Una crescita sostenibile. L’intervista a Serge Latouche del 2007

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Quello di sforzarsi di concepire un nuovo modello di crescita sostenibile per l’ambiente deve essere l’imperativo categorico di ogni governo del pianeta che viva con consapevolezza l’era dell’antropocene. Come citato nella bozza del principale organismo internazionale di valutazione dei cambiamenti climatici, l’IPCC, formato da due organismi delle ONU: l’Organizzazione meteorologica mondiale e il Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente, “impatti irreversibili sui sistemi umani”, la vita sul Pianeta nel giro di qualche decennio non sarà più la stessa e il rischio di arrivare al punto di non ritorno è molto fondato. Per questo motivo penso sia interessante recuperare una intervista che feci il 21 marzo del 2007 al teorico della decrescita per eccellenza, Serge Latouche, che già allora approfondiva queste tematiche con ricchezza di dettagli e lungimiranza.

Con tutti i limiti legati alla necessità di sintesi, potrebbe indicarci quali sono i riferimenti culturali che sono alla base del concetto di decrescita?
Dico subito che non bisogna parlare di concetto di decrescita. La crescita è un concetto economico che ha uno status forte, ci sono teorie della crescita, modelli di crescita. Invece la decrescita è uno slogan provocatorio che significa che dobbiamo fermarci con questo “mantra” della crescita per la crescita infinita. Certo anche la “decrescita per la decrescita” sarebbe una cosa assurda in natura, noi non vogliamo far decrescere la gioia di vivere, la qualità della vita, dell’acqua, dell’aria etc., ma ciò non è più assurdo della “crescita per la crescita”. Se vogliamo parlare rigorosamente dovremmo parlare di “acrescita” così come si parla di ateismo, laddove si tratta di evitare di considerare l’elemento fideistico dell’economia della crescita.
Molti dicono che non è una cosa nuova, originale: già nei primi anni ’70 ci fu la pubblicazione del primo rapporto del Club di Roma, ma penso che non è la medesima cosa, si tratta dell’incontro di due correnti, la prima che è quella a cui appartengo, che è la critica allo sviluppo – faccio parte di una piccola internazionale che si occupa di critica allo sviluppo da più di trenta anni – ed è più o meno legata al nome di Ivan Illich ed alla sua critica allo sviluppo ed alla società dei consumi, ma anche ai nomi di Vandana Shiva in India, Gustavo Esteban e Wolfgang Sachs in Germania. Il messaggio di questa corrente è che la società di crescita non è auspicabile: vivremmo meglio se vivremmo altrimenti. Ma questo messaggio che è stato sviluppato soprattutto in rapporto con lo scacco dello sviluppo del Sud del mondo, è stato un po’ come predicare nel deserto. La seconda corrente è quella della critica ecologica, legata a Nicholas Georgescu-Roegen. che sostiene che una crescita infinita non è possibile in un mondo finito, che l’economia deve per forza obbedire alla seconda legge della termodinamica, che è la legge dell’entropia, e che c’è un degrado delle risorse che non sono più rinnovabili, confermando la profezia del Club di Roma e cioè che la crescita non è sostenibile. Allora quando si parla della crescita non con la c minuscola questa riguarda tutte le risorse per la sussistenza come il cibo per nutrirci etc., quando si parla di una crescita con la C maiuscola questa si riferisce ad una vera e propria società organizzata per la Crescita fine a se stessa. Si tratta di far crescere sempre più il consumo, il prodotto lordo, sempre proiettando tutto ciò all’infinito. Quindi siamo stati raggiunti dalla crisi ecologica delle grandi crisi globali del clima, della estinzione delle specie, della fine del petrolio etc., ed il concetto di sviluppo ha ripreso magicamente la sua forza, dimostrando l’impossibilità di cambiare le cose.

Quali rapporti esistono e quali connessioni politiche tra le idee e i valori sottesi dal modello della decrescita e quelli che sono alla base del Movimento dei movimenti, l’ Altermondialismo?
Il problema è che tutta la Sinistra, quella riformista e quella radicale, e il Movimento Altermondialista vivono su questi temi una difficoltà che non è stata mai chiarificata. Fino a non moltissimi anni fa era ancora viva una tradizione produttivista, dall’illuminismo passando per Marx etc. In realtà c’è sempre stata una tradizione minoritaria antiproduttivista fino a quando, recentemente, la critica teorica del marxismo ha finito per ascoltare la critica ecologica. Tuttavia oggi le cose non sono ancora del tutto chiarificate, c’è sempre una battaglia dentro i partiti e i movimenti. Come si dice in Val di Susa “Sarà dura”….

