Un ponte fra l’Italia e la Spagna. Intervista a Monica R. Bedana

Spagna università Salamanca
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Per aiutarci a comprendere i legami tra la Spagna e l’Italia abbiamo intervistato una grande conoscitrice del paese iberico, Monica Rita Bedana.
Laureata in Lingue e Letterature Straniere Moderne (francese, spagnolo e serbo croato), traduttrice ed interprete, insegnante, autrice di articoli ed interviste sulla letteratura in lingua spagnola… Da qualche anno dirige la Scuola di Spagnolo dell’Università di Salamanca a Torino.

Sembra che l’Italia sia il quarto Paese al mondo nello studio dello spagnolo come lingua straniera. Secondo lei, a cosa si deve questo interesse? E si tratta di un fenomeno recente oppure c’è sempre stato?
Lo è, è il quarto Paese al mondo nello studio della lingua spagnola: in Italia, attualmente, circa 760mila persone la stanno studiando. Il dato, che appartiene a uno studio annuale realizzato dall’Instituto Cervantes, potrebbe sembrare brillante; tuttavia non va considerato in maniera isolata, ma messo in relazione con i numeri di chi occupa il terzo posto in classifica, e cioè la Francia, dove gli studenti di spagnolo sono 2,7 milioni. Quest’anno il Ministère de l’Éducation Nationale et de la Jeunesse era alla ricerca di ben 1.400 insegnanti di spagnolo come lingua straniera. Esiste dunque un abisso tra Italia e Francia nello studio dello spagnolo come lingua straniera (ELE, in gergo tecnico: Español como Lengua Extranjera), che si traduce in un abisso nell’interpretazione dell’assetto economico e geopolitico del mondo. In sostanza, la Francia, come gli Stati Uniti –il primo Paese della lista: oltre 8 milioni di studenti– hanno capito che la partita del futuro si gioca in America Latina. Anche la Cina sta imparando lo spagnolo a ritmi serrati: le sue mire economiche passano dal Sudamerica. Da poco più di due anni dirigo la sede italiana della Scuola di Spagnolo dell’Università di Salamanca a Torino. Tradizionalmente la nostra università è un sismografo dei movimenti tellurici della lingua, oltre che un centro di riferimento mondiale nello studio dello spagnolo, e con la Cina ha appena siglato un accordo per l’apertura di ben 51 Scuole ELE USAL nei prossimi 10 anni.
In Italia i dati dicono che sono soltanto tre le regioni che hanno capito che presto sarà più facile parlare in spagnolo con uno statunitense o con un cinese: il Veneto, la Lombardia e l’Emilia Romagna. Nel resto del Paese i numeri sono sconfortanti e, soprattutto, la metodologia nell’insegnamento è anchilosata e la chiusura culturale verso l’idea di unitaria pluralità che rappresenta lo spagnolo in tutte le sue varianti è ancora molto forte. Ho impartito seminari di formazione a insegnanti di spagnolo in varie città d’Italia e mi mette una gran tristezza vedere docenti che affogano nella burocrazia, nelle scartoffie: tempo ed energie preziosissimi e sottratti alla curiosità intellettuale, all’aggiornamento. Questo poi si riflette sugli studenti, ai quali, sulle culture in lingua spagnola, si finisce per trasmettere solo una serie di ammuffiti luoghi comuni.
La Spagna e l’Italia si sono sempre tallonate, nel corso dei secoli, in tutti i campi della produzione artistica: la traduzione è stata il motore di questa schermaglia fin dal Quattrocento, con l’invenzione della stampa, attraverso i classici latini e greci e poi, con la graduale consapevolezza e quindi dignità del volgare, con le traduzioni di Dante, Petrarca e Boccaccio. O, nel Cinquecento, con un testo che in Spagna fece furore, Il cortigiano, di Baldassarre Castiglione. Un rapporto che si è sempre mosso tra amore, ammirazione e una certa dose di sana invidia, da una parte e dall’altra, e che il pennello di Tiziano sintetizza nel ritratto di Carlo V a Mühlberg: fu in quel preciso momento che la nostra lingua smise di essere chiamata “castigliano” dagli Stati europei, dagli ambasciatori, e divenne lo “spagnolo”, un mezzo di comunicazione sovranazionale la cui potenza e diffusione, ben rappresentati dall’imperatore a cavallo, prevalgono perfino sul bello stile italiano. L’allontanamento tra le nostre culture, che a mio modo di vedere è antistorico, anomalo, è avvenuto a partire dall’affermarsi dell’imperialismo culturale anglofono: oggi il 70% delle traduzioni verso l’italiano si fanno dall’inglese. È una forma di silenzioso, invisibile ma inesorabile dominio del nostro inconsapevole intelletto. Vediamo il mondo solo attraverso il prisma anglofilo. E la voce dei quasi 600 milioni di parlanti spagnolo, il 7,6% della popolazione mondiale, ci giunge molto molto flebile.

