dall’ordinario, perché Dio ama le donne che non sono chiuse nei loro limiti.
Tu credi in dio?
Diciamo che ho una visione mistica.

Sorride con la sua voce gorgheggiante e musicale.

Diciamo che credo in Dio anche se più che credere nelle istituzioni credo appunto nella via mistica, che è quella di un rapporto diretto con dio. Di un rapporto in cui la mediazione non è affidata a figure istituzionali. In realtà le mistiche hanno delle vite molto avventurose, molto picaresche. Mettono a soqquadro il mondo. Viaggiano, sovvertono le regole. Un’altra grande filosofa Maria Zambrano dice che sono donne che mettono a fuoco la polis, le sue leggi. E soprattutto insegnano a diffidare della realtà. Ci insegnano che la realtà non è quella delle regole, dettate da altri, che molto spesso sono dei muri, tetragoni, invalicabili. La loro è proprio una teologia favolosa, un po’ come quella delle favole, in cui l’amore è più forte del dovere, in cui si aprono passaggi insperati e gli ultimi diventano primi, le pietre di scarto diventano le pietre angolari.
Tra queste figure mistiche inseriresti anche Hetty Hillesum?
Assolutamente sì. Lei è una delle grandi mistiche contemporanee, insieme a Simone Weil, come Cristina Campo. Ripeto, mistica è un po’ l’idea di vivere la realtà come un mondo poroso, sapendo che la realtà è solamente lo specchio dell’invisibile.
Ho scritto anche La vita privata di Giulia Schucht, la moglie di Antonio Gramsci. Una donna che non ha nulla di mistico, nulla di santo. Era una donna bellissima, una grande artista, una musicista, che si trova nella friggitoria della storia. Però, in fin dei conti anche lei come le mistiche ha cercato di ritagliarsi un suo paesaggio.
Tu sei una donna fuori dall’ordinario?
Spero di sì. Alle mie alunne, soprattutto alle donne, dico di leggere anche Jane Austen. Vale a dire una gran donna che insegnava a vivere tra ragione e sentimento. Sentimento e passione sono importanti ma un po’ di ragione evita alle donne di sfracellarsi sotto i treni come Anna Karenina. Quindi, insomma, essere fuori dall’ordinario significa poi non incorrere in quelli che sono i difetti delle donne. Cioè a dire vivere in maniera dissennata, amare in maniera dissennata, e pur di farsi accettare diventare dei trofei in mano agli altri.
Che cosa ti porta alla scrittura Lucia?
La scrittura è un dono. Veramente, è un dono. Io penso che i doni che abbiamo li dobbiamo coltivare. Il dono della scrittura è lo spazio tutto per me, la stanza tutta per me, come dice Virginia Woolf, che poi io non ho una stanza. Perché in realtà mi capita di scrivere sul tavolo di cucina, nelle sale d’aspetto delle stazioni. Quando sono a scuola mi ritaglio una stanza vuota. Scrivere è entrare in una specie di camera interiore. È prendere contatto con una sorta di silenzio interiore, un silenzio assoluto. Quindi, la scrittura è un rientrare in sé. È un luogo di grande silenzio. È un luogo di grande raccoglimento. Poi, la scrittura per me è una forma di disciplina. Disciplina è una parola bellissima. Anche questa è una parola mistica.
Lo dico sempre quando faccio i miei laboratori di scrittura, liberiamoci dai pregiudizi romantici dello scrittore che preso dal furor dell’ispirazione butta giù i primi sei capitoli del suo romanzo, o un sonetto. Come diceva Rilke il poeta è lo stare chini sul desco, come un artigiano

Per dare maggiore forza alle proprie affermazioni sillaba parola per parola la frase stare chini sul desco.

