Una notte ho sognato che parlavi: Gianluca Nicoletti ci racconta di suo figlio Tommy e della sua esperienza di padre di un ragazzo autistico

Gianluca Nicoletti una notte ho sognato che parlavi
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Avete presente Rain Man, il film con Tom Cruise e Dustin Hoffman nei panni dell’autistico? Bene, dimenticatelo! E dimenticatelo non solo perché il film – per quanto molto bello e divertente –  dell’autismo ci dice poco e niente, per lo più una serie di iperbolici stereotipi e luoghi comuni, ma soprattutto perché non esiste una categoria omologata di persone autistiche, ma esistono individui, ognuno con peculiarità e differenze caratteriali e comportamentali proprie (queste ultime tantissime) affetti da una malattia, chiamata autismo, che si manifesta in maniera più o meno accentuata, su cui circolano fantasiose leggende, ma di cui si sa ancora troppo poco. Eppure è un problema che dovrebbe riguardare l’intera collettività, trattandosi di una vera e propria emergenza sociale a tutti gli effetti: la prima causa di handicap in Italia.
Gianluca Nicoletti, giornalista e nota voce della radio italiana, si mette a nudo in questo libro autobiografico in cui decide di raccontare la sua difficile e struggente quotidianità  come padre di un ragazzo autistico, Tommy, e lo fa, non solo per rendere un servizio utile a chiunque, genitore, fratello, parente, stia vivendo la sua stessa esperienza, ma anche, soprattutto per lanciare un messaggio, diciamo un’idea, intorno alla quale la sua mente – pensando al futuro di Tommy e di altri ragazzi come lui nel giorno in cui non avranno più il sostegno della loro rete familiare, ma anche al presente –  non smette di arrovellarsi; il sogno di questo progetto, su cui tornerò dopo, se realizzato, permetterebbe ai genitori di alleggerirsi un po’ della loro fatica quotidiana, un’estenuante fatica fisica e mentale, ma, soprattutto, diventerebbe l’angolo di paradiso di questi ragazzi.
Una notte ho sognato che parlavi è un testo coraggioso, ardito, a tratti scanzonato e dissacrante, ovviamente toccante e tragico, che ci dice qualcosa non solo sugli autistici, ma anche su noi, affetti da una banale “normalità” perché, come scrive Nicoletti, osservare Tommy – “un fantastico rivelatore di umanità grottesca” – conduce a tutta una serie di riflessioni sui nostri standard comunicativi e relazionali. Mettere in dubbio ciò che ci appare come ovvio – anzi, soprattutto ciò che ci appare come ovvio, persino le fondamenta delle nostre strutture mentali, il nostro bisogno di conferme affettive, nonché tutta quella serie di convenzioni comportamentali e conoscitive dei rapporti interpersonali – rimane l’esercizio migliore per sviluppare una sana capacità critica di noi stessi e della realtà che ci circonda, ma anche per sfoltire dall’essenziale tutto ciò che è solo sovrastruttura, sovraccarico, accumulo di un surplus di informazioni di cui potremmo benissimo fare a meno e proprio per rendere più sani e autentici i nostri rapporti e le nostre relazioni.
Nicoletti così ci racconta di Tommy e del suo universo in cui i pensieri probabilmente galleggiano e  e si affastellano nella mente come oggetti, in cui i suoni, i rumori, i colori, il flusso della vita appare come potenziato all’inverosimile – e per questo, a volte, terrificante – in cui esistono pochissime elementari regole e una routine circolare da ripetere giorno dopo giorno che deve essere interrotta o disturbata il meno possibile. Non esiste una continuità temporale per Tommy, o almeno non così come ce la rappresentiamo noi, esiste un’unica costante attenzione a soddisfare e appagare i propri bisogni di piacere e tranquillità: “Tommy non ha traguardi da superare; quelli che noi gli costruiamo davanti riesce ad attraversarli con nostra immensa fatica e soprattutto con frustrazione, perché sappiamo che sarà sempre indietro rispetto alla norma”. Ma questa “norma” vuol dire tutto e niente. Non è un parametro che indica un valore, ma solo la direzione in cui va la maggioranza. In questo senso Nicoletti precisa che non è esatto definire suo figlio “ritardato” (in ritardo rispetto a cosa? Perché applicare unanimamente i nostri standard di vita?), bensì che è “diversamente orientato”, una definizione, questa, del diversamente orientato, che mi piace assai e tra poco dirò anche il perché.