Sempre non allontanandosi dal concetto di decrescita o di “nuova qualità della crescita”, quali sono i nuovi parametri quantitativi e qualitativi che non siano solo il PIL ed il debito pubblico ect che potrebbero essere adattati in un paradigma economico rivoluzionario, trasformatore, in qualche modo alternativo ?
L’indice centrale di tutto questo mondo ecologico è l’”impronta ecologica” di sicuro. Ci sono altri indici alternativi, come il GPI, il “Genuine Progress indicator” di Herman E. Daly, altri indici quale quello di salute sociale, l’ISU, l’indice di sviluppo umano di Amartya Sen. Si tratta di modificare, di ponderare, di correggere il PIL, sostenendo le spese di riparazione e compensazione dei guasti provocati dall’inquinamento per ottenere l’indice del progresso autentico. È molto interessante dal punto di vista pedagogico mostrare che negli Stati Uniti e in alcuni paesi del Nord Europa (non in Francia ed in Italia) fino agli anni settanta la curva del prodotto interno lordo (che traduce il bene avere statistico) e la curva dell’indice del progresso autentico (che traduce il benessere vissuto) si muovono in maniera parallela, nei decenni successivi la curva del prodotto interno lordo continua a crescere sempre con il medesimo trend, mentre l’altra si riduce sempre di più allargando la forbice tra le due curve . Penso anche che l’impronta ecologica è molto utile per stabilire una politica: tutti questi indicatori alternativi hanno soprattutto una funzione critica, e penso anche che se usciamo dalla società della crescita in una società di decrescita si dovrà immaginare, inventare altri tipi di indicatori.

Come potrebbe attivarsi il processo di decrescita nel “Vecchio continente” nonostante le derive neoliberiste evidenti nella direttiva Bolkestein, nel Trattato costituzionale fino ad arrivare ai nostri giorni con il libro verde sul lavoro ed il modello che “atomizza” e precarizza il rapporto di lavoro?
Come si diceva a Porto Alegre “basta volerlo” ma posta così non è molto chiara come soluzione.
Sembra che a livello locale molti vorrebbero adottare un modello di decrescita, ma quando passiamo ad un livello centrale, di governo e di classe politica ed economica alta, c’è un rigetto totale, tranne quando, come nel caso dei disastri climatici, le lobby economiche sono riuscite a far cambiare idea a Bush dato che ciò che stava accadendo toccava direttamente i loro interessi. Anche in Europa si può vedere cosa è accaduto con la direttiva Reach, che è stata stravolta di tutti i suoi contenuti proprio per le pressioni degli interessi economici.

Come forse lei saprà, è in corso la raccolta di firme per la ripubblicizzazione dell’acqua come bene comune primario. Che ne pensa di questa campagna?
Sono totalmente d’accordo. Sarà una battaglia dura. Non so bene come si presenta questa questione in Italia, ma in Francia l’acqua dipende da ogni Comune. Non si tratta soltanto dell’acqua, questa è una tendenza della società della crescita, che è quella di privatizzare tutti i beni comuni come l’acqua, un domani forse l’aria, ma anche il corpo, le risorse genetiche, la battaglia sugli OGM. Su questo tema siamo totalmente d’accordo con tutti coloro che lottano contro la privatizzazione di questi beni della natura.

Lei fa spesso riferimento alla necessità di una urgente rivoluzione, che chiamerei antropologica, per ricostruire un mondo comune che veda gli individui capaci di accettarsi come soggetti sociali e politici, assoggettati a una storia e a una eredità di attori di un destino per resistere alla banalità del male. C’è quindi un momento personale e un momento collettivo che vengono chiamati in causa per cambiare il sistema trasformando gli uomini?
Bisogna essere chiari. Distinguere il piano teorico ed il piano politico. Come ha potuto verificarlo nella “Giustizia senza limiti”, sono molto sensibile alle argomentazioni di Max Weber sulla distinzione tra lo scienziato ed il politico, lo scienziato obbedisce all’etica della convinzione, il politico all’etica della responsabilità Credo nell’urgenza di una politica alternativa che riprenda le idee della decrescita, cosa più possibile oggi a livello locale che nazionale. Ho avuto dibattiti con sindaci che stanno operando in questa direzione; il livello europeo è interessante perché nella geopolitica mondiale rappresenta un blocco importante ma purtroppo anch’esso corrotto dal liberismo.

Leonardo Ragozzino

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