La scrittura è fatta veramente di disciplina, di tempo. È un dono che va coltivato e conquistato. Conquistato perché la mia lotta personale è il fatto che i tempi sono stretti. Io non riesco ancora a concedermi il lusso di stare in un luogo sigillato dal mondo dove dire Ora voglio scrivere.
Ho riflettuto molto su questo. Jane Austen per esempio che poteva avere una stanza tutta per sé, lei invece scriveva a una piccola scrivania di mogano in una stanza di passaggio, dove tutti la disturbavano. Però lei diceva che preferiva scrivere là ed essere nel cuore dell’esistenza.
È un po’ la differenza tra come scrivono le donne e come scrivono gli uomini. Gli uomini quando scrivono si sigillano dal mondo. Pensiamo alla stanza di Proust foderata di sughero.
È una cosa che mi fa un po’ paura nella scrittura degli uomini quella di essere ab soluti, cioè sciolti, disincarnati dal mondo. Io credo molto nella scrittura della differenza. Nel fatto che essendo gli uomini e le donne diversi, scrivono in maniera diversa. Sono molto affascinata da come scrivono le donne. Molte donne davvero, preferiscono non disincarnarsi. Preferiscono molto spesso luoghi in cui sono a contatto con la vita. Quindi, il fatto di non essere riuscita ancora a ritagliarmi una stanza tutta per me, di essere continuamente disturbata dalla vita con le sue incursioni e i suoi rumori, penso che forse è anche parte della mia scrittura.
Ti faccio un esempio. I miei libri li ho scritti sul piano superiore di una sala da te a Macerata.
Insomma, un bagno di umiltà e vita vera è assolutamente necessario. Perché il delirio egotico è sempre in agguato ed è una cosa pessima.

Quando le chiedo quale sia il posto che la musica occupa oggi nella sua scrittura Lucia Tancredi mi spiega con ironia di come studiare pianoforte le abbia consentito di avere una stanza tutta per sé. Raggiunto il diploma Lucia Tancredi però non ha più suonato, e spiega la sua scelta affermando che nel momento in cui ha scelto la vita ha scelto di scrivere.
Ad ogni modo che nella sua scrittura la musica ci sia sempre lo dimostrano i titoli che ha pubblicato nel corso degli anni. Ildegarda di Bingen è stata una grande musicista. Côté Bach è la storia di un musicista fallito. Giulia Schucht è una grandissima musicista. Il suo ultimo libro riguarda lo sferisterio di Macerata (Lo Sferisterio a Macerata e l’avventura dei cento Consorti).

Cerco di capire meglio quali sono i temi cari a Lucia Tancredi

Quali sono i temi che attraversano la tua scrittura?
Il femminile e le donne fuori dall’ordinario. L’altro tema è la musica. Un altro tema ancora è l’immagine. Cioè, il lavoro che ho fatto su Lotto con la sua biografia (il romanzo L’otto, ndr), vale a dire il rapporto con la bellezza. Il rapporto con l’immagine, la cultura dello sguardo, è qualcosa che mi seduce molto.
Riconducibile alla pittura o in senso lato?
In senso molto più ampio. L’idea è che la nostra è una cultura per immagini. Quindi, è una cultura che attraverso le immagini fa passare ogni cosa, anche il divino.
Sì, questo lavoro sul Lotto è stato un lavoro importante. E poi i racconti di viaggio. Miei sono i titoli Racconti di viaggio. Le città della Marca maceratese e Il Gargano negli occhi.
Quindi nei tuoi scritti ritroviamo il tema del rapporto con la terra d’origine?
Troviamo il rapporto con i luoghi, con il genius loci, che fa parte un po’ di quello che gli antichi chiamavano amor fati. Noi cominciamo ad accettare il nostro destino nel momento in cui cominciamo ad amare i luoghi in cui siamo. E per amarli dobbiamo raccontarli. Da molti anni vivo a Macerata. Per amare questa terra dovevo raccontarla.
Che cosa cerchi nella scrittura?
In realtà, quello che cerco nella scrittura è di svuotarmi, diventare un vaso vuoto. Quanto più mi svuoto tanto più accolgo. Attraverso la scrittura cerco di farmi vaso di qualcosa di più grande. L’espediente delle Muse degli antichi in realtà è un espediente scaltro. L’idea di essere in quel momento uno strumento. Di essere il meno possibile io e far essere il meno possibile l’altro da me.
Quindi, farmi attraversare da un personaggio, farmi attraversare da un luogo, farmi attraversare da qualcosa. In realtà non è una maniera per spossessarmi di me. In realtà è venire a contatto con una parte di me molto più profonda che vibra con qualcosa che è altro da me. E che forse è parte di me. Però, in realtà il gioco del vuoto è un po’ come la cassa di risonanza, farsi strumento. Davvero è quello che cerco poi alla fine.
Dei tuoi libri qual è quello a cui sei più affezionata?