I capitoli del libro, che trattano e ci raccontano  delle diverse difficoltà che Nicoletti, in quanto padre di un ragazzo autistico, si trova ad affrontare, anche in relazione agli altri aspetti della sua vita – lavorativa, affettiva, familiare, di svago ecc. – si leggono con immensa partecipazione e ci fanno provare un’immediata simpatia per Tommy, talmente tanta che vien voglia di conoscerlo di persona. Davvero apprezzabile l’onestà e la spontaneità con cui suo padre ci parla dei suoi tanti problemi, cercando continue diverse soluzioni che possano essere utili pure ad altri genitori cui è toccata in sorte la sua stessa condizione: uno su tutti e sul quale vige una sorta di tabù è quello della sessualità dei ragazzi autistici, purtroppo quasi sempre tenuta sotto controllo, e quindi brutalmente azzerata e negata, dai farmaci. Perché, dice Nicoletti, dovremmo impedire ai nostri ragazzi, già con tutte le limitazioni che hanno, di appagare il loro desiderio sessuale? E quindi, in maniera ironica e divertita, ci racconta delle varie strategie che avrebbe in mente per il suo Tommy, compreso il progetto di un “matrimonio combinato”, idea lanciata un po’ per gioco, un po’ seriamente, dalla mamma di un’altra bambina autistica. Certamente alcuni potrebbero storcere il naso alla rievocazione di questa pratica decisamente arcaica, ma, come dice Nicoletti: “Noi due non lo faremmo per dare prestigio alle famiglie, per fondere i patrimoni, per sistemare la discendenza. Lo faremmo semplicemente pensando che forse ai ragazzi potrebbe piacere stare abbracciati tra loro, come ora gli piace stare abbracciati a noi. Immaginiamo che, nonostante tutti i loro problemi e le fisime legate al toccarsi e baciarsi, potrebbero anche scoprire una loro particolare forma di affettività.”.
E, progetto dopo progetto, veniamo ora al dunque dell’idea di cui ho accennato sopra, ciò che costituisce probabilmente anche il motivo principale, tra gli altri, per cui Nicoletti ha deciso di raccontarci di Tommy: lui la chiama “Insettopia”, la terra promessa degli insetti descritta in Zeta la formica, cult movie di sui figlio. “Insettopia è un universo contenuto in altri universi infinitamente più grandi e quindi incommensurabili per le povere formichine”. L’idea è quella di costruire una “città” di quartiere per questi ragazzi speciali in cui si trovino a loro agio e protetti da tutte quelle situazioni e pericoli che il mondo esterno rappresenta per loro. Un ambiente che potrà essere frequentato da tutti, ovviamente, e in cui ci siano persone in grado di occuparsi di questi ragazzi (un altro dei problemi di cui parla è la difficoltà di reperire assistenti specializzati; quelli davvero in gamba, come il “mitico vegano tatuato”  – grazie alle cui attenzioni Tommy ha fatto passi da gigante – sembrano essere davvero rari) in un mondo costruito a loro dimensione.