Lei ha vissuto per tanti [ventitré, n.d.r.] anni in Spagna: è ritornata in Italia perché le mancava il suo paese o l’ha fatto controvoglia?
Non mi manca mai nessun luogo, quando posso stare dentro la sua lingua, e penso sia una benedizione e un equilibrio che solo le parole ti possono dare, soprattutto in un momento storico in cui tante persone sembrano sentire una forte esigenza di delimitare e rivendicare la propria identità. Vengo da una famiglia marrana da parte di padre – ebrei conversi e poi espulsi dalla penisola iberica con l’editto di Granada del 1492– che si stabilì nel territorio della Serenissima, una striscia di terra esigua che assumeva significato solo in funzione di quanto si apriva al mondo, di come guardava oltre i confini. In casa siamo tutti cresciuti raminghi e animati dalla curiosità e dal desiderio di comprensione del diverso, dell’altro.
Mi sono formata come francesista all’Università di Padova e mi sono specializzata a Grenoble e a Salamanca in un periodo in cui l’Erasmus ancora non esisteva, in anni in cui le donne, da sole, difficilmente andavano a studiare all’estero. La chiamata del Parlamento Europeo, per entrarvi come interprete, mi sorprese a Salamanca, dove il cuore aveva, nel frattempo, trovato casa. Sono tornata in Italia per un motivo molto terra terra: ho divorziato. Ma anche con la determinazione di raggiungere un obiettivo preciso: riattivare un forte scambio culturale tra l’Italia e i Paesi di lingua spagnola attraverso il progetto della Scuola dell’Università di Salamanca, che riguarda soprattutto la formazione di docenti e traduttori, la diffusione delle letterature e, ovviamente, l’insegnamento comunicativo della lingua.

Diamo uno sguardo alla sua attività come traduttrice: quali autori ha tradotto in italiano? Tra questi, quale le è piaciuto di più tradurre?
All’Università di Salamanca ero un traduttore e un’interprete –da e verso italiano e francese– al servizio di un’istituzione, e totalmente identificata con essa: in questi casi si deve essere più che invisibili, trasparenti, anonimi fantasmi. Basti pensare che nel nostro edificio storico Javier Marías presentò Un cuore così bianco quando ancora “non era” Javier Marías, e Arturo Pérez-Reverte, che aveva appena abbandonato il giornalismo e nessuno poteva immaginare che il suo talento l’avrebbe portato a entrare nella Real Academia Española de la Lengua, venne a parlare agli studenti del suo primo libro. È un patrimonio di esperienze e ricordi che serbo per me, perché a parlarne mi sembra di banalizzarlo e sciuparlo. Ma è anche un bagaglio emozionante e imprescindibile ogni volta che uno di loro viene in Italia a presentare un suo libro.
In realtà la traduzione che più ho amato, perché fu strabiliante e penso non la possa vantare nessun altro, la feci quando ero appena rientrata in Italia. All’ora di pranzo di un giorno di primavera mi chiamò “Repubblica” per chiedermi se me la sentivo di tradurre Papa Francesco in spagnolo, intervistato da Eugenio Scalfari. Alla prima telefonata sbattei giù il telefono al direttore di Repubblica.it in persona, pensando si trattasse di uno scherzo. E così persi tempo prezioso. Erano 22 cartelle, con dentro tutto il peso della responsabilità delle parole di due giganti, da consegnare in poco più di sette ore, perché la traduzione doveva essere online alle otto di sera ora italiana, per poter essere letta al mattino presto nel continente americano. Immaginate la situazione paradossale di dover tradurre il Papa argentino in modo credibile nel suo spagnolo, con il mio spagnolo “charro”, di Salamanca, e il terrore che suonasse strano o ridicolo alle orecchie dei nove milioni di persone che lessero quella traduzione solo il primo giorno. Accettai consapevole del fatto che se fosse andata male non avrei mai più tradotto neanche mezza riga, né in Italia né in nessun’altra parte del globo; che mi stavo giocando tutto. Andò bene, ricevetti perfino i complimenti della Santa Sede, ma solo mia mamma sa che dopo aver consegnato la traduzione rimasi a letto due giorni come un rottame, sopraffatta dalla tensione muscolare accumulata in quelle ore ma soprattutto da tremila pipponi sui possibili errori commessi, ormai irrimediabili.

