Un piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza. Uno sguardo (sconsolante) sulla natura umana

un piccione seduto su un ramo riflette sull esistenza
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Leone d’oro per il miglior film all’ultimo Festival di Venezia, l’opera di Andersson dal titolo tutt’altro che conciso (lungo anzi quanto la descrizione della poesia che uno dei personaggi ritratti cerca invano di recitare in un saggio scolastico) è una riflessione grottesca e dimessa sull’uomo e la sua condizione.

Stilisticamente (perché mai come in questo caso si può dire che la forma è anche sostanza), il film si compone di una serie di quadri fissi (neanche un movimento di macchina!), elemento fondante dello studiato appesantimento formale della pellicola. Spesso la scena si svolge in profondità di campo, dietro una vetrina o attraverso una porta a vetri: un modo per sottolineare il cinico distacco dagli eventi rappresentati da parte dell’istanza narrante (qui da intendersi come demiurgo / entità-divina) o per inserire una sorta di diaframma tra l’uomo e gli avvenimenti che lo riguardano segnalando al contempo l’ineluttabilità del destino di quest’ultimo?

Piccione seduto sul ramo Roy Andersson

Le scenografie sono scarne, spoglie, essenziali (come le stanze dei due donchisciotteschi venditori ambulanti di “scherzi di carnevale” che vogliono “aiutare la gente a divertirsi”). I volti dei personaggi sono sempre ostentatamente pallidi (a simboleggiare un’umanità stanca, quasi morente), i loro movimenti ridotti al minimo (a rimarcare l’immobilismo, il pantano in cui sono immersi i protagonisti delle varie vicende narrate), i sentimenti vengono espressi solo a parole che peraltro paiono non corrispondere mai ai gesti esteriori di chi è ripreso dall’obiettivo della macchina da presa (non un sorriso in tutto il film: le uniche risate che si sentono sono quelle del “sacco di risate”, uno degli scherzi di carnevale esibiti ai propri clienti dai due venditori ambulanti). L’impassibilità sembra insomma la cifra spirituale ricercata (e trovata – questo è certo!) da Andersson.

Piccione seduto sul ramo Roy Andersson

Le singole storie di cui il film si compone, legate insieme dall’intrecciarsi dei personaggi che scompaiono in una scena per ricomparire nell’altra, pervase da un’ironia sottile, a tratti esilarante (ma solo a tratti), e da un profondo cinismo, danno forma, un tassello alla volta, ad un quadro desolante della condizione umana. L’uomo vi appare corroso dall’avidità (come risulta evidente fin dai “tre incontri con la morte” dell’incipit della pellicola), vittima del sopruso (“È giusto che gli uomini sfruttino altri uomini solo per il proprio piacere?” – dice a un tratto sconsolato uno dei due venditori ambulanti dopo un sogno raggelante sul sadismo di un gruppo di aristocratici in un surreale contesto colonialista), perennemente infelice (“Sono contento di sapere che state tutti bene!” è uno dei refrain del film, ripetuto sistematicamente due volte da vari personaggi al telefono che, nel corso della narrazione, lo scandiscono sempre con un’espressione inesorabilmente afflitta dipinta in volto), insensibile alle sofferenze altrui (e non solo dei propri simili, ma anche di altri esseri viventi – come nella caustica sequenza dell’elettroshock cui è sottoposta una scimmietta da laboratorio).

Una società immobile, cronicamente infelice e storicamente votata all’autodistruzione (come dimostra il salto nel passato con l’incursione in un locale di Carlo XII di Svezia che si prepara ad una disastrosa campagna russa) è allora quella che emerge dal composito film di Roy Andersson, ultimo episodio della trilogia sull’esistenza realizzata dal regista svedese.
La quotidianità salvifica pare però irrompere nel finale. Una fermata d’autobus, un fraintendimento sul giorno della settimana tra gli astanti ed uno scambio di battute prende avvio: è la vita che continua nonostante tutto e nonostante tutti!

Gianfranco Raffaeli

Scheda del film:

Titolo originale: En duva satt på en gren och funderade på tillvaron
Genere: Commedia, Drammatico
Origine/Anno: Svezia/2014
Regia: Roy Andersson
Sceneggiatura: Roy Andersson
Interpreti: Holger Andersson, Nisse Vestblom
Montaggio: Alexandra Strauss
Fotografia: Gergely Pálos, István Borbás
Costumi: Julia Tegström
Musiche: Hani Jazzar, Gorm Sundberg

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