Ci pensa un attimo prima di rispondere.

È una domanda cattiva.

Sorride un po’ mesta.

Non voleva esserlo.
È come chiedere quale dei figli ami di più.
Non saprei rispondere. Però c’è stato un libro dal quale ho fatto una gran fatica a staccarmi. Ed è stato La vita privata di Giulia Schucht. Non riuscivo a finire questo libro. Pensavo di dovermi arrendere. Penso di aver avuto una depressione post partum quando l’ho finito. Ho pianto per mesi perché è stato un dolore grandissimo staccarmi da lei. Un dolore molto grande, veramente.
Gli altri libri che sono dei libri amatissimi li ho terminati con una sorta di compimento. Come dire, il libro si è chiuso da solo. Ma con Giulia ho fatto una grande fatica. Sapere che dovevo svegliarmi al mattino e non averla accanto a me è stato dolore grande.
Registri la domanda come cattiva perché ti accorgi di avere un figlio preferito?

Si accende, la sua voce diventa squillante.

Guarda, io non credo nei figli preferiti. Però, credo nel fatto che i genitori capiscono che ci sono dei figli che fanno più fatica a staccarsi. Io penso che veramente Giulia l’ho dovuto tirare fuori dalle macerie della storia. Però, capisci, parlare di Monica o parlare di Ildegarda significa confrontarsi con dei personaggi immensi, grandissimi, dei personaggi completi. Anche parlare di Bach, parlare di Lorenzo Lotto. Ma parlare di Giulia in realtà era parlare di un femminile ancora sofferente, che forse era il mio, il mio.

Tra me e me non posso far altro che ringraziare Lucia Tancredi per questa sincerità che deposita tra le mie mani senza reticenze.

Il problema di Giulia Schucht è che Giulia si è confrontata con la storia. Si è confrontata con la politica. Si confrontata con un mondo da cui le donne escono ancora a pezzi. D’altronde lo vedi. Se noi parliamo di politica, se noi parliamo di storia, se noi parliamo di attualità, se noi parliamo identificazione all’interno di una coppia uomo-donna, veramente una donna non ne viene fuori integra. E quindi la difficoltà è stata questa. Poi c’è da dire una cosa Giulia è stata un personaggio che veramente mi ha preso il cuore. Ed è stato un personaggio che mi ha portato molta fortuna. Perché con Giulia ho vinto un premio internazionale, Scrivere per amore città di Verona. Tra l’altro la presidente della giuria era Loredana Lipperini, la scrittrice, la giornalista di Fahrenheit che è la trasmissione culto dei libri su Radio Tre.
Giulia è diventata anche un book live e uno spettacolo bellissimo dal titolo Una passione slava (https://youtu.be/EKvhS_JowcI), riproducendo con un grande lavoro filologico la colonna sonora degli anni Venti a Mosca e in Italia.
Tu hai fondato una rivista che si chiama EV.
È un nome ebraico. È il nome di Eva, è il soffio che vivifica la vita. È nata nel 2000 come rivista, che poi era piaciuta alla Feltrinelli che l’ha distribuita. Poi nel 2009 è diventata una casa editrice. Questo è un altro aspetto a cui sono molto legata. Vale a dire quello di essere una scrittrice e di essere anche un’editrice. Siamo tre amiche e nel 2009 nel momento in cui tante case editrici chiudevano abbiamo deciso di tentare l’avventura, farci i nostri libri. Vale a dire libri belli, carta Fedrigoni, le belle colle, gli spazi bianchi, le foto d’autore che erano già nella rivista. Ma soprattutto, quello che volevamo era che i libri non morissero. Il nostro motto è I nostri libri non scadono come lo yogurt. Un libro in Italia dura venti giorni. Se dopo venti giorni non riesce a sostenere certi numeri il libro va fisicamente al macero. I grandi trust delle case editrici in un certo senso hanno viziato il mercato. Per cui la nostra idea era fare libri che non morissero, e che soprattutto venissero accompagnati. Così come avveniva un tempo nell’editoria. Cioè, il libro nel momento in cui nasce poi deve avere tutta una politica che deve saperlo comunicare.
Qual è il vostro rapporto con le altre case editrici?
Ottimo. Il problema non è tanto avere rapporti con le case editrici. In questo momento il rapporto che ci interessa è il rapporto con i librai. I nostri libri sono su Amazon, su IBS, hanno un distributore. Però quello che ci interessa, ed è in un certo senso la nostra ricchezza in questi anni, è aver stabilito rapporti di fiducia e di collaborazione con queste meravigliose, resilienti figure, che sono i librai, i librai veri. Cioè quelli che si innamorano dei libri e ci danno il polso della situazione. Non credono alle regole ormai facili del mercato e dei premi.
Invece che cosa ne spensi del self publishing?
Anche lì.