Poco tempo fa [a settembre 2019] ha ricevuto il Premio Traduttore anno 2019 “La quercia del Myr” [complimenti!]. Le è stato assegnato per una traduzione specifica?
“La Quercia del Myr” è un premio letterario [https://www.facebook.com/laquerciadelmyr/] nato da poco ma già molto solido e soprattutto rigoroso nei criteri, con una sensibilità speciale verso la traduzione. Premiano una traiettoria –la mia è davvero fuori da ogni schema; per questo quando mi comunicarono la notizia pensai si fossero sbagliati–, ma anche, in un certo modo, una forma di resistenza, di perseveranza, se ho ben compreso lo spirito della Quercia. La designazione è arrivata quando si è concluso il mio lavoro per “Fuoricampo” che, nell’estate del 2018, è stato l’inserto di “Repubblica” per il quale ho tradotto il grande giornalismo internazionale da “El País” e “Le soir”, sotto la guida di Antonello Guerrera, prima, e di Rosalba Castelletti, poi. La traduzione giornalistica mi appassiona, devo quasi tutto quello che ho imparato alla scuola de “El País” e, in quegli stessi anni, Gabriel García Márquez creò la “Fundación Gabo”: mi sono nutrita di quegli esempi e credo che il giornalismo sia ancora un fondamentale modellatore del linguaggio. Quando gli studi sociologici parlano dei “gruppi di riferimento” che, nel corso della vita, determinano il nostro modo di essere e di stare, ecco, nel mio gruppo ci sono soprattutto filologi, linguisti, traduttori e giornalisti, su entrambe le sponde dell’Atlantico e su entrambi i versanti dei Pirenei e delle Alpi. La quercia ha radici poderose, e il premio è nato a San Giacomo di Roburent, nelle Langhe; ho avuto l’onore di condividerlo con autori come Margherita Oggero, Bruno Morchio o Marino Magliani, ma è stato molto importante riceverlo anche perché forse significa che ho fatto un po’ il nido in Piemonte, nel posto in cui ho fortemente voluto ricominciare tutto da zero.

Come vede il panorama letterario spagnolo oggigiorno?
C’è una talentuosissima ondata di autori tra i 30 e i 40 anni, soprattutto donne, di cui in Italia non arriva nulla o quasi, oppure, se arriva, si perde nell’incuria e nel marasma generali. Penso a María Sánchez, ad Aixa de la Cruz o a Margarita García Robayo, solo per citare le ultime tre che ho letto; oppure a Juan Gómez Bárcena, Agustín Márquez, Juan Trejo
La lista sarebbe infinita, anche perché in Spagna la piccola, a volte minuscola editoria indipendente ha grande qualità e sta lanciando una sfida sempre più forte e vincente ai due grandi colossi editoriali che monopolizzano il mercato. E il loro mercato non è, ovviamente, solo quello spagnolo, ma anche e soprattutto quello latinoamericano, dove hanno fatto il bello e il cattivo tempo per un centinaio di anni. Ora non ha più senso, grazie al cielo, parlare di sola editoria spagnola, perché senza il confronto e lo scambio con l’America Latina non arriverebbe linfa alle idee, né pungolamenti sufficientemente forti alle coscienze, e quindi la letteratura smetterebbe di porsi domande, di scatenare il dubbio, e abdicherebbe al proprio ruolo. L’attenzione e il rispetto delle varianti, delle peculiarità di una lingua che è tante lingue, è irrinunciabile: togliere loro dignità, uniformarle inseguendo il mito inaccettabile dello “spagnolo standard” –un’idea di puro interesse commerciale–, significherebbe appannare lo specchio del mondo, sia nella scrittura che nella traduzione. Purtroppo la convinzione che lo spagnolo di Spagna sia “il migliore” è ancora molto radicata in Italia e si può combattere solo facendo circolare con più forza tutte le culture in lingua spagnola. Anche per questo i giornali e i media in generale sono forse più importanti e di sicuro più efficaci perfino dei pazienti percorsi intrapresi dagli editori che in Italia si stanno focalizzando sugli autori in lingua spagnola.

