Un poyo rojo, folle poesia del corpo

un_poyo_rojo_Luciano Rosso e Alfonso Barón
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Esplosivi, magnetici, poetici. Potrei continuare usando tutti gli aggettivi possibili relativi all’eccellenza e non sbaglierei. Perché lo spettacolo con Alfonso Barón e Luciano Rosso, con la regia di Gaido Hermes, è veramente un piccolo gioiello.

Entriamo nella sala grande del Parenti. Ad accoglierci le solite voci prima dell’inizio, il chiacchiericcio insistito del pubblico. Sul palco ci sono già Alfonso e Luciano. Fanno stretching a scena aperta, li vediamo nella loro eleganza, nella loro bellezza.

Hanno due corpi asciutti, atletici, nulla a che vedere con la bellezza da discount delle copertine patinate, con la bellezza da palestra dei finti sportivi. Hanno corpi asciutti, segaligni, non un filo di grasso. Sono un concentrato di muscoli e nervi pronti ad esplodere.
Già i primi movimenti durante il riscaldamento denunciano un assoluto controllo del corpo. Quando li ho incontrati fuori dal teatro la produttrice ha cercato di tradurre le mie parole usando un eufemismo, usando la parola arrabbiato.
Ho tenuto a precisare che i loro corpi mi fanno incazzare. Perché quel controllo, quell’eleganza, quella forza che loro esprimono sono fuori dai canoni a cui la nostra società ci ha abituati. Sono esempio di un nuovo modello di bellezza, per me irraggiungibile. Per questo a loro va la mia benevola invidia.

Sono splendidi Alfonso Barón e Luciano Rosso, i loro sguardi luciferini si incontrano e si scontrano nelle loro movenze atletiche, eleganti. Ci catturano con la loro capacità di far assumere al corpo posture, angolazioni e rappresentazioni del tutto inusuali, inaspettate, dominandolo con intransigenza ed eleganza. Con loro i corpi sfidano le leggi di gravità, obbediscono a un sogno della mente.
I due ballerini sembrano di volta in volta diventare animali preistorici, esotici, combattenti di epoche antiche. Ora saltimbanchi, ora leggiadri ballerini, a volte lottatori di capoeira, in ogni rappresentazione, in ogni loro incarnazione, comunicano una lieve ironia che cattura l’attenzione del pubblico.
È un pubblico della prima incuriosito dalla proposta del duo argentino, che mischia in un equilibrio ben dosato, gesto atletico, ballo, inventiva, fantasia, ma soprattutto intelligenza del corpo e della mente.

Alfonso Barón e Luciano Rosso in Un poyo rojo
Alfonso Barón e Luciano Rosso in Un poyo rojo. Foto Ishka Michocka

In Un poyo rojo, Alfonso Barón e Luciano Rosso ci hanno intrattenuti per un’ora e mezza circa. Raccontando una storia d’amore, la storia del primo incontro tra due uomini che si corteggiano, si sfidano, si conoscono, si attraggono e si respingono, si desiderano, a volte con stupore, a volte con passione, a volte con irruenza, a volte con sorpresa.
Grande capacità quella dei due ballerini di riempire la scena di loro stessi, senza l’ausilio di una ricca scenografia che faccia da supporto, o musiche che sorreggano la loro performance.
In scena c’era soltanto una panca, quattro armadietti di metallo, quelli che si possono trovare in qualsiasi palestra. A tratti c’è della musica ma è un elemento periferico. Perché la vera musica è costituita dal battere delle mani sulle diverse parti del corpo, dai vocalizzi, dallo strusciare dei piedi sul palco, dei respiri affannosi.

Quello dei due argentini è uno spettacolo di cui non si intravede la grammatica sottostante, tanto è imprevedibile e fatto di suggestioni impalpabili. A sorreggere la recitazione e l’interpretazione dei due ballerini troviamo l’uso sapiente delle luci, capace di sottolineare i tic dei corpi, le variazioni di movimento, il mutare delle emozioni.

Luciano Rosso e Alfonso Barón
Luciano Rosso e Alfonso Barón in Un poyo rojo. Foto Ishka Michocka

Ci sono dei punti dello spettacolo caratterizzati da un’ironia surreale, in cui lo spettatore si aspetta qualche accadimento che sembra non arrivare mai. La grande capacità dei due ballerini, sostenuti in questo dalla brillante coreografia di Luciano Rosso e Nicolás Poggi, è proprio quella di tenere il pubblico in sospeso rispetto a un qualcosa che potrebbe esserci, ma che rimane nascosto. È questo il caso di quei magici minuti in cui i due ballerini sono in scena facendo ascoltare al pubblico le trasmissioni di una radio, spostata velocemente da un canale all’altro. E mentre ascoltiamo la cronaca di una partita, musica da discoteca, la celebrazione di una via crucis, Alfonso Barón ci dà le spalle e Luciano Rosso regge la scena con la sua mimica preziosa.

Se tutto questo non fosse giocato con intelligenza e ironia, affaticherebbe e allontanerebbe il pubblico. Ma questo non accade. Il pubblico è rapito da quei nonsense. Sta al gioco e si diverte. Attratto dalla presenza scenica dei due argentini, che mettono in scena uno spettacolo che cattura e fa sognare.
Indiavolati, irriverenti, potenti, i due argentini ci hanno accolto con simpatia quando li abbiamo incontrati all’uscita degli artisti insieme al regista. E hanno risposto di buon grado a un paio di domande veloci.

Di che cosa parla Un poyo rojo? È una storia d’amore?
È una prima volta. Due uomini si danno un primo bacio.
Quanto tempo ci avete messo per costruire questo spettacolo?
Ci abbiamo messo un anno. È da dodici che lo portiamo in giro per il mondo. Adesso siamo di base a Montpellier, dopo essere stati a Parigi diversi anni.
Perché la Francia?
L’Argentina è lontana. Quindi se volevamo calcare le scene europee avevamo bisogno di una base più vicina.
Ben venga allora Montpellier se è stata in grado di farci avvicinare ad Alfonso Barón e Luciano Rosso, che ci hanno portato un’energia e una vitalità di cui avevamo bisogno, dopo la prolungata quaresima da lockdown.

Gianfranco Falcone

Teatro Franco Parenti
14 – 17 Giugno 2021
durata un’ora

Un poyo rojo
coreografia Luciano Rosso, Nicolás Poggi
regia Gaido Hermes
con Luciano Rosso e Alfonso Barón
produttori Jonathan Zak e Maxime Seuge
produzione in Italia Carnezzeria srls

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