Prende fiato e come chi deve addentrarsi in un terreno melmoso.

Anche lì insomma, è un po’ un gioco viziato. È una forma di narcisismo autoreferenziale.
Il problema in questo momento è che ognuno può stampare il suo libro però, ripeto il ripiegamento narcisistico, è poi anche la morte stessa del libro. Per carità, può essere anche una maniera un certo senso per stare bene, anche per mettere per iscritto dei pensieri. Comunque ti posso dire una cosa che tra chi si pubblica il libro da solo e una grande casa editrice che pubblica un libro inutile alla fine io non vedo una grande differenza.
Per carità, è un po’ ozioso, e non voglio fare nomi. Il mio stile può piacere o non piacere ma io sono un insegnante, contenta di essere un insegnante, che corregge 150 compiti al mese a ragazzi di liceo anche bravi, che scrivono come tanti scrittori delle scuderie Einaudi o Feltrinelli.
Questo è un momento in cui tanta scrittura è di facile comunicazione. Come dire che basta una buona storia anche se poi è scritta in maniera semplice, come potrebbe farlo un mio alunno del quarto.
Giusto per non fare nomi, alla Fabio Volo?
No. Guarda ti dico di più. Elena Ferrante. Di Elena Ferrante si dice L’ho letto tutto d’un fiato, male. I libri non vanno letti tutti da un fiato. Io non me la prendo neanche con Fabio Volo lui è molto più onesto. Fabio Volo scrive libri che si devono leggere tutto di un fiato, e che non devono poi far pensare più tanto. Il problema è l’intellettuale che mi dice che Elena Ferrante fa letteratura. Quando poi è un libro che si legge tutto d’un fiato.
Consigli a un giovane poeta?
Tradurre. Un grande esercizio è quello di tradurre. Tradurre è possibile dalle lingue antiche o dalle lingue moderne, perché è un grande esercizio. È un gioco di ricreazione linguistica. Io amo insegnare latino. Una delle cose che mi diverte di più con i miei alunni è, non solo farli tradurre dal latino, cosa che possono copiare tranquillamente, ma tradurre dal latino usando vari stili.
Fai delle richieste da poco ai tuoi alunni.
Ma, guarda. In realtà i ragazzi hanno bisogno di sfide. E nelle sfide sono bravissimi.
Quello che dovrebbe fare un poeta è veramente non accontentarsi della comunicazione diretta.

Quello che sta affermando le sgorga dall’animo. Il suo dire si infiamma e assume toni accalorati.