C’è qualche autore spagnolo in particolare che vorrebbe tradurre?
In questo precisissimo momento, sì, anche se mi secca molto dirlo in pubblico e magari vedermelo soffiare – risata – però è sempre meglio che un libro venga tradotto da un collega piuttosto che non venga tradotto affatto: l’ho letto ad agosto, è scassacuore, profondo, tenero, disarmante, ironico ed è anche un ritratto generazionale, della generazione che è venuta dopo In tutto c’è stata bellezza di Manuel Vilas. Lui è José Ignacio Carnero, il romanzo s’intitola Ama, che in spagnolo è voce del verbo amare ma significa anche padrona/balia/governante e in basco vuol dire “mamma”. Già il titolo è una sciabolata.

Vede delle somiglianze tra l’Italia e la Spagna per quanto riguarda la situazione politica?
Per quanto l’approdo di Vox in Parlamento e nel governo regionale dell’Andalusia sia fonte di profonda inquietudine e motivo di tensioni sociali quotidiane, penso che le somiglianze nella situazione politica tra Italia e Spagna siano solo superficiali. È vero che dal 2015 in qua la Spagna è andata alle urne ogni anno; che si è dovuto ripetere il voto in novembre e che la questione catalana ha provocato spaccature e ferite che forse potranno iniziare a guarire solo quando si governerà davvero, senza delegare la politica ai tribunali. Eppure, nonostante l’instabilità e l’incertezza di governo, che potrebbero farla apparire simile all’Italia per precarietà o mancanza di visione a lungo termine, credo che la grande stagione dei diritti conquistati con il governo Zapatero – parità, violenza sulle donne, matrimonio tra persone dello stesso sesso, inclusione, accoglienza, etc…– non rischi i cedimenti che sto osservando in Italia.
Per me, intorno a questi diritti ruota tutto il nostro essere cittadini, e in questo mi pare di poter ancora guardare alla Spagna come a un porto piuttosto sicuro, per usare un’espressione che ultimamente sentiamo ripetere spesso.

Ci pare di capire che la cucina sia un’altra sua passione. Fermo restando che non è “cucina italiana”, le piacciono i macarrones con chorizo?
Non li ho mai assaggiati, lo confesso: è più forte di me. Mia suocera li preparava a uno dei miei cognati; li cuoceva verso le undici del mattino e glieli serviva –dopo aver religiosamente sciacquato la pasta cotta sotto l’acqua fredda– alle tre del pomeriggio, che è l’orario in cui in Spagna, o almeno nella nostra famiglia, a Salamanca, andiamo a pranzo. Amo mia suocera con tutto il cuore, ma dopo aver presenziato quella pratica decisi che l’unico punto in cui mi sarei arroccata sulle consuetudini del Paese in cui sono nata sarebbe stato il cibo. Il cibo fa cultura, condivisione e comprensione quanto la traduzione. E così decisi di aprire un blog, un ABC di cucina italiana, in un periodo ormai lontanissimo, più di dieci anni fa, quando in Spagna eravamo in tre a sapere cosa fosse un blog e, più concretamente, un blog di cucina. All’inizio scambiavamo ricette solo tra noi, tre nerd –siamo ancora amici, molto amici– ma poi il successo è stato travolgente, quando i blog hanno vissuto la loro stagione d’oro. Ho dovuto imparare a fotografare il cibo, a scrivere di cibo anche in termini tecnici (mi sono via via specializzata sempre più e cucinavo piatti che ancor oggi non posso credere di essere riuscita a elaborare; tutti o quasi della grande tradizione italiana di ogni regione), ma soprattutto a scrivere la storia di un’italiana quasi completamente spagnola che si raccontava agli altri con straniamento, con la vertigine di stare sempre in bilico su tutto. Il blog – La Zuccheriera, si chiama, ed è ancora online– ha ricevuto il premio al miglior blog dell’anno ed è stato recensito da “El País”. L’ho chiuso, cioè, ho smesso di aggiornarlo e mi sono accomiatata dai lettori –che ancora mi scrivono– quando ho dovuto lasciare la Spagna: la cucina è anche una forma potentissima di espressione amorosa, e tutto l’amore che ho lasciato a Salamanca appartiene a lei soltanto. A Torino ho smesso di cucinare. Ma ho anche imparato a non usare più l’espressione “per sempre”. Come si suol dire, Dios dirá, un bel di’ vedremo.
Juan José Coy Girón

 

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