Quello di trovare un luogo adatto per ospitare questo progetto è diventata una specie di ossessione di Nicoletti, il quale, nelle sue peregrinazioni per la città, non perde mai occasione di guardarsi attorno per poterlo identificare. Un posto in particolare ci sarebbe, ad esempio avrebbe scorto un rudere abbandonato al centro del bioparco di Roma, l’ex zoo – ma ex solo nel nome in quanto gli animali in gabbia, sebbene gabbie un po’ più grandi, ci sono ancora – tra alberi e una ricca vegetazione che sembrerebbe proprio fare al caso: “Penso che i ragazzi non potrebbero trovare un luogo ideale più adatto alla loro dignitosa esistenza che l’ex zoo di Roma. Anche loro vivono in gabbie mentali e, per essere liberati, e liberare le loro famiglie, non potrebbero stare meglio che nel grande giardino al centro della città. In un posto mentalmente delocalizzante, sembra uno stargate aperto su una foresta incantata e nascosta in un universo parallelo sotto uno dei quartieri più incasinati dal traffico del centro. Come si entra, cambiano la dimensione del tempo e ogni percezione acustica. È una zona sensorialmente alleggerita, l’ideale per chi soffra dello stress di fastidiose distorsioni nella percezione dei rumori, per esempio, o entri in crisi ansiose per la folla o le improvvise sollecitazioni che impone muoversi tra le auto che a Roma non seguono mai regole e buon senso. Soprattutto in un posto dove ancora possono vivere serenamente tigri, leoni e giraffe, anche i ragazzi speciali troverebbero un’occasione che non sia il semplice parcheggio in aree di sopravvivenza. Con gli animali non avrebbero bisogno di doversi per forza adeguare a parlare, scrivere, leggere, misurare il mondo con le nostre regole infallibili.
Ora, qui non posso astenermi dal fare una doverosa riflessione. Mi rattrista davvero molto che una persona dotata di una straordinaria intelligenza e apertura mentale come Nicoletti, e lo dico non per lusingare, ma con tutta la sincerità possibile, non si renda conto del paradosso che esprime la descrizione di questo luogo. Eppure la parola “gabbie” la scrive. I ragazzi speciali, diversamente orientati (ma non sono forse diversamente orientati anche gli animali? Il loro sguardo, semplicemente, non guarda in direzione dell’orizzonte umano), vivono in gabbie mentali. Gli animali in quelle reali, in cui noi – specie che giudica tutte le altre inferiori rispetto ai nostri standard rigorosamente antropocentrici e infallibili – li abbiamo costretti. Ma se è vero che i ragazzi autistici vivono in gabbie mentali – e se è altrettanto vero che tutti noi viviamo in altrettante gabbie che ci siamo autocostruiti culturalmente tutt’attorno e delle quali dovremmo e potremmo liberarci – come pensiamo di poterli liberare (e di liberarci) se al contempo continuiamo a tenere imprigionati altri esseri senzienti, nati liberi e resi nostri schiavi sol per il nostro diletto? Come si può parlare di liberare questi ragazzi e così le loro famiglie all’interno di un luogo in cui altri esseri senzienti continuano a vivere imprigionati? Non è vero che le tigri, i leoni, le giraffe vivono serenamente. Come può un leone abituato a percorrere chilometri e chilometri di Savana (anche se nato in cattività preserva nel dna le sue caratteristiche ed esigenze di specie) vivere serenamente in un habitat così alieno rispetto al suo mondo, privato del suo branco, della possibilità di socializzare con i propri simili, nell’assoluta negazione della sua libertà?
Ora, rudere o non rudere all’interno del bioparco, il punto è: perché l’inedita prospettiva – quella a partire da Tommy –  dalla quale Nicoletti osserva la realtà, non è riuscita ad essere uno spunto per riflettere anche sulle costrizioni e sfruttamento cui costringiamo le altre creature senzienti il cui universo mentale riusciamo solo lontanamente a immaginare, ma mai davvero a comprendere (esattamente come è per quello dei ragazzi autistici) e non per un loro “ritardo”, ma per un nostro limite?
Mi si perdoni la certamente azzardata analogia e spero che Nicoletti non me ne voglia. La mia, più che una critica, è un’esortazione a riflettere e proprio per liberarci da quelle tante “gabbie mentali” in cui noi tutti siamo rinchiusi.
Sia chiaro, so bene che Un notte ho sognato che parlavi racconta dell’esperienza di un padre di un ragazzo autistico e quindi il tema è questo; nel momento in cui però leggo di animali nel bioparco (è cambiato il nome, forse sono leggermente migliorate le condizioni degli animali, ma il contenuto è cambiato di poco) e di gabbie mentali in analogia a quelle reali, ecco, la riflessione mi si è imposta in maniera insopprimibile.
Rita Ciatti

Gianluca Nicoletti
Una notte ho sognato che parlavi
Mondadori – 2013
177 pagine – 16,50 euro

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