Un Principe. Ispirato ad Amleto di William Shakespeare

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Il teatro come ai tempi di Shakespeare. Originale, essenziale, notevole.
Con questi tre aggettivi possiamo dare un’idea dello spettacolo della compagnia Occhisulmondo andato in scena al Palladium, purtroppo, solo per due serate. Tratto da Amleto.

Originale nel senso proprio del significato etimologico: “pertinente al momento operativo primo”, non una riproduzione, né una copia o versione: fedele allo spirito del suo creatore, Shakespeare.

I linguaggi e le voci, da soli, ad articolare la cupezza del momento, degli accadimenti, dei dialoghi. Suoni generati dagli artisti, cigolii del legno, spettatori in silenzio, rapiti dalla domanda: cosa accadrà adesso?

L’atmosfera è di forte impatto, netta, attori contro il pubblico, frontali.
Nessun ausilio scenografico, né di struttura o accompagnamento musicale costante, a riempire il silenzio. A distrarre l’attenzione degli spettatori da una crescente tensione. Palcoscenico scarno e asciutto, dunque vero.

I corpi degli artisti vestiti dei colori forti della vita e della morte, bianco/nero, rosso, come il sangue dell’omicidio; appoggi per sedersi tutti nella stessa linea, amorfi e silenti, solenni nell’apertura dell’unico atto, in cui tutto accade, lentamente e inesorabilmente. Costumi di scena meravigliosi.
Maschere sui volti, a celare l’umanità per lasciar emergere la “smorfia” del dolore dello scivolamento verso la dispercezione di chi, del cosa, del come, del quando, del perché.
Chi frana per trovare soluzioni di copertura ai propri misfatti, chi aiuta per dovere, chi collude con sarcasmo, chi patisce, chi prova a dare sollievo, tentativo vano, chi rimane vittima innocente.

Le azioni nello spazio degli artisti, si esprimono mediante spostamenti inusuali, con movimenti disarticolati e meccanici, ossessivamente ripetuti, quasi a strisciare, o a planare, a scattare improvvisamente in direzioni impreviste, come mancasse loro la terra sotto ai piedi: la rappresentazione della “follia del voler sapere”.
Marionette? Burattini mossi da invisibili mani? Pupazzi clown a richiamare l’orrore? Versi gutturali e risatine da brivido, ben rendono l’idea del contesto rappresentato. Personaggi che si sdoppiano e ritmano cavalli, arrivi da altri luoghi, ignoti e infidi, a carpire i pensieri veri dell’Amleto in crisi. Il potere che vuole controllare.

Elegantemente scomposti gli artisti ai limiti della gravità, le passeggiate della Regina, robotiche, perfettamente sprezzanti il dolore del figlio e qualunque situazione possa intralciare i suoi egoistici bisogni. Amleto, lucido e sopraffatto, ambivalente e disgregato, addolorato, lascia spazio al marcio interno senza riuscire a trovare la forza di combattere. Combattere chi? I fantasmi inafferrabili della mente?

Un’energia cinetica senza direzione, lo sforzo umano senza risultato: tragedia.
La protagonista è la storia, raccontata dalle persone, nuda e cruda, il conflitto, le lotte di sopraffazione. Le pulsioni umane, sempre le stesse, magnificamente rappresentate. Piani emotivi inclinati e incrinati, via via di crescente intensità, fino a sentire e rivelare lo stato tetro dell’anima. Il lutto e il tradimento, doppio per Ofelia, le raccomandazioni di Polonio, le morti passate e future, un senso di giustizia inesistente.
Il candore di Ofelia nel muoversi, la sua grazia, anch’esse senza esiti di riuscita, per fato. Il Re, come Napoleone, cieco nella sua vanagloria, presenza preminente in scena, violenta, avida e distruttrice.

Il repertorio del lutto degnamente “orchestrato” nelle sue complete e complesse sfumature, sghembamente elaborato, come nei tempi di oggi, incambiabile, per i personaggi, che si accompagnano verso l’inevitabile deriva.
I pochi accenni musicali, solo quasi all’ultimo scorcio dell’atto unico, sottili e ricercati, offrono la magnificenza della scena finale in cui tutti sono in movimento contemporaneamente, nel tentativo di eludere la gravità della situazione, inaccettata.

L’inquietante coralità conclusiva, combatte, disfatta, tra cielo e terra, per divincolarsi dall’ineluttabile destino.
La scena colpisce profondamente ed è di altissimo valore estetico e artistico.
Rappresentazione ben riuscita, prova da artisti maturi, che sanno e possono comunicare emozioni ancestrali, così come immaginiamo sia stato pensato da Shakespeare: felice, crediamo, di assistere al ritorno all’essenziale della sua opera.
Imperdibile. Indimenticabile.

Stefania Ratini

Teatro Palladium – Roma https://web.archive.org/web/20200130193957/https://teatropalladium.uniroma3.it/

Un Principe
Ispirato ad Amleto di William Shakespeare
Produzione OCCHISULMONDO
Con
Daniele Aureli, Amedeo Carlo Capitanelli, Giulia Zeetti, Andrey Maslonkin, Greta Oldoni, Matteo Svolacchia, Raffaele Ottolenghi
Costumi Francesco Marchetti “Skizzo”
realizzazione costumi Elsa Carlani Cashmere
assistente alla regia Matteo Svolacchia
drammaturgia e regia Massimiliano Burini

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