Un ricordo di Christian Boltanski

Un ricordo di Christian Boltanski
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Qualche giorno fa è morto Christian Boltanski, uno dei più noti artisti contemporanei francesi. Ho avuto il privilegio di vedere a Parigi dal vivo alcune sue opere.

Era il 1997; ero in Francia per motivi di lavoro. Mi trovavo nella capitale francese momentaneamente libero da impegni. Passeggiavo senza una specifica meta a Parigi nella zona del Trocadero; era un pomeriggio di giugno particolarmente afoso, il sole filtrava con difficoltà da una leggera cortina di nubi.
Quella luminosità metteva a nudo il malcelato carattere fragile della città, che sembrava aver perso la sua sicurezza e si mostrava inerme. Gli attacchi terroristi di matrice islamista di qualche anno dopo avrebbero dimostrato la sua inquietante vulnerabilità.
Parigi attraverso un’apparenza prevedibile e banale riesce ad occultare la sua anima complessa e misteriosa. Giustamente uno scrittore veneziano del settecento, Francesco Algarotti, grande viaggiatore, era solito dire che molti vanno a Parigi ma pochi ci sono realmente stati.
Passeggiando su un ampio marciapiede di marmo bianco trovai l’indicazione di un museo. Non esitai ad entrare. Provai subito un piacevole ristoro a quella calura sottilmente invasiva.

Attraverso un imponente scalone si accedeva nelle sale. Dopo un giro veloce ai primi piani passai ai successivi.
Uno era interamente dedicato a Christian Boltanski, che allora conoscevo poco: le riproduzioni fotografiche delle sue opere, che avevo visto in alcune riviste, non mi avevano fatto minimamente immaginare le emozioni che avrei provato camminando all’interno delle sue installazioni.
Alle pareti erano affisse con scrupolo sequenze di fotografie vecchie e ingiallite dal tempo, mentre tutti gli spazi erano saturi di oggetti ordinari e logorati dall’uso prolungato e ripetuto, custoditi con cura, lucidati e puliti.
La loro idoneità non sembrava compromessa dal tempo.
La potenza evocativa di quell’atmosfera mi mozzava il fiato.
L’aria era pregna di storie comuni, che tuttavia nel momento in cui erano state vissute avevano avuto la loro centralità nel tempo e nello spazio.
Di loro ora rimanevano solo manufatti silenziosi.
La vitalità dei ricordi era virata verso una memoria analitica, strutturata su dettagli anonimi non più correlati alle esistenze a cui erano appartenuti; quel coacervo caotico di presenze materiali mi indicava che accanto alla Storia celebrata da tutti, quella che codifichiamo nei libri, c’è una storia minore fatta dal complesso anarchico di vite ordinarie, di esistenze che potevano essere solo vagamente immaginate.
Comprendevo che anche i personaggi illustri, protagonisti della Storia con la esse maiuscola, erano stati destinatari di una sorte analogamente misera: la parte più autentica delle loro esistenze si era persa nell’oblio, in quanto le loro vite erano condannate ad essere ricordate per le loro gesta, per la loro arte, per il loro genio, in sintesi per la loro fama, ma non per i contenuti della loro intima umanità.
L’identità di ognuno si esprime attraverso i ricordi di cui è il prodotto: dopo la morte non siamo quello che siamo stati ma la memoria che si ha di noi.
Gabriel Garcia Marquez diceva che la vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla.
Mi sembrava che quel vagare nell’immaginario della complessa memoria di Christian Boltanski mi suggerisse queste riflessioni.
Christian Boltanski si chiedeva perché non possiamo fermare il tempo; cercava di preservarlo, ma falliva ogni volta consapevolmente.
La sua Arte in concreto era una sfida contro il tempo.
Inevitabilmente persa.

Roberto Rapaccini

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