Non fare come certi poeti che leggono le poesie sulle piazze e pensano che questo vada bene. Uno una poesia non deve capirla subito, altrimenti è una pubblicità. E non c’è niente di male nel leggere una pagina due volte perché è difficile.
Tu insegni italiano e latino in un liceo scientifico. Che rapporto hai con i tuoi studenti? Ti vivono come una figura ingombrante?
Non mi avvertono affatto come una figura ingombrante, anche perché io sono un insegnante democratica, buona. Io non credo nella scuola severa perché ho frequentato una scuola severa come il conservatorio e non suono.
Che cosa significa essere un insegnante democratica e buona?
Innanzitutto io amo la didattica. Ed il motivo per cui insegno è perché amo le sfide didattiche. Quindi amando le sfide didattiche per esempio, io che sono in un liceo, non pretendo che arrivino da me gli studenti più bravi e già selezionati. Sai, io sono una di quelle folgorata da Lettera a una professoressa. Io penso che una buona didattica riesce a trasformare un alunno. C’è una frase di Danilo Dolci bellissima L’alunno deve essere prima sognato. Se in quel momento il mio alunno io inizio a sognarlo, gli do la possibilità di essere quello che è, quello che vuole essere.
È un po’ come per i figli. Anche i figli devono essere sognati prima.
Sì. Però con gli alunni a me viene meglio. Viene meglio perché lì subentra la professionalità. Per carità i miei alunni li amo. Mi affeziono molto a loro. Però cerco di capire che la mia professionalità in quel momento non è fargli capire quello che non sono. Perché a quello ci penserà la vita. Non a caso secondo me quelli che chiedono una scuola severa, sono quelli che nella scuola non ci stanno. I ragazzi oggi sono molto più vessati rispetto a quando noi andavamo a scuola. Perché i ragazzi sono spremuti come limoni. Ad esempio nel mio liceo non si legge perché si deve studiare. Per carità, il programma si può fare benissimo facendo capire ai ragazzi che devono leggere, devono uscire, devono vivere la loro giovinezza. Io non credo nella severità.
La scuola tra qualche giorno dovrà ripartire. Pensi che siamo pronti?
La domanda è molto spinosa. In questo momento bisognerebbe esser comprensivi con tutti, a cominciare dalla ministra, dai presidi… Però dobbiamo ripartire dalla scuola. Dobbiamo ripartire dalla scuola con grande coraggio e con grande speranza. Perché dobbiamo ripartire dal fatto di stare l’uno in presenza dell’altro. La vera scuola è quella in cui si è presenti. L’insegnamento a distanza ci ha fatto capire che quella a distanza non era scuola. Forse questo ci ha liberato da alcune pretese di modernità, dal dire Io una lezione l’ascolto da remoto e anche quella è scuola. No.

È decisa, senza sbavature in questo suo no.

Io penso che la scuola italiana in questo momento, in maniera generosa riaprirà. Quello che mi preoccupa sono le università, che in questo momento promettono lezioni a distanza e diventeranno delle scatole vuote di comunicazione del sapere. La scuola è scambio vivo. Quello che abbiamo fatto in questi tre mesi di Lockdown è stato un po’ come il caffè alla cicoria in tempo di guerra. Non è caffè.
Vuoi aggiungere qualcosa?
Che cosa aggiungere? Un augurio. Come dicono le mistiche Ci si ammala con il corpo e si guarisce con il corpo. L’augurio che mi sento di fare a tutti in questi tempi stretti è veramente di saper ascoltare i nostri corpi. E in maniera prudente non privarci dei corpi e della loro saggezza. E soprattutto non privarci dei libri, che in questi mesi sono stati i nostri amici sensitivi, fedeli. Non ci hanno mai tradito e ci hanno insegnato che tutto questo è già stato, la pandemia, la malattia, la peste, e che gli uomini si sono salvati sempre nel momento in cui come dice Camus si sono fatti medici in tempo di peste. Camus dice che c’è un’altra peste che ci contagia ed è la compassione, il saper vivere per gli altri, nella consapevolezza che da soli non ci salviamo. Dobbiamo farci contagiare dagli altri, sentire il bisogno degli altri. Non possiamo baciarci e abbracciarci ma possiamo sentire quanto ci mancano queste cose.
Gli alunni hanno capito quanto hanno bisogno della scuola. Quanto hanno bisogno delle maestre, delle insegnanti, dei compagni. Quindi, facciamoci contagiare anche dalla peste della compassione che è il saper stare in presenza dell’altro. Saper essere nell’altro.

Su questo augurio ci salutiamo.
Lenisce l’anima ascoltare parole come quelle di Lucia Tancredi, che tentano di restituire la complessità della realtà, che non si accontentano di parole urlate, di slogan, della facile ricerca e costruzione del nemico. Di queste parole abbiamo bisogno perché sono parole che diventano strumenti di cambiamento, di indagine, di intervento sulla realtà.

Gianfranco Falcone

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